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La Francia supera la Croazia 4-2. Risultato bugiardo, poiché la squadra di Dalic  ha dominato a lunghi tratti il match. I motivi perché i Vatreni sono andati vicino all’impresa

 

 di Beppe Vigani

La Francia sul tetto del mondo. “Meglio un generale fortunato, che un generale bravo”, diceva Napoleone, quasi avesse visto quello che è successo nella finale, dove gli uomini di Deschamps hanno piegato la Croazia 4-2. Esperienza, episodi a favore, hanno preso la strada della Costa Azzurra, consegnando la seconda Coppa del Mondo, dopo vent’anni esatti, ai Bleus. Nel calcio chi gioca meglio non è detto che vinca. E’ buffo metterla giù così, ma è il paradosso di questo sport. Dal macellaio, se non paghi, non puoi avere la carne, così dal fruttivendolo e in qualsiasi negozio. Nel calcio la moneta della tecnica non basta.

 

C’è il fisico, l’episodio, l’errore. Nella finale disputata allo stadio Lužniki di Mosca, la fotografia della partita è sembrata sfuocata. Il risultato poteva essere diverso, ma alla fine la storia la scrivono i vincitori, gli altri possono solo leggerla. Questa finale ha messo di fronte due nazioni molto diverse tra loro, proprio per questo vale la pena masticare anche a stadio chiuso questa finale. La Croazia ha meravigliato il mondo per il suo cammino, se non altro per le sue dimensioni territoriali (solo quattro milioni di abitanti). Ci sono anche le controversie vissute dal 1991 in poi, che non devono passare inosservate. Chi sa, ad esempio che il nonno di Modric è stato ucciso in guerra; che Perisic e Mandzukic erano piccoli rifugiati; che Rakitic, Rebic, Lovren, il c.t. Dalic sono fuggiti dalla Bosnia croata. La Croazia, insomma è una Nazionale di profughi. Una società bianca, perché a differenza della Francia, multietnica con le sue banlieu, non ha avuto un passato coloniale.  Infatti, la nazionale transalpina annovera solo sei di origine francese (Griezman, Lloris, Giroud, Pavard, Hernandez e Thauvin), 14 sono tutti figli di genitori immigrati, mentre 3 sono nati in Camerun (Umtiti), Congo (Mandanda) e Guadalupa (Lemur). Anche un paese nazionalista come quello slavo ha ben quattro giocatori nati fuori dal confine: Rakitic in Svizzera, Kovacic in Austria,  Lovren e Corluka in Bosnia-Erzegovina (ex Jugoslavia), ma gli altri sono autoctoni. I migliori però giocano all’estero: parlano almeno tre-quattro lingue. Come Arlecchino che parla inglese e tedesco e Pulcinella francese e spagnolo, ma da noi sono solo giri di giostra. Un suffragio a un Paese che è europeo dentro. Parlano di miracolo Croazia, ma ciò ha una spiegazione. Come tutti i paesi della vecchia Jugoslavia, lo sport è sempre stato al centro dell’educazione di un bambino. Da noi a sei anni si parla di mortadella, pastasciutta e peperonata, mentre da loro si gioca a basket, pallanuoto, calcio e pallamano. Sveglia anche alle 5 del mattino, per poter fare attività sportiva. Trovare una palestra decente nelle nostre scuole è un’oasi in mezzo al deserto, fare ore di educazione fisica (due a settimana) per molte realtà è come entrare in una boutique di Armani. Questa volta Golia ha vinto contro Davide: la superficie della Croazia è di 56.542 kmq, solo il doppio della Lombardia che ne ha 23.844, l’Italia 301.340. Zagabria, la capitale, ha poco più di 800mila abitanti. Ed è ancora meno paragonabile alla Francia 675.417 kmq, mentre Parigi ne ha 105,4. La Croazia non è un miracolo, perché come diceva Oscar Wilde “Ai miracoli non credo, perché ne ho visti troppi”.


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