QUANTO VALE LA CULTURA IN ITALIA?

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Nel 2017 il valore annuale complessivo della spesa in cultura e ricreazione delle famiglie italiane è stato di 71,4 miliardi di euro, pari al 6,7% della spesa familiare complessiva, con una crescita del 2,6%. La voce più significativa, aumentata del 3,1% nel 2017,  di poco superiore a 31 miliardi di euro risulta quella relativa alla spesa per servizi ricreativi e culturali, cioè quella destinata a teatro, cinema, musei e concerti . Ma nello stesso tempo segnalano anche forti disparità nelle
aree geografiche e nei contesti territoriali a Nord e Sud del Paese: nelle regioni settentrionali la spesa media mensile in cultura supera i 150 euro mensili, e rappresenta il 6% del budget familiare, mentre nel Meridione lo stesso dato è inferiore ai 95 euro. Nello specifico, il Trentino Alto Adige è la regione in cui si spende di più in cultura, 191 euro, voce che impegna il 6,3% della spesa delle famiglie, mentre la Sicilia è quella in cui si spende di meno, 66 euro, e le famiglie destinano alla cultura solo il 3,4% del loro budget.

Per quanto riguarda lo spettacolo dal vivo nel 2017 si registra da un lato una crescita della spesa al
botteghino (+0,71%) e soprattutto del volume d’affari (+4,45%); dall’altro una diminuzione
dell’attività di spettacolo (-2,56%) e una perdita negli ingressi (-4,31%). Risulta in flessione anche la
spesa del pubblico (-1,29%), che comprende oltre all’acquisto di biglietti e abbonamenti anche altre
voci, dai costi di prevendita dei biglietti, alle prenotazioni di tavoli, dal servizio guardaroba alle
consumazioni al bar .
Confrontando i dati dell’Italia con quelli dell’Eurozona, emerge come la spesa in cultura e ricreazione
delle famiglie italiane sia al di sotto della media europea e ben lontano dai paesi più virtuosi: 6,6%
sul totale della consumi finali contro l’8,5% europeo e l’11% della Svezia.

Nell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale (2018) è interessante osservare i risultati dell’indagine condotta da Eurobarometro sul rapporto tra cittadini europei e patrimonio. Dalle interviste  emerge come nei Paesi Ue sia molto alta la percezione del valore del patrimonio, che per oltre 8 europei su 10 è molto importante sia individualmente, sia per il proprio Paese. Inoltre, per 7 europei su 10 vivere in luoghi in cui siano presenti tracce o attività culturali contribuisce ad innalzare la qualità della vita.
In questa indagine l’Italia risulta in linea con gli altri paesi dell’Unione e con i valori medi europei.
Anche per i cittadini italiani, infatti, il patrimonio culturale è importante sia come individui (84%) sia
per il proprio Paese (91%). È interessante notare che le maggiori percentuali di risposte positive, ben
oltre il 90%, sull’importanza del patrimonio arrivano dalle fasce più giovani di popolazione, in
particolare tutte quelle comprese tra i 15 e i 44 anni. Per il 76% degli italiani intervistati, infine, vivere
a contatto con il patrimonio culturale migliora la qualità della vita, anche in questo caso un valore
più alto della media europea.
In linea con la media delle risposte dei cittadini europei anche quelle che indicano che per il 69% degli
italiani vivere in prossimità del patrimonio culturale dà senso di appartenenza all’Europa.

Andrea Cancellato, Presidente          di Federculture

«Le sfide della contemporaneità, dell’innovazione tecnologica e digitale, la sfida della competizione
internazionale richiedono un Paese più reattivo anche in ambito culturale»,  asserisce Andrea Cancellato, Presidente di Federculture. «Ci vuole una squadra, una Nazione che sia consapevole dei mezzi che ha, che li sappia riconoscere e li sappia usare (bene), che voglia credere nelle sue
potenzialità. Le imprese culturali», prosegue, «sono a disposizione, assumendosi per prime le responsabilità che competono loro, chiedendo agli interlocutori, dal Governo agli Enti Locali, dalle Imprese all’opinione pubblica, di fare altrettanto perché grazie alla cultura possiamo contrastare marginalità, povertà, analfabetismi e rendere migliore il nostro Paese, più accogliente e inclusivo, più forte nello scenario internazionale, più adeguato per affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Lo faremo con spirito costruttivo», conclude, «per partecipare alla costruzione di un’Italia che sia all’altezza della sua Storia, con cittadini di prima e di nuova generazione forti, istruiti e colti».

Quanto è importante il patrimonio culturale?

Nell’analisi della fruizione culturale da parte degli italiani i dati disponibili per il 2017  evidenziano una leggera crescita della quota di coloro che leggono almeno un libro l’anno, che sale dal 40,5% al 41%. Un piccolo incremento che inverte la tendenza negativa che ha caratterizzato gli ultimi anni. Aumentano in particolare coloro che leggono fino a 3 libri l’anno, ma diminuiscono i grandi lettori, ossia quelli che leggono 12 o più libri in un anno.

I dati sulla lettura mettono in risalto la scarsa partecipazione complessiva alle attività culturali, o meglio di inattività culturale. Sono, infatti, totalmente inattivi il 38,8 per cento degli adulti (con oltre 25 anni di età). L’assenza completa di pratica culturale varia considerevolmente per tipo di attività e per contesto territoriale di appartenenza: musei e mostre e siti archeologici e monumenti, per esempio, sono disertati rispettivamente dal 69,2 e dal 74 per cento degli adulti, con quote che salgono all’82 e all’82,9 per cento tra gli abitanti del Mezzogiorno interno, mentre per i concerti di musica non classica, la quota nazionale dei non partecipanti si attesta sul 78,9 per cento e per il cinema, sebbene rappresenti il consumo culturale più popolare, non ci è mai andato in 12 mesi il 51,6 per cento degli italiani.

Riguardo le performance dei musei Federculture ha commissionato una specifica ricerca che,
attraverso l’analisi dei bilanci di un campione rappresentativo dei più importanti musei italiani, ha
rilevato quali sono i modelli di business delle principali istituzioni museali del nostro paese ed in
particolare di alcune delle più importanti fondazioni museali, promosse perlopiù dagli Enti Locali e
Territoriali, e di alcuni tra i musei dotati di autonomia gestionale creati a seguito della riforma del
sistema museale nazionale del 2014.
L’obiettivo è stato dare risposta ad alcune domande: In che misura le fondazioni museali ed i musei autonomi sono in grado di coprire i propri costi attraverso i ricavi ed i contributi privati? Quanto incidono le sovvenzioni pubbliche in un bilancio di un’impresa museale? In che misura le istituzioni museali sono in grado di intercettare i contributi privati dei grandi e piccoli donatori?
Dall’indagine è emerso che il grado di autonomia delle istituzioni museali analizzate, e cioè la percentuale di entrate da ricavi caratteristici (incassi da biglietti, location management, attività didattica, vendite di altri servizi, diritti di concessione) sul totale delle entrate, è rilevante.
Nel campione analizzato emerge che in media il 62% dei ricavi delle fondazioni culturali pubbliche
deriva dai ricavi caratteristici. Lo stesso indicatore relativamente ai musei statali autonomi è in
media del 75%. I contributi privati rappresentano in media l’11% dei proventi complessivi. Nel caso dei musei statalil’incidenza dei contributi privati è ancora più bassa e si attesta, in media, poco al di sopra del 3%. Il contributo dei privati al sostegno delle attività e dei beni culturali è un tema che da molti anni è al
centro dell’attenzione del comparto culturale soprattutto in virtù del contenimento della spesa
pubblica registrata in Italia nell’ultimo decennio.
Basta confrontare i dati relativi ad alcune istituzioni museali europee per rendersi conto del fenomeno:
il Louvre nel 2017 ha ottenuto 19 milioni di euro dalla raccolta fondi dei privati, 34,3 milioni di sterline il Tate Modern (peraltro in calo rispetto al 2016 dove aveva collezionato 50,5 milioni di sterline) e 23,3 milioni di sterline il British Museum oltre a 15,9 milioni derivanti da donazioni e i lasciti anche in natura.
L’indagine conferma la difficoltà da parte delle istituzioni culturali di ottenere risorse da parte dei
privati. In particolare sono le erogazioni liberali delle persone fisiche che presentano un’incidenza
bassissima, mentre maggiore dinamismo è espresso dalle fondazioni bancarie le cui erogazioni sono
però concentrate nel Nord del paese.

La capacità attrattiva dei musei non può rappresentare l’unico parametro di riferimento per valutare l’azione di chi è chiamato a gestire un’istituzione culturale, ma di certo il numero di visitatori rappresenta un indice delle capacità del management museale di offrire un servizio qualificato al proprio pubblico di riferimento. L’analisi degli indici consente infatti di misurare due importanti parametri: il ricavo per visitatore che indica quanto il museo è in grado di incassare da ogni singolo visitatore e quindi quanto ogni utente partecipa al sostentamento della struttura; il contributo per visitatore che indica, invece, quanti contributi pubblici sono destinati ad ogni
singolo visitatore.
Nei musei statali dotati di autonomia il ricavo medio per visitatore è di 9 euro. Il contributo pubblico erogato per ogni singolo visitatore è invece di 3 euro.
Nelle fondazioni pubbliche il ricavo medio per visitatore è di 10 euro. Il contributo pubblico erogato per ogni singolo visitatore è invece di 4 euro.

L’analisi effettuata consente di verificare che  il modello prevalente è quello che è stato definito “commerciale”, applicato dalla maggioranza dei musei analizzati che si reggono quasi esclusivamente sui ricavi commerciali mentre i contributi pubblici incidono marginalmente.

SEMPRE PIU’ DIGITAL
Il digitale ricopre un ruolo sempre più importante all’interno dei musei e delle istituzioni culturali.
Partendo da un’analisi dei dati derivanti dall’ultimo Censimento Istat è possibile constatare come
appena il 30% dei quasi cinquemila musei presenti in Italia offra almeno un servizio digitale in loco
(comprendendo tra questi app, QR code, wifi, ma anche le più tradizionali audioguide) e almeno uno
online (sito web, account social, biglietteria online). La percentuale si riduce all’11% se consideriamo
i musei che ne offrono almeno due.
Da un’analisi più dettagliata sulla presenza dei musei sul web su un campione di circa 500 musei italiani (corrispondenti a circa il 10% dei musei italiani e rappresentativi del totale per tipologia e
localizzazione), emerge una leggera crescita del numero di istituzioni culturali con un sito web
proprietario (43% nel 2017 rispetto al 42% al 2016) e passi avanti si registrano anche sul fronte dei
servizi che mettono a disposizione: ad esempio la biglietteria online è presente già con una call to
action in homepage nel 23% di questi (+3 punti percentuali rispetto allo scorso anno).
A crescere con tasso più sostenuto è invece la presenza su canali non proprietari: il 75% dei musei è
presente su TripAdvisor (+20% rispetto a fine 2016) ed è in aumento il numero di account ufficiali dei
musei su tutti i maggiori canali social, in particolare su Instagram (la copertura è passata dal 15%
all’attuale 23%). Corrispondentemente è anche cresciuto il numero di musei che hanno scelto di
utilizzare sia Facebook sia Twitter sia Instagram (dal 13% al 18%) con la percentuale di musei senza
un account social che scende dal 46% al 43%.

Nel contesto del turismo internazionale viene confermato il trend di crescita degli arrivi che caratterizza il settore ormai dal 2010: UNWTO riporta un aumento del 6,7% nel 2017 rispetto all’anno precedente degli arrivi internazionali, che hanno superato gli 1,3 miliardi. Le stime per gli arrivi turistici internazionali nel 2018 prevedono un aumento compreso tra il 4 e il 5% rispetto al 2017, segnale del fatto che il turismo internazionale è destinato a crescere ancora, tanto che la previsione di UNWTO al
2030 è di 1,8 miliardi di viaggiatori.
Il 2017 è stato un anno favorevole anche per il turismo in Italia: con quasi 60 milioni di arrivi da paesi
stranieri, e 212 milioni di presenze il turismo internazionale ha fatto registrare un +8% rispetto al
2016.
L’andamento del settore è positivo anche nei primi mesi del 2018, in particolare per il turismo
internazionale che, tra gennaio e maggio è cresciuto del 5% in termini di arrivi e dell’8% per quanto
riguarda le presenze.

Sono aumentati i turisti internazionali ed è cresciuta anche la loro spesa: complessivamente gli stranieri in visita in Italia nel 2017 hanno speso 39 miliardi di euro, il 7% in più del 2016.
Ma permangono le note differenze territoriali: gli arrivi e la spesa turistica non sono distribuiti
uniformemente lungo lo stivale. Le regioni in cui i turisti spendono maggiormente sono la Lombardia,
il Lazio, il Veneto e la Toscana, dove si concentra il 60% della spesa turistica. Va registrato, però, il
balzo in avanti della spesa in alcune regioni del Sud, come la Puglia, +10,4%, la Campania, +18,5% e le
Isole che vedono i maggiori aumenti della spesa turistica: Sardegna +33,4% e Sicilia +23,6%.

Il 2017 ha visto una crescita anche del turismo culturale, +4%, degli arrivi, che si conferma come il
segmento di maggior peso del settore, sempre in termini di arrivi, rappresentando il 35,4% del totale
del mercato turistico. Il turismo nelle città d’arte, inoltre, continua ad essere il più ricco del comparto: la spesa dei turisti nelle destinazioni culturali è la più alta, 15,5 miliardi di euro nel 2017 (oltre il 59% della spesa turistica complessiva) e registra una crescita dell’11,4%.

Nel 2017 e 2018 lo stanziamento MiBAC è stato confermato nell’entità degli anni precedenti: per il
terzo anno consecutivo, dopo una lunga stagione di tagli, il bilancio ministeriale è superiore ai 2
miliardi di euro e anche nel previsionale 2018 risulta uno stanziamento di 2,4 miliardi.
Il bilancio del MiBAC andamento storico (milioni di euro)
Fonte: elaborazioni Federculture su dati MiBAC
E’ in linea con quanto registrato negli ultimi anni anche l’importo del FUS (Fondo Unico per lo
Spettacolo) a sostegno dello spettacolo dal vivo, che nel 2018 è complessivamente pari a circa 333
milioni di euro, importo che con il ddl n. 804/2018 è stata incrementato con ulteriori 10 milioni di euro.
Il fondo per il cinema e l’audiovisivo, istituito con la legge n. 220 del 14 novembre 2016, ha sostenuto
l’industria del cinema e dell’audiovisivo con una spesa di 400 milioni.
La spesa in cultura delle amministrazione comunali nel 2016 (ultimo dato Istat disponibile) riporta un
calo del 4% rispetto al 2015. In particolare le riduzioni più accentuate si registrano per le
amministrazioni del Centro-Sud e delle Isole. Un trend opposto si osserva nei Comuni del Nord-Est che
fanno registrare un incremento della spesa in cultura del 12,7%.

Un andamento negativo si registra anche tra le amministrazioni provinciali: la spesa in cultura del
2016 scende del 37% rispetto all’anno precedente, decremento che caratterizza le amministrazioni in
tutto il territorio nazionale.

Sul fronte dei privati, risultano in diminuzione per il secondo anno consecutivo le erogazioni destinate
ad arte, attività e beni culturali effettuate dalle Fondazioni di origine bancaria. Nel 2017, in una
generale contrazione delle risorse erogate del 4,4%, quelle per il settore culturale, che comunque
rimane l’ambito principale di intervento delle Fondazioni stesse, sono state pari a 237 milioni di
euro, il 9% in meno rispetto all’anno precedente.

Sempre in tema di investimenti privati, l’Art bonus si conferma uno strumento fondamentale di
sostegno al recupero e alla valorizzazione del patrimonio culturale da parte di cittadini ed imprese. Di che cosa si tratta? Di un credito d’imposta destinato a tutti coloro, privati cittadini, oppure imprese, che decidono di effettuare erogazioni liberali di denaro a sostegno della cultura, per la valorizzazione e il recupero del patrimonio culturale italiano. Sostanzialmente offre l’opportunità di godere di importanti benefici fiscali sotto forma di credito di imposta pari al 65% dell’importo erogato da ripartire in tre quote annuali di tale importo. Istituito e introdotto due anni fa con il Decreto Legge 83/2014 e reso permanente con la Legge di Stabilità 2016, nacque con la finalità di realizzare un nuovo regime fiscale agevolato per le erogazioni liberali in denaro in favore degli enti e fondazioni culturali di natura pubblica, che si occupano di beni artistici architettonici, musica e spettacolo, da parte di persone sia fisiche sia giuridiche.

A luglio 2018 le erogazioni private alla cultura effettuate tramite Art bonus hanno raggiunto la cifra
di 264,7 milioni di euro, con 8.531 mecenati che hanno effettuato donazioni per la realizzazione di
1.703 interventi in favore di musei, monumenti, siti archeologici e fondazioni lirico sinfoniche sparse
in tutta la Penisola.

L’efficacia di Art bonus è però molto diversa nei territori: ben l’81,5% delle erogazioni, infatti, si ferma al Nord, al Centro ne è destinato il 16,6% e appena il 1,8% arriva fino al Sud e alle Isole.

Risultati che sostengono la necessità di avere una normativa specifica per le imprese
culturali e creative.


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