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Alessandro Galimberti, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

di Manuela Gallo

Comunicazione al femminile. Chi sono le donne che lavorano nella comunicazione. Come comunicano le donne? C’è molta narrativa che ne parla.  C’è chi ha provato anche a mettere in contrapposizione e a confronto il genere femminile con  quello maschile per sottolinearne le differenze. E più ci si addentra nella discussione e più si corre il rischio di scrivere altri fiumi di parole. Così What-u, come sua prassi, ha preferito interpellare le dirette interessate. Partendo proprio dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, che vanta una concentrazione femminile che sfiora il 90%. Che cosa significa lavorare con le donne, lo chiediamo ad Alessandro Galimberti, Presidente dell’Ordine della Lombardia. «L’amministrazione di questo Ordine nasce già dalle origini con una rappresentanza di generi paritaria. La lista dei professionisti nella quale sono stato eletto aveva tre candidati uomini e tre candidati donne. Di prassi io guardo sempre oltre la rappresentanza di genere perché sono del parere che le persone devono essere valutate per la loro competenza, l’indole e le finalità che si pongono nei luoghi di lavoro. Lavorare con le donne, al di là dei luoghi comuni e delle generalizzazioni che sono sempre sbagliati, perché è evidente che uomini e donne hanno diverse attitudini nell’affrontare la vita, è davvero molto impegnativo, ma nel contempo sempre stimolante. Le donne hanno il vantaggio di avere in generale un atteggiamento sempre molto più pragmatico e una metodologia rigorosa. Questa è la loro marcia in più». Spesso però le donne fra loro diventano conflittuali. Come si riesce a mantenere un buon spirito di squadra? «Io esigo il rispetto delle persone nei comportamenti e nelle azioni.

Elisabetta Graziani, direttore dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

Le conflittualità esistono dappertutto, perché è un problema dentro i generi e fra i generi. Esiste il maschio Alfa e la donna Regina, entrambi propensi a comandare. Vero è che quando ci sono delle conflittualità fra donne, se non vengono risolte, tendono a radicarsi in profondità. Questo fra uomini non accade, sebbene ogni generalizzazione sia limitativa, perché di prassi l’uomo preferisce confrontarsi in modo più diretto, e non si risparmia quasi mai. Il ruolo del presidente dell’Ordine prevede tante funzioni, la responsabilità più impegnativa, senza fare distinzione di generi, riguarda proprio la gestione del personale che spesso può mettere a dura prova, in qualsiasi contesto, anche la leadership più temprata.  Il buon capo è colui che punta sull’autorevolezza piuttosto che sull’imposizione, e se questa non è un’attitudine innata, occorre esercitarsi quotidianamente per raggiungere questo obiettivo». Che cosa serve maggiormente dire o fare quando si ha a che fare con un esercito al femminile? «Con gli uomini c’è molto più “non detto”. Con le donne serve molto più dialogo. Il dialogo non deve mancare mai e deve essere costante. Questa è una regola che potrei definire aurea». Per entrare ancora più nel dettaglio del valore aggiunto delle quote rosa che lavorano all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia What-u ha chiesto il parere di Elisabetta Graziani, che ne è il direttore da oltre 17 anni. Si parla spesso di potere delle donne». E il suo qual è? «A mio avviso il potere delle donne sta nella mediazione , nella capacità di gestire le complessità, nel saper curare situazioni e rapporti contestualmente e su più livelli. Un’abilità prettamente femminile che privilegia la soluzione armonica allo scontro frontale; l’attenzione al particolare, il riconoscimento delle differenze, la capacità di cogliere quel quid per raggiungere soluzioni di squadra. D’altra parte sono queste le doti di un leader femminile: sciogliere i nodi, ricurire, recuperare, ossia fare un uso ottimale della pazienza, dote che ha sempre distinto le donne  per secoli, come la Storia ci insegna».

Ci parli dei suoi compiti e delle sue responsabilità… «La mia attività all’interno dell’Ente è molto articolata e anche complessa: dal coordinamento, alla vigilanza fino all’attuazione delle decisioni del Consiglio e degli “affari del personale”.  Nel 2016 sono stata nominata Responsabile interno dei trattamenti dei dati e nel 2017 Responsabile della Prevenzione, della Corruzione e della Trasparenza e nel 2018 Preposto per la sicurezza. Insomma all’Ordine l’impegno quotidiano è notevole». A suo avviso quali sono i requisiti indispensabili per svolgere un lavoro come il suo? «L’alto senso del dovere per il perseguimento dell’efficienza e dell’efficacia dei servizi istituzionali, una buona base di cultura, la capacità di  rispettare dei principi di buon andamento e imparzialità dell’attività amministrativa, anteponendo l’osservanza della legge e l’interesse pubblico agli interessi privati propri e altrui, la determinazione. Il tutto sempre accompagnato da una buona dose di buon senso». Come riesce a coadiuvare gli impegni famigliari con quelli lavorativi? «Il rapporto con il tempo esige lucidità e implica organizzazione. Anche qui l’esperienza di genere fa la differenza. Nella mia quotidianità parto da una scala di valori che determina la priorità e mi impongo di essere rigorosa dedicando a lavoro, casa e famiglia l’energia totale. Con quel tocco di ironia e di improvvisazione creativa che serve a superare ostacoli ed errori». Organizzazione al primo posto, e Anita Falcetta, co-fondatrice e responsabile delle relazioni esterne di Mokamusic, che ha iniziato a lavorare dal 2006 a 360 gradi nella comunicazione ne sa qualcosa. «La prima industry in cui ho lavorato è stata quella degli Eventi Corporate. Ho deciso di lavorare in comunicazione perché  ho sempre sentito di avere un’ attitudine personale verso le pubbliche relazioni, perché ho studiato marketing  e comunicazione strategica e in ultimo, ma  non meno importante, perché nel momento in cui mi sono trovata a scegliere cosa fare da grande, si avvertiva un certo fermento nell’aria, si intuiva che stava per iniziare una nuova era, quella che ha prodotto, di lì a poco,  la rivoluzione digitale e di costume che stiamo attualmente vivendo. I pro e contro di questo mestiere con il passare del tempo sono tanti: potrei iniziare dalla stimolazione continua verso l’approfondimento e lo studio delle dinamiche umane ed aziendali, alla possibilità di una crescita continua grazie all’attività di networking, all’opportunità fornita dai nuovi strumenti e canali di

Anita Falcetta, co-fondatrice e responsabile delle relazioni esterne di Mokamusic

comunicazione digitale di parlare con bacini sempre più ampi di audience senza limiti di territorio, allo stimolo verso il rinnovamento costante. La mancanza in Italia di una cultura profonda legata alla materia della comunicazione e del marketing, la convinzione diffusa che queste discipline possano essere esercitate da chiunque senza necessità di una formazione scientifica e profonda, la scarsa connessione delle Facoltà di Comunicazione e Marketing soprattutto delle Università Pubbliche con il mondo del lavoro, per me rappresentano i punti deboli di questo settore e mestiere. Molti pensano di poter lavorare nella comunicazione. Ma non è così scontato». Quali sono i fondamentali per poterlo fare bene? «A mio avviso uno dei fondamentali per poter svolgere al meglio questo mestiere è la “capacità di ascoltare ed osservare” porgendo all’esterno un orecchio e uno sguardo analitico-psicologico. L’ascolto delle esigenze del target, del mercato, l’ascolto del racconto del CEO, del Manager, come l’ascolto del vissuto della persona incontrata alla fermata dell’autobus, sono la base di partenza dell’analisi dei bisogni che porta alla proposizione di adeguate strategie di marketing e comunicazione. Altro punto importante in grado di garantire un ottimale svolgimento della professione penso sia  la capacità di “mettersi nei panni altrui” per vivere da dentro quelle che potranno essere le esigenze della domanda». Come si crea un ufficio stampa e marketing comunicazione? «Con tanta pazienza. Credo nelle relazioni vere, quelle che non passano attraverso i data base di giornalisti /contatti ma che affondano al contrario le proprie radici nei rapporti personali, quei rapporti che vanno coltivati con il tempo necessario e un’applicazione giornaliera». Ci racconti la tua storia? «Questa per me  è la risposta più difficile perché il mio non è stato un percorso regolare. La sua irregolarità è dovuta al fatto che provenendo da una famiglia con scarse possibilità economiche ho sempre dovuto lottare e soprattutto ho dovuto sviluppare una visione flessibile della vita professionale, ho dovuto imparare ad adattarmi al contesto e avere l’intuito di captare le opportunità che mi si presentavano man mano. Ciò mi ha permesso di crescere tantissimo e, anche se talvolta con pazienza e attraverso strade più lunghe e tortuose, sono riuscita comunque a raggiungere i miei obiettivi. Ho avuto il grande privilegio di poter andare via dalla Sicilia, terra bellissima ma notoriamente spinosa, e di trasferirmi a Roma a 18 anni e mezzo, grazie alla possibilità offertami da Villa Nazareth – Fondazione Comunità Domenico Tardini, Collegio di Eccellenza riconosciuto dal MIUR, di usufruire di una borsa di studio. Vivevo in Residenza e frequentavo l’Università La Sapienza. Lungo la strada ho incontrato tante persone e personalità, sono cresciuta grazie al confronto, mettendomi molto in discussione. Ho vissuto situazioni positive e negative. In ogni fase di passaggio della mia vita ho sempre incontrato una donna più grande di me che mi ha dato l’opportunità di crescere. Dopo varie esperienze all’interno di importanti aziende, a supporto di amministratori delegati e direttori marketing, ho deciso di “mettermi in proprio”, dal 2011 al 2017 ho svolto attività di consulenza strategica di marketing e comunicazione aziendale per diversi settori e note realtà, nel 2017 ho fondato con mio marito, il compositore Philip Abussi, Mokastudio International Srl, che abbiamo proposto sul mercato con il brand Mokamusic, realtà specializzata in produzioni, consulenze e servizi musicali, attiva su scala nazionale ed internazionale. Questo è solo l’inizio…». Se potesse tornare indietro che cosa non farebbe più e cosa invece le piacerebbe fare che non hai fatto? «Tendenzialmente rifarei tutto quello che ho fatto, magari certe cose le rifarei con un altro atteggiamento, gestirei delle situazioni con maggiore freddezza e minor coinvolgimento emotivo». Quanto influisce tuttora l’aspetto fisico per una donna nel mondo del lavoro? «Tantissimo, questo tema è una piaga sociale soprattutto nella nostra nazione». Lei ha mai avuto problemi da questo punto di vista e se si quali?

Da sinistra, Philip Abussi, compositore e direttore creativo e Anita Falcetta, responsabile delle Relazioni Esterne, co-fondatori dell’agenzia di comunicazione e marketing Mokamusic

«Molteplici, il mio aspetto fisico mi ha portata a dover dimostrare il mio valore intellettuale, ha attirato su di me l’interesse talvolta non professionale di alcune persone appartenenti all’altro sesso, dinamiche che ovviamente hanno prodotto delle conseguenze in ambito lavorativo  e che mi hanno spinta alcune volte a fare un passo indietro pur di tenere fede ai miei principi, nel rispetto delle mie competenze. Per avere la possibilità di studiare ho dovuto fare tanti sacrifici. Mi addolora dirlo,  tanto quanto ho incontrato donne meravigliose lungo il mio percorso professionale, dall’altro lato le mie peggiori nemiche sono state Donne.  Ciò nonostante credo fermamente che noi Donne, in questo momento storico, abbiamo una grande opportunità di mostrare il nostro valore, credo che possiamo farlo. Dobbiamo però essere in grado di fare squadra, di sotterrare il retro pensiero e il pregiudizio, di uscire dal selciato della Vanità e vivere l’ambito lavorativo secondo una logica realmente professionale, lasciando da parte la sfera emotiva». Lei lavora con suo marito». Quali i pro e quali i contro del lavorare assieme con il proprio partner? «Al 95% i Pro, al 5% i Contro. Lavorare assieme a mio marito è la cosa più bella che mi sia capitata, per me è un onore dopo diverse esperienze al fianco di importanti professionisti e professioniste, poter lavorare al fianco di una mente così brillante e sconfinata. Tuttavia non è sempre facile,  lavorando moltissimo senza sabati e domeniche o festività, ogni tanto è necessario “imporsi di ritrovarsi”, come si direbbe di “staccare”, non è semplice inoltre convivere, anche professionalmente, con una mente creativa, o meglio, con un compositore…la sua attitudine ontologica lo porta spesso a chiudersi nel suo mondo. Ma questi “contro” sono superabili. I”contro” che sopporto di meno sono quelli che vengono generati dall’esterno. Pur essendo socia al 50%, pur avendo una carriera indipendente alle spalle, in alcune circostanze mi sono tristemente trovata a dover ribadire il mio valore. Tristemente perché di solito preferisco che siano gli altri a dichiarare cosa so fare o non so fare». Quali consigli potrebbe dare a chi volesse iniziare un’attività come la sua iniziando da zero? «Nel mercato del lavoro attuale, veloce anzi velocissimo e altamente competitivo, per emergere bisogna farsi acqua, rompere le barriere e le frontiere, e per farlo è necessario “cancellare l’approccio egoico ed egocentrico”.  Il modello autoreferenziale non funziona più, bisogna che anche noi Italiani impariamo a fare

Associazione Italiana  Glicogenosi, (http://www.aig-aig.it)

squadra. Dal confronto si cresce. Un altro consiglio è quello di seguire i trend e il lifestyle del momento con approccio critico, tenendo ben saldi i piedi sulla terra, nel senso reale, il contatto con la terra ci restituisce sempre la consapevolezza della nostra umanità, che va tutelata. La “virtualità e la social-mediaticità” è una nuova dimensione della nostra vita ma non è quella essenziale, il che se ne dica». Quando si inizia a capire se un’attività funziona oppure no? «Banalmente quando guardando i numeri si è soddisfatti dei risultati oppure quando, riscontrando un certo interesse di mercato intorno al business di cui ci si sta occupando, si intuisce che presto se ne potranno raccogliere i frutti»Alessandra Sala, giornalista e scrittrice di libri, specializzata in narrativa per bambini, moglie di Fabrizio (N.d.r. Seidita, noto medico pediatra), assieme al quale ha fondato l’Associazione Italiana  Glicogenosi, (http://www.aig-aig.it). «Scrivere è sempre stata la mia passione. Da bambina ero molto timida e, per questo, non avevo amici. Mentre tutti erano fuori a giocare io mi rinchiudevo in camera a leggere e a scrivere. Nel mio mondo magico avevo tanti amici immaginari, elfi, fate, orsi bianchi e streghe pasticcione con cui vivevo storie bellissime. Crescendo ho iniziato a scrivere racconti e uno di questo mi fu pubblicato e pagato dalla rivista Annabella. Dai racconti sono passata alle interviste per varie riviste e quotidiani La Repubblica, l’Avvenire, Il Corriere d’Informazione. Ogni intervista, per me, era un vero racconto in cui la realtà diventava magia. Il primo giornale in cui sono stata regolarmente assunta è stato Il Corriere dei Piccoli, poi sono diventata caporedattore a Snoopy. Redazioni piccole in cui eravamo tutti amici»Poi dai giornali è passata ai libri per i bambini. Perché questa scelta? «La nascita di un bambino con una malattia rara e la chiusura di Snoopy, mi hanno costretta a

Alessandra Sala, giornalista e scrittrice di libri, specializzata in narrativa per bambini
Da sinistra, la giornalista scrittrice Alessandra Sala e il figlio, Niccolò Seidita

chiedere alla casa editrice un part-time.  È stata una lunga lotta, mesi in cui sono stata sballottata in diverse redazioni, ma alla fine mi sono dovuta licenziare. E mentre facevo la mamma a tempo pieno, inventando favole per mio figlio, ho pensato che quelle favole potevo anche scriverle…E così è nata “Isotta strega farlocca”, un libro edito da Edizioni Paoline, la storia di una strega pasticciona che, nonostante i suoi limiti, alla fine risulta una vincente e diventa la regina delle befane. A cui sono seguiti “Isotta e la memoria farlocca”, “Il meraviglioso mondo delle formiche”, “Dov’èfinito Carlotto? Cotton Blu”, “Cacciatrice di calzini”, “Il Bus Del Blues”, “Quattro ali per volare”,“Il profumo del Maestrale” e “Evvai coi diritti”. Per ogni libro ho studiato un piccolo spettacolo teatrale, che ho messo in scena con l’aiuto di mio marito Fabrizio e di alcuni amici e così come per incanto Isotta, Carlotto, Cotton sono usciti dalla carta stampata per diventare personaggi in carne ed ossa facendo ridere, ballare e cantare tanti bambini. Con questi spettacoli giro per le scuole. Non sono diventata ricca, ma l’incontro con i bambini mi regala gioia e emozione ogni volta, come la prima volta»Come nasce un suo libro, il soggetto di un libro? «Oggi non sono più timida come quando ero bambina e ho tanti amici reali, ma il mio mondo incantato è sempre aperto e appena posso mi tuffo dentro e comincio a scrivere. A volte la storia ce l’ho già in testa, altre volte invece sboccia da sola mentre sono al computer, facendomi innamorare dei miei personaggi. Con loro vivo fino all’ultima pagina e quando il libro sta per finire faccio fatica a lasciarlo andare. Ogni libro è un figlio che ami e non vorresti mai lasciare»Pro e contro di una scrittrice? «Scrivere è prima di tutto una necessità. Si scrive perché si ha qualcosa da dire che si vuole condividere con gli altri. La scrittura per me è terapeutica, mi aiuta a controllare le paure, l’ansia, ad affrontare i problemi della vita di tutti i giorni e mi regala quel pizzico di magia che mi fa colorare anche i momenti più bui della vita. Flaubert affermava che scrivere è una vita da cani, ma l’unica che vale la pena vivere. Ed io la penso proprio così!  Per diventare un grande scrittore il talento è certamente indispensabile, ma servono anche studio, curiosità e fatica sia per cercare il proprio stile sia per non demoralizzarsi davanti ai tanti “no” che puoi ricevere dagli editori, sia per capire che con questo lavoro, a meno che non diventi famoso come Camilleri che vende più di 100 mila copie all’anno, non puoi vivere. D’altronde se si pensa che un genio come Kafka si manteneva facendo l’assicuratore e Svevo vendeva le vernici …si capisce benissimo che il mercato editoriale è molto complesso e i diritti d’autore sempre più esigui»Il momento più difficile prima e dopo avere scritto un libro? Quello più bello? «Non ci sono momenti difficili prima…ma tanti dopo. La paura che il tuo libro non piaccia, che nessuno lo voglia pubblicare. La delusione nel ricevere critiche a quello che tu reputi sia un bel libro. Il momento più bello è quando ti arrivano a casa le prime copie del tuo libro stampato. È un momento magico che riempie di gioia: lo annusi, lo accarezzi, lo stringi al cuore come un figlio»Ha coinvolto anche suo figlio Niccolò nella scrittura di un libro. Una vera impresa coinvolgere un figlio in un progetto così impegnativo. Come è iniziata la vostra collaborazione? «Il libro che abbiamo scritto insieme si intitola “Quattro Ali per volare” ed è una storia d’amore tra due ragazzini. La protagonista femminile ha una malattia rara: la glicogenosi. La stessa che ha mio figlio. Proprio per questo motivo ho proposto a Niccolò (N.d.R.: Seidita) di scriverlo con me. Avevo paura di ricevere un rifiuto e invece ha accettato l’invito, regalando al racconto più credibilità al personaggio. Questo romanzo mi ha regalato una gioia immensa: creare qualcosa insieme e, nello stesso tempo, raccontare una storia che potesse spiegare come si può accettare con il sorriso anche una malattia rara. Dal libro è stato tratto un musical che è stato rappresentato a teatro a: Buccinasco, Firenze, Alba, Cagno in provincia di Como, Corsico in provincia di Milano, Modena, Rimini e in diverse scuole per avvicinare i ragazzi al mondo delle malattie rare. Il libro, il cui ricavato delle vendite è devoluto all’Associazione Italiana Glicogenosi, è stato scelto da Genzyme, società del gruppo Sanofi, come mezzo di divulgazione e sensibilizzazione sul tema delle malattie rare. Nel 2014 ha vinto la targa d’onore come libro più venduto della Casa Editrice Il Ciliegio e da quell’anno continua ad essere il libro più venduto nella collana teenager della casa editrice». Mai dire mai a cosa? «A scrivere…su qualsiasi argomento…». 

Per Erica Arosio la passione per la scrittura nasce dai tempi del liceo. «Ho sempre voluto scrivere anche di narrativa, poi per vari motivi non sono mai riuscita a farlo e quindi ho scelto di fare la giornalista, perché era la strada più praticabile e immediata per vivere di scrittura, che era quello che mi piaceva fare. Ho scritto molte critiche cinematografiche, saggi sul cinema, una biografia di Marilyn Monroe, poi nel 2012 ho pubblicato il mio primo libro “Uomo sbagliato”, la storia di un uomo e una donna sposati, che si incontrano per ragioni di lavoro e in seguito a quell’incontro fatale, le loro vite cambiano. Nei panni di scrittrice di libri mi trovo benissimo. Mi piace l’opportunità di potere praticare una scrittura libera. Quando facevo la giornalista dovevo rispettare molte più regole, attenermi maggiormente all’esigenza di scrivere di certi argomenti, in determinati tempi e spazi. Insomma era sostanzialmente una scrittura “su commissione”. Dopo il successo di “Uomo sbagliato” (N.d.R.: 4 le ristampe e poi è stato pubblicato anche nella versione economica), ho continuato scrivere con un amico giornalista Giorgio Maimone, ex capo redattore del Sole 24 ore, dove ha lavorato per oltre 30 anni. Un accostamento apparentemente particolare il nostro visto che lui per anni ha scritto di economia e io di attualità e cinema. In realtà abbiamo molti hobbies e passioni personali in comune. Giorgio come me è un appassionato di cinema, letteratura, teatro. Ha fondato il portale di canzone d’autore “La Brigata Lolli”, Si occupa di recensioni librarie e discografiche. E’ nella giuria del Premio Tenco».

Erica Arosio, giornalista e critico cinematografico, è passata dall’altra parte della barricata pubblicando il suo primo romanzo L’uomo sbagliato con La Tartaruga nel 2012 (riedito da Baldini & Castoldi nel 2014). L’anno successivo esce Vertigine (Baldini & Castoldi), scritto a quattro mani con Giorgio Maimone che segna l’inizio di una serie gialla di cui escono poi “Non mi dire chi sei – il caso Giuditta” (Tea 2016), “Cinemascope. Un delitto alla moviola per Greta e Marlon” (Tea 2017) e “Juke box. Cento lire tre delitti per Greta e Marlon (2018, Tea). Sempre in coppia con Giorgio Maimone dà alle stampe L’amour gourmet (Mondadori Electa, 2014) e a ottobre 2018 “A rincorrere il vento – ’68: il B side”, un romanzo sull’anno della contestazione generale visto con gli occhi di due adolescenti. Nel 2018 pubblica, sola, una raccolta di racconti brevi, “Carne e nuvole, 100 storie corte come un caffè” (Morellini)

Quale la strada da consigliare a una persona che pensa di avere talento come scrittore, scrittrice? «Per scrivere occorre essere bravi lettori. E poi bisogna essere sintonizzati con “gusti e tendenze” prima di bussare alla porta di un editore. Senza perdere di vista un obiettivo fondamentale: occorre scrivere quello che si ha voglia di scrivere. Un altro consiglio: non mandare la copia del proprio libro a tutti gli editori. Basta inviare un solo capitolo accompagnato da una scheda di presentazione accattivante, che colpisca l’attenzione. Ponendosi sempre la domanda: “Perché un editore dovrebbe scegliere il mio libro e non un altro?”. Meglio avere un agente? E’ sempre meglio avere un intermediario, un agente che si occupi di tutte le pratiche burocratiche. Quando si arriva ad ottenere un contratto con l’editore, di prassi all’agente viene riconosciuto il 10% dei proventi. All’editore vengono ceduti solo i diritti editoriali e quelli sugli e-books. Di prassi i diritti, cinematografici, televisivi e teatrali continuano a essere gestiti dall’agente. E in questo caso va valutata un’altra ripartizione dei compensi. Insomma le clausole sono davvero tante per questo motivo è necessario rivolgersi a un agente o a un’agenzia letteraria. Quale dei suoi libri ritiene il più bello?  Il primo, “Uomo sbagliato” con il quale ho un rapporto stretto a doppio filo. Un’altra avventura è stata cimentarmi nella scrittura di una favola per bambini molto piccoli, che ho intitolato “La bambina che dipingeva le foglie”. E’ nato da una proposta ricevuta da Alberto Cristofori, che con Manuela Galassi ha fondato due anni fa Albe Edizioni».

 

Il complimento più bello che ha ricevuto? «“Mi sono emozionata leggendo un suo libro…”».

Bruna Magi, savonese, vive a Milano, dove lavora come giornalista e critico cinematografico. Ha scritto per Grazia, Anna, Panorama, Gioia, Il Secolo XIX, Il Giornale, Libero. E’ autrice di numerosi romanzi, tra i quali una trilogia fantasy, il romanzo “La sindrome del Califfo” (le relazioni pericolose di Laclos rivissute ai nostri giorni) e il più recente “Prima pagina” (rilettura del Bel Ami attraverso la figura di uno spregiudicato e affascinante direttore contemporaneo), pubblicato da Bietti. E’ in uscita il suo nuovo libro, il cui titolo è ancora top secret.

«Scrivere libri fa parte della mia natura», racconta Bruna Magi, giornalista e scrittrice.  «Ho iniziato a fare la giornalista con la vocazione sopita di fare la scrittrice. All’epoca scrivere e riuscire a pubblicare un libro era davvero difficile. Quindi iniziare a scrivere per i giornali è stato per me un primo passo verso una passione che poi sono riuscita a concretizzare. Quella di diventare una scrittrice. Scrivere libri è un privilegio dell’anima perché ti offre l’opportunità di smarcarti dalle regole che ti può imporre un direttore e dalle necessità del giornale per il quale scrivi. Per me i libri sono i figli che non ho avuto. Anni fa sono stata vittima di un plagio e ho provato un dolore terribile. Ho sofferto come se mi avessero portato via una parte di me». Come si sceglie un editore? «Oggi ci sono molte possibilità. Per evitare fregatura consiglio sempre di depositare il proprio manoscritto alla Siae prima di farlo vedere ad altri. Di prassi consiglio di evitare i giganti dell’editoria quali Mondadori, Rizzoli perché prediligono nomi e scrittori già noti, quindi il rischio è che il proprio libro resti in giacenza per anni. Il mio suggerimento è di andare a fare un giro in una libreria e verificare quali generi pubblicano le altre case editrici». Quali difficoltà si incontrano quando si scrive un libro? «La difficoltà è soggettiva. Ogni autore ha le sue difficoltà. Perché si scrive in situazioni, posti e orari diversi, quindi con modalità e tecniche differenti. C’è chi scrive pagina per pagina, e chi si immagina il libro nel suo insieme. A me per esempio quando viene l’idea per scrivere un libro, immagino il libro nella sua struttura completa. Di prassi faccio una scaletta nella quale prefiguro i capitoli, è come se scrivessi per immagini. Forse influenzata dalla sua lunga carriera come critica cinematografica. Sì credo di si. Immagino scena dopo scena, poi scrivo il testo è come se facessi un montaggio di un video, di un film». Come si fa a capire se si è bravi oppure no? Se il proprio libro può piacere ed essere il primo di tanti? «Un altro suggerimento che di prassi do, è quello di fare leggere agli amici, conoscenti quello che si scrive per avere un primo parere. Poi una figura fondamentale nelle case editrici è l’editor, che offre suggerimenti fondamentali per apportare modifiche che possono davvero migliorare qualsiasi testo. Vale anche per i grandi nomi». Quante copie occorre vendere per proseguire nella carriera di scrittore, scrittrice?  «All’inizio è importante farsi conoscere. Conta molto la pubblicità. Le conoscenze. Insomma occorre essere dei “buoni sgomitatori”.  Sconsiglio la pubblicazione fai-da-te perché è davvero avvilente, toglie prestigio. Bisogna credere nelle proprie capacità, peculiarità. Solo in questo modo il successo prima o poi bussa alla porta».

Gabriella Menarini, insegnante di italiano e storia al Liceo di Istruzione Superiore Evangelista Torricelli di Milano

Comunicare con i ragazzi oggi non è un’impresa semplice. Quindi qual è oggi il segreto per comunicare in modo efficace con i ragazzi? What-u lo ha chiesto a Gabriella Menarini, insegnante di italiano e storia all’Istituto di Istruzione Superiore Evangelista Torricelli di Milano. «Per comunicare in modo efficace con i ragazzi. Innanzitutto ci vuole competenza, quindi occorre conoscere bene gli argomenti di cui si parla, è necessario cercare di usare un tono di voce non monotono e bisogna coinvolgere spesso i ragazzi. La comunicazione a scuola non deve essere unidirezionale, ma deve ottenere sempre un feedback da parte dei ragazzi per motivarli all’attenzione e coinvolgerli maggiormente, facendo per esempio dei riferimenti alla realtà, che li possa coinvolgere maggiormente. Cercando di sviluppare, per esempio, il loro senso estetico, visto che le mie materie trattano “il bello”, dal punto di vista letterario, poetico, artistico». Qual è l’argomento più ostico per i ragazzi? «La storia, come materia in generale, non tanto nel momento della narrativa e della spiegazione, perché in questa fase i ragazzi sono attenti e propositivi, ma in quello dello studio, perché richiede uno sforzo mnemonico e per i ragazzi di oggi è più difficile imparare i nomi, le date, la consequenzialità degli eventi. Perché mentre noi una volta per recuperare le informazioni, facevamo affidamento solo sulla nostra memoria, ora i ragazzi hanno accesso a tutta una serie di dispositivi, strumenti che consentono loro di recuperare qualsiasi tipo di informazione in tempo reale e non capiscono più l’importanza di usare il proprio cervello come strumento di recupero dati»Come arginare questo fenomeno, perlomeno a scuola? «Nella nostra scuola il Liceo di Istruzione Superiore Evangelista Torricelli, abbiamo la fortuna di disporre delle lim, ossia di lavagne interattive che ci consentono di supportare la spiegazione orale attraverso l’immagine che aiuta a stimolare la memoria visiva. Però occorre fare attenzione a non assecondare troppo la tendenza a non memorizzare, perché il processo di memorizzazione attiva le capacità neuronali dei ragazzi, rendendoli persone mentalmente più attive e ricettive. Non bisogna demonizzate i Pc e gli smartphone, occorre solo usare un po’ di più la testa. Io cerco di lavorare molto a scuola su questi aspetti, spiegando che memorizzare un dato collegandolo a una serie di eventi contemporanei immediatamente precedenti o successivi,  aiuta a creare il contesto. Nel momento in cui creo il contesto, quella data, quell’elemento si fissano nella mia memoria». Che cosa si è perso e acquisito nell’insegnamento? «Si è persa l’abitudine alla concentrazione, la capacità e voglia di restare concentrati per approfondire»I genitori possono dare supporto ai figli? «Certamente, l’aiuto dei genitori è essenziale. Anche loro devono fare capire che l’istruzione è un valore e per questo motivo devono fare sentire i propri figli dei privilegiati perché non tutti hanno accesso all’istruzione. Occorre fare percepire la scuola, lo studio come un’opportunità, un privilegio, che può trasformarsi in un ascensore sociale che aiuta a migliorare la qualità della vita. Come? Parlando con i ragazzi, per esempio chiedendo loro pareri sui fatti di attualità, facendo fare loro dei collegamenti tra il presente e  il passato. Il genitore deve stimolare la voglia di conoscere del figlioc. Però non tutti i genitori hanno gli strumenti per farlo…«Posso parlare di un esempio che riguarda me. La mia era una famiglia molto semplice, mia mamma ha studiato alle Scuole cosiddette Commerciali e mio padre in un istituto tecnico. A me è sempre piaciuto studiare. Ho frequentato il liceo classico e poi l’università. I miei genitori non conoscevano nemmeno una parola di greco e latino, però mia madre mi ha aiutato a studiare queste due materie con una metodologia infallibile: ossia numerando i verbi. Io ho seguito i miei figli nelle materie umanistiche, in quelle scientifiche ce l’ho fatta fino a un certo punto poi non sono riuscita ad andare oltre perché mi mancavano le competenze per farlo. Bisogna tenere presente però, che non bisogna trasmettere solo il proprio sapere ai figli, ma stimolarli a crescere culturalmente, occorre incentivare la loro curiosità intellettiva». C’è chi pensa che si può diventare famosi senza studiare? «Scegliere di studiare o meno dipende dagli obiettivi di un ragazzo o di una ragazza. Un tempo c’era lo stereotipo del calciatore, che sebbene non avesse una cultura da premio Nobel, era considerato una figura di riferimento perché faceva uno sport che piaceva a molti e contestualmente guadagnava molti soldi, l’attrice che diventava famosa, ma non per il suo talento. Oggi ci sono ragazzi che pensano che basti apparire per diventare famosi. Ma quanti youtuber, per esempio, diventano famosi? E poi bisogna sfatare gli stereotipi. Perché ci sono youtuber, rapper, trapper, che sono tutt’altro che superficiali. Fedez, Manuel Agnelli per esempio, hanno uno spessore culturale. La credibilità nasce sempre dalla cultura. Ai miei studenti cito spesso questa frase che risale al Medioevo: “Noi siamo come i nani sulle spalle dei giganti”, e i giganti sono coloro che ci hanno preceduto, autori di libri e opere di valore culturale inestimabile. E noi per non perdere questo bagaglio culturale del passato, i riferimenti della mitologia, i fondamentali della civiltà occidentale e orientale, dobbiamo salire sulle loro spalle per guardare oltre».


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