20° ANNIVERSARIO DEI BOMBARDAMENTI NATO CONTRO LA SERBIA, PARLA L’EX GENERALE SERBO JOVAN DIVJAK

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Intervista esclusiva di What-u a Jovan Divjak, generale dell'esercito federale jugoslavo, di origini serba , che ha vissuto le guerre yugoslave e in Bosnia ed Erzegovina. Quando Sarajevo venne attaccata, Divjak decise di diventare il numero due dell' Armija bosniaca e di schierarsi a fianco degli assediati

credit ph What-u.com ©

di Paula Bradley con la collaborazione di Melina Dželović

Oggi si celebra il triste anniversario dell’aggressione della Nato con i bombardamenti di 20 anni fa contro la Serbia, un grave crimine contro un Paese sovrano. Lo ha ricordato oggi il presidente, Aleksandar Vucic,
intervenendo stamattina a una conferenza a Belgrado indetta per parlare di questo tragica pagina di storia, sottolineando come il popolo serbo, anche a distanza di vent’anni, “non si sente sconfitto”, ribadendo che il suo Paese non intende aderire alla Nato, anche se è interessato a mantenere buoni rapporti di collaborazione con l’Alleanza atlantica.

Per l’occasione What-u ha intervistato Jovan Divjak, generale dell’esercito federale jugoslavo, di origini serbe, che ha vissuto le guerre yugoslave prima e dopo quella in Bosnia ed Erzegovina. Quando Sarajevo venne attaccata, Divjak decise di diventare il numero due dell’ Armija bosniaca e di schierarsi a fianco degli assediati senza avere alcuna remora a contrapporsi ai serbi, perché secondo lui Sarajevo, la sua città adottiva, multietnica andava difesa a tutti i costi.

Lei è nato in Serbia, a Belgrado nel 1937 e poi quando ha deciso di intraprendere la carriera militare nell’esercito nazionale jugoslavo è passato all’altra sponda diventando un comandante della Difesa Territoriale a Sarajevo. Perché questa scelta?

«La nascita è il punto di partenza della vita, che per me è stato a Belgrado, in Serbia, dove mia madre mi ha dato alla luce.  Mio padre all’epoca lavorava come insegnante in un villaggio in Serbia. Poi quando divorziò da mia madre, tornò a lavorare nella sua città natale, la Bosnia ed Erzegovina. Poiché mia madre non aveva i mezzi per mandarmi a studiare all’università, mi diplomai all’Accademia militare di Belgrado nel 1950. Il servizio militare mi portò a Sarajevo nel 1966, dove tuttora vivo. Iniziai a lavorare come insegnante nella scuola militare fino al 1984, poi entrai a fare parte dell’esercito nel gruppo dei militari addetti alla Difesa territoriale della Bosnia ed Erzegovina. La difesa territoriale è al di fuori della composizione dell’esercito popolare jugoslavo. All’inizio dell’aggressione del 1992 in Bosnia ed Erzegovina, io facevo parte della Difesa territoriale che era stata organizzata per la difesa del territorio di uno stato indipendente, istituito il 1 ° marzo 1992».

Le guerre jugoslave  hanno coinvolto diversi territori appartenenti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, una decina di anni dopo la morte di Tito, tra il 1991 e il 2001, causandone la dissoluzione. Ci racconti che cosa è accaduto.

«Le guerre jugoslave sono state una serie di conflitti armati, inquadrabili tra una guerra civile e conflitti secessionisti, che hanno coinvolto diversi territori appartenenti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, una decina di anni dopo la morte di Tito, tra il 1991 e il 2001, causandone la dissoluzione. Le motivazione alla base di questi conflitti? La più importante è il nazionalismo imperante nelle diverse repubbliche a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in particolare in Serbia, Croazia e Kosovo, e in misura minore anche in Slovenia e nelle altre regioni della Federazione. A pesare sono state anche le motivazioni economiche, gli interessi e le ambizioni personali dei leader politici coinvolti e la contrapposizione spesso frontale fra etnie e religioni diverse, musulmani e ortodossi, fra le popolazioni delle fasce urbane e le genti delle aree rurali e montane, oltre che gli interessi di alcune entità politiche e religiose anche esterne. L’intenzione del Presidente della Repubblica di Serbia Milošević era di guidare, dominare la Jugoslavia e non riconoscere la costituzione della Jugoslavia. Prima Milošević puntò la sua attenzione sulla Croazia, in particolare sulle regioni abitate da Serbi, le pianure della Slavonia e la regione montuosa della Krajina. Non accettava che popolazioni serbe vivessero al di fuori della nuova “piccola” Jugoslavia, ossia la Serbia e il Montenegro. Il suo progetto era quello di annettersi i territori serbi della Croazia e una buona metà della Bosnia ed Erzegovina, creando così la “Grande Serbia”. Così nella seconda metà del 1991 Milošević, l’esercito federale jugoslavo e le truppe paramilitari iniziarono una violenta guerra contro la Croazia. L’esercito jugoslavo penetrò in profondità in territorio croato, arrivando a minacciare Zagabria. E dopo il referendum in Bosnia Erzegovina sull’indipendenza, avvenuto il 1º marzo 1992, scoppiò la guerra di Bosnia».

Diverse le motivazioni che sono state il detonatore di questa guerra fratricida. Lei che ne è stato un testimone diretto quali sono state le reali motivazioni che hanno portato a spargere così tanto sangue? 

«Per oltre 150 anni, i nazionalisti serbi a Belgrado hanno “sognato” un paese in cui tutti i serbi avrebbero voluto vivere. Prima delle guerre nei Balcani occidentali dal 1991 al 1999, il 13-14% dei serbi croati e il 33% di quelli residenti in Bosnia ed Erzegovina erano elencati secondo il censimento. Con l’interferenza dell’esercito popolare jugoslavo in Croazia e la sua trasformazione nell’esercito serbo bosniaco, volevano la conquista territoriale dell’area in cui vivevano i serbi. Il motivo principale del conflitto era il territorio».

Diverse le motivazioni che sono state il detonatore di questa guerra fratricida. Lei che ne è stato un testimone diretto quali sono state le reali motivazioni che hanno portato a spargere così tanto sangue? 

«Gli interessi politici personali sono stati trasferiti nell’interesse nazionale – che non possono più vivere insieme – il popolo di serbi, croati, musulmani e comunione ha vissuto per ben 1000 anni in un luogo nel territorio dell’ex Jugoslavia».

Perché le 6 repubbliche che facevano parte della Repubblica socialista federale di Jugoslavia non sono riuscite a trovare un accordo?

«Il desiderio di Milošević e della Serbia di dominare la Jugoslavia non è stato accettato da cinque repubbliche perché ha compromesso l’integrità territoriale e le libertà nazionali».

Breakup_of_Yugoslavia-TRY2 Di Original by Hoshie; derivative by DIREKTOR – Made by DIREKTOR, see above for more details on sources, CC BY-SA 3.0, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=15851941

Chi secondo lei ha avuto le maggiori colpe in tutti questi anni di guerre nei vostri territori?

«I leader nazionali Milošević e Tudjman sono corresponsabili delle guerre e della disintegrazione della Jugoslavia. Tudjman ha cercato di usare la politica di Belgrado per ottenere pretese territoriali verso la Bosnia ed Erzegovina durante lo Stato indipendente di Croazia (1941-1945) quando i 2/3 della Bosnia ed Erzegovina erano sotto il controllo e la tortura dei croati».

A suo avviso che cosa si sarebbe potuto fare di diverso da quello che è accaduto?

«I cambiamenti avvenuti negli anni ’90 in Europa hanno avuto, indirettamente, un impatto sugli sviluppi nei Balcani occidentali. La demolizione del muro di Berlino, la disintegrazione dell’URSS, l’abolizione del trattato di Varsavia, la guerra Iran – Iraq e le grandi potenze hanno trascurato gli eventi in Jugoslavia. L’Europa e l’America, hanno seguito irresponsabilmente e in modo insufficiente gli eventi nei Balcani. Se la guerra si fosse finalmente fermata, si sarebbe potuto evitare la perdita di tante vite, più di 250.000 morti, per la maggior parte musulmani».

Se potesse riavvolgere il nastro della storia che cosa farebbe e che cosa non rifarebbe nei panni di militare?

«Come militare professionista, rifarei quello che ho fatto. Ero stato ingaggiato per addestrare soldati e comandanti per organizzare meglio la difesa. E ho imparato a usare le armi e a non violare la Convenzione di Ginevra sulla protezione della vita umana e le relazioni umane con i prigionieri. Ero tra i cittadini nelle scuole, negli ospedali, nei teatri, per incoraggiare le persone, per dare loro un sostegno morale e assicurare che la giustizia avesse la meglio».

Karadzik e Mladic sono stati condannati per crimini di guerra. Chi manca all’appello?

«Una parte dello staff di comando delle unità militari di Serbia e Croazia è libera da responsabilità. Allo stesso tempo, la grande maggioranza degli imputati dopo aver trascorso 2/3 della pena in carcere è stata rilasciata, coloro che dovevano restare in carcere perché responsabili dell’uccisione e della morte di centinaia di persone, sono diventati cittadini liberi».

Qual è stato a suo avviso l’errore più grande di tutte queste guerre?

«La comunità internazionale, l’ONU, non ha protetto la Bosnia ed Erzegovina come 176 ° membro delle Nazioni Unite. In caso di un intervento militare l’Assemblea delle Nazioni Unite o il Consiglio di sicurezza era obbligato a ingaggiare militari per la “difesa” di un suo membro. Invece non lo ha fatto».

Lei pensa di avere commesso degli errori? Se si quali?

«Non penso di avere fatto degli errori. Al contrario, ho fatto tutto come era nella mia giurisdizione. E la cosa più preziosa è che ho trascorso tutto il mio tempo tra soldati e cittadini per offrire supporto militare e morale».

Quanto ha inciso tutto ciò nella sua vita personale?

«Mi ha rafforzato intellettualmente e fisicamente. Il sostegno dei soldati e dei cittadini mi ha rafforzato nel sopportare i maggiori sforzi durante gli anni della guerra».

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Il suo libro “Sarajevo mon amour” parla di questa tragedia, Qual è stato il capitolo più difficile da scrivere? 

«La storia più drammatica è stata la morte di tre bambini nella famiglia Halida Bojadzi il 9 giugno ’92. Lei è una mamma eroica (così come un numero maggiore di madri Sarajevo) che era nell’esercito della Repubblica della Bosnia ed Erzegovina durante la guerra. E il 7 luglio 1995 ha dato alla luce Muhammed».

Come si vive da quelle parti?

«È tutto molto triste! Il tasso di odio e animosità verso l’altro e il diverso è elevato. Non c’è fiducia. Non c’è uno sforzo maggiore per riconciliare. L’educazione è “oppio” per i bambini. I bambini imparano una storia che non ha l’obiettivo della pace e della riconciliazione, ma una storia dal contenuto che distrugge la tradizione millenaria della vita comune dei bosgnacchi (musulmani), serbi e croati. E poi la disoccupazione generale è alta, l’economia è in crisi, il reddito pro capite è di 440 euro, la pensione media è di 170 euro. Negli ultimi due anni circa 50.000 cittadini hanno lasciato la Bosnia ed Erzegovina, per lo più giovani, perché non vedono più un futuro in questo posto».

Che cosa dicono le persone della loro esperienza durante  la guerra e quelli ai quali è stata raccontata?

«Molti diranno che c’era più aiuto reciproco, vicinanza, morale e rispetto nella guerra. Oggi le persone sono distanti l’una dall’altra. I giovani non sono interessati a quello che sta succedendo, vivono le loro vite, trascorrono più tempo nelle caffetterie che alla ricerca della conoscenza nelle biblioteche, nei cinema e nei teatri».

Sua moglie, la famiglia l’ha supportata nelle sue scelte?

«La mia defunta moglie Vera, con entusiasmo, ha accettato di rimanere a Sarajevo fino al 1992 e ci abbiamo vissuto per 27 anni! E lì abbiamo trascorso il 50% del tempo del nostro matrimonio».

Il momento più difficile della sua vita?

«La perdita di una madre e di una moglie sono le cose più tristi che lasciano una traccia non cancellabile. Però devo dire che questi due episodi tristi mi hanno poi anche motivato a fare qualcosa in più nella vita. Dopo la scomparsa di mia madre e mia moglie, mi sono sentito in dovere di lavorare ancora di più e più utilmente a causa della loro perdita».

La sua più grande vittoria?

«Avere mantenuto una buona immagine ed essere tuttora un essere moralmente e socialmente utile».

La sua più grande sconfitta?

«Il fatto che i cittadini della Bosnia ed Erzegovina non godano degli stessi diritti politici, sociali e umani, né sul loro territorio né in Europa. Anche se non è una sconfitta personale, mi tocca molto da vicino».

Un obiettivo particolarmente importante raggiunto?

«L’essere a capo dell’ Associazione “Education construit B-H”. Infine, lo dico in via esclusiva, è in fase di pubblicazione un altro libro, una sorta di diario di guerra con un titolo emblematico “Do not Shoot!”, che pubblicherò entro la fine del 2019. Insallah! (Ah!)».

Che cosa le ha insegnato la vita?

«Che devi conoscere bene te stesso, i lati positivi e quelli negativi, amare te stesso e amare gli altri. E poi che la modestia è la più grande virtù. Io per esempio non ho mai usato un’auto perché penso che sia un lusso. L’amore nel senso più ampio è il modo migliore per condurre una vita felice e di successo».

Che cosa l’ha fatta cambiare negli anni?

«Un uomo come me, con il passare degli anni, coglie ancora il significato delle cose della vita ogni giorno e con esse il significato dello scopo della vita. Da una personalità spesso esplosiva, sono diventato più calmo, anche se non ancora abbastanza. Insomma gergalmente parlando, “Ho lasciato cadere la palla a terra”».

Mai dire mai a che cosa?

«In molte situazioni di vita ci troviamo nei dilemmi del “cosa” e “come”. Quindi, rifiutando di impegnarci, non pensiamo allo scopo della nostra azione. Poi successivamente viene rinnovato come possibile impegno precedentemente rifiutato. Ecco perché dobbiamo riflettere attentamente quando ci impegniamo nei flussi vitali, di fronte al quesito: accettare o rifiutare l’impegno».

Dire sempre sì a che cosa?

«”Dì di si!” per dare assistenza agli altri e non solo in caso di un incidente. Dì di si! quando qualcuno ti invita a partecipare a un’attività umana, a visitare un teatro, a fare una passeggiata nella natura. Dì Sì quando rendi felice un uomo».

Il segreto per fare meno errori possibili nella vita?

«Essere curioso e riuscire a sviluppare empatia. Rispettare gli altri. La propria morale ed etica. Amare la vita».

Ci parli della sua associazione il cui scopo è quello di aiutare le giovani vittime della guerra…

«Il 28 luglio 1994, nel periodo più difficile per i cittadini della capitale della
Bosnia ed Erzegovina, 58 cittadini di Sarajevo, intellettuali, impiegati teatrali, artisti e scrittori, soldati, poliziotti e cittadini ordinari hanno fondato l’Associazione “Education construit B-H” , per aiutare e dare un sostegno pratico ed economico ai bambini vittime della guerra. Ventiquattro anni di lavoro, durante i quali l’associazioni è stata quotidianamente al servizio di bambini vittime della guerra, dei bambini disabili, dei giovani della minoranza nazionale rom e dei bambini e giovani svantaggiati, l’Associazione, ha tutt’oggi la sua porta sempre aperta, e ha pienamente soddisfatto la maggior parte dei suoi obiettivi fornendo principalmente sostegno morale e materiale ai bambini e ai giovani della Bosnia ed Erzegovina. Desidero precisare che l’associazione pur non ricevendo alcun sostegno materiale dal budget governativo, assicura comunque fondi per borse di studio attraverso l’adesione, organizzando concerti umanitari, facendo mostre, stampando e vendendo calendari (lo facciamo da 23 anni ormai) e libri. Tutto ciò è stato possibile grazie a un gran numero di donatori, amici della Bosnia ed Erzegovina, sparsi in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Australia – individui, gruppi, organizzazioni non governative, istituzioni. Per noi il più bel premio è arrivato il 6 aprile del 2016, quando l’Associazione ha ricevuto uno dei premi più significativi consegnati dalla città di Sarajevo».

Che cosa ne pensa dell’idea di Trump di costruire il muro  con il Messico per dire stop alla delinquenza?

«Decisione inumana, nazionalista, sciovinista. Chiudere i confini è un pre-requisito per aggravare la delinquenza. E trasformare in entrambe le parti le persone in bestie feroci . La libertà umana è il valore più alto che ognuno di noi può avere».

E riguardo la presa di potere di Guaidó ?

«Non conosco il caso, preferisco non commentare».

Macron anche lui ha attuato una politica molto nazionalista e meno attenta alle necessità del popolo. Da che parte si schiera da quella di Macron o quella dei gilet gialli?  

«Le dò la stessa risposta di prima. Non conosco il caso, preferisco non commentare».

Qual è la situazione mondiale più a rischio oggi?

«Si sta rafforzando il fascismo, questo lo dice anche dal presidente francese Macron (N.d.R: quindi di quello che accade a Parigi ne è a conoscenza…), che dice che la situazione attuale gli ricorda il 1933 e l’emergere del fascismo in Italia e in Germania. Le tendenze neofasciste vincono nel Parlamento europeo. Polonia, Ungheria e Austria respingono gli emigranti dalla Siria. La Russia tiene sotto scacco l’Albania, la Bessia, la Cecenia, la Crimea. Il conflitto tra Russia e Ucraina. Le tensioni tra Europa e Russia, Stati Uniti e Corea del Nord, la guerra in Siria. “Non c’è pace tra gli ulivi” è la saggezza popolare. E poi la differenza di massa tra i ricchi e i poveri sta aumentando. Fame, malattie infettive, tutto ciò dimostra che il mondo è più preoccupato delle conseguenze che della prevenzione».


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