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di Ines Roncaglia

A distanza di 39 anni, le parole sembrano le stesse dette dopo quel 2 agosto 1980. “Vogliamo vedere le foto, i filmati di quel giorno”, una richiesta reiterata non solo dai famigliari delle vittime ma anche da coloro che si sono uniti a loro, anno dopo anno per ricordare, per capire, finalmente, cosa è successo il 2 agosto del 1980, quando una bomba alle 10,25 nella stazione di Bologna provocò la morte di 85 persone“, dicono tutt’oggi il Presidente del Comitato di Solidarietà alle Vittime delle Stragi, Virginio Merola e il Presidente dell’Associazione tra i Familiari Vittime della Strage, Paolo Bolognesi.

Quello di Bologna è stato il più grave atto terroristico avvenuto nel Paese nel secondo dopoguerra, negli anni di piombo, assieme alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, alla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 e alla strage dell’Italicus del 4 agosto 1974. Come esecutori materiali furono individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari, tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

La stazione centrale di Bologna e i carri del treno Ancona-Chiasso raffigurati dall’alto, il ​​2 agosto 1980 a Bologna dopo l’attentato terroristico che uccise 85 persone e ferito più di 200. Alle 10:25, il 2 agosto, una valigia incustodita contenente esplosivo, fatta esplodere all’interno di una sala d’attesa climatizzata, che, il mese di agosto (e con l’aria condizionata all’epoca non comune in Italia), era piena zeppa di gente. L’esplosione distrusse gran parte dell’edificio principale e colpì il treno Ancona-Chiasso fermo ai binari. L’attacco è stato attribuito all’organizzazione terroristica neofascista, Nuclei Armati Rivoluzionari.
(FOTO AFP/ Getty Images)
Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro immortalati nell’aula di tribunale durante il processo che li vedeva imputati di una delle più grandi stragi d’Italia. Il 23 novembre 1995 sono condannati all’ergastolo, assieme a Luigi Ciavardini, come esecutori materiali della strage del 2 agosto nella stazione di Bologna. Fioravanti è libero dall’aprile 2009 mentre Francesca Mambro dal 2013, anno in cui la sua pena è stata estinta. Questa foto all’epoca, e non solo, fece molto discutere, per l’oltraggioso comportamento della Mambro sorpresa più volte a sorridere dietro le sbarre durante il processo nonostante lei e Fioravanti fossero accusati di aver compiuto il più grave e insensato atto terroristico dell’intera storia italiana
(Archivio Studio Camera Chiara)
Gilberto Cavallini
Luigi Ciavardini

Gli ipotetici mandanti sono rimasti sconosciuti, ma furono rilevati collegamenti con la criminalità organizzata e i servizi segreti deviati. Le indagini si indirizzarono quasi subito sulla pista neofascista, ma solo dopo un lungo iter giudiziario e numerosi depistaggi (a causa dei quali furono condannati Licio Gelli, Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte Francesco Pazienza), la sentenza finale del 1995 condannò Valerio Fioravanti e Francesca Mambro «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna» e per aver «fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato», mentre nel 2007 si aggiunse anche la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti. Il processo bis, iniziato lo scorso marzo 2018, vede alla sbarra l’ex terrorista dei Nuclei Armati Rivoluzionari Gilberto Cavallini, accusato di aver dato supporto a Giuseppe Valerio FioravantiFrancesca Mambro e Luigi Ciavardini, già condannati in via definitiva.

“Il 2 agosto 1980″, ha detto Bolognesi, “per molti era il giorno di partenza per le ferie. Tanti hanno scattato fotografie e filmati al loro arrivo in stazione o quando sono saliti sul treno. Hanno documentato cosa hanno fatto, anche prima delle 10.25. Chiediamo a chi ha dei documenti di farceli avere, di consegnarli all’associazione o ai giudici. Secondo noi a Bologna c’era una struttura che ha fatto una cosa del genere. Quello che è accaduto non possono averlo fatto due o tre persone solo. Se seguite il processo a Cavallini, da lì si capisce che ha agito un gruppo”.   Presenti alla commemorazione in forma ufficiale anche i sindaci dei comuni di Castelfiorentino e Montespertoli con la volontà di ricordare tre concittadine, (una di Castelfiorentino e due di Montespertoli), quelle che in base alle indagini, furono individuate tra le più vicine alla bomba, e che persero la vita in quel vile attentato terroristico: Verdiana Bivona, di anni 22 (allora residente a Castelfiorentino, in loc. Vallecchio), Maria Fresu (anni 24) e Angela Fresu (anni 3) di Montespertoli.  Verdiana Bivona e Maria Fresu erano amiche: stavano andando in vacanza sul Lago di Garda per una vacanza, assieme a Silvana Ancilotti, anche lei di Castelfiorentino, (che miracolosamente scampò alla morte e rimase solo ferita). Quel giorno Maria aveva voluto portare con sé Angela, la sua bambina di soli 3 anni. Alle 10.25, al momento della deflagrazione, Verdiana Bivona e Maria Fresu che con la figlia si trovavano nella sala d’aspetto, vicinissime alla valigia che conteneva la bomba e morirono sul colpo. Nei giorni e mesi successivi all’esplosione, del corpo di Maria venne perduta ogni traccia. Solo un po’ di tempo dopo, alcuni suoi resti furono ritrovati sotto un treno diretto a Basilea facendo nascere ulteriori interrogativi sulla dinamica della strage, tutt’oggi irrisolti. Per questo motivo lo scorso febbraio il presidente delle corti d’assise del capoluogo emiliano Michele Leoni nell’ambito del processo che vede imputato l’ex Nar Gilberto Cavallini per concorso nella strage del 2 agosto del 1980, ha chiesto una proroga di 60 giorni riesumare i resti della Fresu e sottoporli a una perizia chimico-esplosivistica. Resti che potrebbero ‘raccontare’ molto sul tipo di esplosivo e sulla dinamica di quella tragedia. Anche perché, come risulta anche dagli atti del Senato della Repubblica, ci sono versioni differenti. Un esame che oggi, grazie alle nuove tecniche investigative, potrebbe davvero rivelarsi utile. All’epoca furono necessari gli accertamenti su materiale genetico, ha spiegato alla Nazione , sulle cronache di Empoli, anche dal fratello Bellino Fresu. «Ora mia sorella è nel cimitero di Montespertoli», ha spiegato ieri Bellino Fresu. E se c’è bisogno di una riesumazione per arrivare alla verità «che la si faccia». “Il tempo tempo del silenzio è finito, ci stiamo muovendo finalmente tutti nella stessa direzione”, ha detto oggi il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in Consiglio comunale a Bologna per la commemorazione del 39/o anniversario della Strage del 2 agosto. “Oggi mancano ancora tasselli”, ha detto, “la magistratura è al lavoro, un lavoro delicato dopo i processi sui depistaggi, che ci costringe ancora ad una attesa ma che che ci dà la speranza di far luce finalmente su quanto accaduto senza zone d’ombra”.
 “Ogni anno”, ha detto il sindaco Virginio Merola, “aumenta la partecipazione alla cerimonia per la commemorazione della strage del 2 agosto e questo dà a noi la forza per continuare a chiedere verità e giustizia. Ringrazio l’associazione delle vittime perché la ricerca della verità, insieme al lavoro della magistratura, deve molto a questa associazione e alla sua tenacia nel presentare ulteriori elementi che possano portare ad accertamento della verità”. “39 anni fa la Strage di Bologna in cui persero la vita 85 innocenti. I familiari, e l’Italia tutta, attendono ancora risposte. Questo Governo continuerà a garantire il massimo appoggio ai magistrati della Procura generale di Bologna che sono impegnati a ristabilire tutta la verità”. Lo scrive su twitter il premier Giuseppe Conte.
   

Maria Fresu

Che cosa accadde…

 Il 2 agosto 1980 alle 10:25, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, venne fatto esplodere e causò il crollo dell’ala Ovest dell’edificio. La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta «Compound B», potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina a uso civile).

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L’esplosivo, di fabbricazione militare, era posto nella valigia, sistemata a circa 50 centimetri d’altezza su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala Ovest, allo scopo di aumentarne l’effetto: l’onda d’urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investì anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, che al momento si trovava in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, e il parcheggio dei taxi antistante l’edificio. L’esplosione causò la morte di 85 persone e il ferimento o la mutilazione di oltre 200. Subito dopo lo scoppio si attivarono i soccorsi e molti cittadini, assieme ai viaggiatori presenti, prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono ad estrarre le persone sepolte dalle macerie e la corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna, su cui si trova la stazione, fu riservata alle ambulanze e ai mezzi di soccorso. Dato il grande numero di feriti, non essendo tali mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono anche autobus, in particolare quelli della linea 37, auto private e taxi.

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Al fine di prestare le cure alle vittime, i medici e il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le festività estive, vennero riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti. Il corpo di una delle vittime, la ventiquattrenne Maria Fresu, non venne ritrovato. Soltanto il 29 dicembre 1980 fu accertato che alcuni resti ritrovati sotto il treno diretto a Basilea appartenevano alla Fresu che, evidentemente, si trovava così vicina alla bomba che il suo corpo fu completamente disintegrato dall’esplosione.

Nei giorni successivi, la centrale piazza Maggiore ospitò imponenti manifestazioni di sdegno e di protesta da parte della popolazione e non furono risparmiate accese critiche e proteste rivolte ai rappresentanti del governo, intervenuti il giorno dei funerali delle vittime celebrati il sei agosto nella Basilica di San Petronio. Gli unici applausi furono riservati al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, giunto con un elicottero a Bologna alle 17:30 del giorno della strage, che in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: «Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia».


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