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L’attrice italiana Alessandra Mastronardi è stata scelta dal direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, per condurre la serata di apertura e di chiusura della 76esima Mostra del Cinema di Venezia (28 agosto e del 7 settembre).
ph. ANSA/ETTORE FERRARI

di Patrizia Sinclair

Alessandra Carina Mastronardi, meglio nota come Alessandra Mastronardi, è assurta alle cronache nel ruolo di Eva Cudicini nella serie televisiva “I Cesaroni” e poi per quello di “Alice Allevi” nella serie televisiva “L’allieva”. Alessandra, 33 anni compiuti lo scorso 18 febbraio, è stata scelta dal…….per presentare la 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, non solo per la sua bellezza, il suo fascino discreto, ma anche perché in poco più di 10 anni è riuscita a farsi apprezzare, puntando a ruoli sempre più di rilievo, non solo dal cinema italiano, ma anche da quello straniero recitando in numerosi film: “To Rome with Love” diretta  Woody Allen nel 2012), nelle serie Titanic – Nascita di una leggenda, con la regia di Ciaran Donnelly (2012), nella commedia “L’ultima ruota del carro” di Giovanni Veronesi (2013) e nel film biografico “Life” di Anton Corbijn (2015), oltreché nel ruolo di Francesca, protagonista femminile della seconda stagione della serie culto distribuita da Netflix in “Master of None“.

Alessandra Mastronardi

Alessandra? “One-of-a-kind beauties that will last long”, ha detto di lei l’attore Kevin Zegers quando recitò assieme a lei in “Titanic – Nascita di una leggenda”. E Alessandra come si definisce? “Il mio stile personale è una continua evoluzione. Vedo che ho avuto uno stile diverso per ogni età diversa nel periodo della mia vita. È difficile per me dire qual è il mio stile perché cambio continuamente. Cambio ogni otto mesi. Penso che la mia semplicità sia la base di tutto. Alla fine della giornata se ti senti bene con te stesso, non hai bisogno di nulla. Non devi dipendere dal potere di un vestito per vestirti, ma il contrario. Non è solo un designer, non è solo moda, è una filosofia. È uno stile di vita”. Un esempio del rapporto di Alessandra con la moda ce lo raccontò lei già un bel po’ di anni fa, quando era impegnata nel serial de “I Cesaroni”. “A Londra, è difficile per me indossare qualcosa di più colorato del nero. Quando sono a Roma, mi vesto di bianco. Quando sono a Parigi, divento parigina. T-shirt a righe, Chanel. È divertente! Sul tappeto rosso, posso essere donne diverse e a seconda dell’evento cambiare il mio stile e questo è divertente, perché anche questo fa parte del mio lavoro come attrice”.

Il primo red carpet della 76esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia è quello di Catherine Deneuve e Juliette Binoche  invitate assieme a Ethan Hawke al film di apertura, “La Vérité” (The truth), diretto dal regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Non sono mancate le polemiche, che non sono di certo una novità in un festival, con così tante star del cinema internazionale.

“Non andrò alla serata di gala in onore di Roman Polanski, ma è giusto che il suo film sia in concorso a Venezia”, a dirlo è stata la regista argentina Lucrecia Martel, presidente della giuria del Festival di Venezia 2019, che durante la conferenza stampa di presentazione delle giurie ha spiegato la motivazione della sua assenza all’imminente serata di gala per Roman Polanski e per il suo ultimo film “J’accuse”, dedicato all’affare Dreyfus: “La presenza di Polanski in concorso, dopo ciò che ha fatto in passato, mi mette a disagio. Tanto che non parteciperò alla serata di gala in onore del suo film. Non voglio alzarmi in piedi ed applaudirlo. Non sarebbe giusto nei confronti di tutte le donne che rappresento e delle donne argentine vittime di stupro”. Ovviamente al “je accuse” della Martel, non poteva non rispondere il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera. “Sono convinto che dobbiamo distinguere l’artista dall’uomo”, ha spiegato Barbera. “La storia dell’arte è piena di artisti che hanno commesso crimini di diversa natura, tuttavia abbiamo continuato ad ammirare le loro opere d’arte. Cosa che vale anche per Polanski, a mio avviso uno degli ultimi maestri ancora attivi del cinema americano”. Martel, seduta di fianco a Barbera però è subito intervenuta: “Un uomo che commette un crimine di queste dimensioni, che viene condannato e la vittima si considera soddisfatta del risarcimento, è difficile da giudicare. È difficile stabilire l’approccio giusto da adottare per le persone che hanno commesso determinati atti. Queste domande comunque fanno parte del dibattito dei nostri tempi. Non mi congratulo con lui ma credo questo che questo festival sia il luogo migliore dove proseguire questo tipo di discussione e confronto con lui”. Il polverone sollevato durante la conferenza stampa veneziana non ha lasciato indifferente Luca Barbareschi, che con la sua Eliseo Cinema ha co-prodotto il film, ha detto: “Dopo le dichiarazioni della presidente della giuria di Venezia 76, siamo preoccupati che il film di Polanski non venga giudicato serenamente. Stiamo valutando di ritirarlo dal Concorso, a meno che non arrivino le scuse ufficiali”.

Polanski venne condannato per violenza sessuale commessa nel 1977 su una minorenne, Samantha Geimer. Per questo reato fece 42 giorni di carcere. Successivamente cercò un accordo per una pena con la condizionale ma dopo aver capito che l’accordo non gli sarebbe stato concesso nel 1978 è fuggito in Francia e da allora non può più mettere piede negli Stati Uniti. Nel 1993 Polanski ha raggiunto un accordo economico di risarcimento – 500mila dollari più interessi – con i legali della Geimer, ma, secondo diverse fonti giornalistiche, non ha mai tenuto fede per intero all’accordo. Nel 2008 la Geimer ha dichiarato che per lei Polanski “aveva già pagato abbastanza per il suo crimine” e che desiderava non fosse “condannato ad ulteriori punizioni”. Questa vicenda giudiziaria però, per via di diversi cavilli giuridici, non si era comunque conclusa e Polanski nel 2010 era arrestato a Zurigo sempre su richiesta degli Stati Uniti e messo ai domiciliari nella sua casa svizzera di Gstaad.

PEDRO ALMODÓVAR

A Pedro Almodóvar è stato attribuito il Leone d’Oro alla carriera. La decisione è stata presa dal Cda della Biennale di Venezia presieduto da Paolo Baratta, che ha fatto propria la proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera che ha così motivato questo riconoscimento: “Almodóvar non è solo il più grande e influente regista spagnolo dopo Buñuel, ma l’autore che è stato capace di offrire della Spagna post-franchista il ritratto più articolato, controverso e provocatorio. I temi della trasgressione, del desiderio e dell’identità sono il terreno d’elezione dei suoi lavori, intrisi di corrosivo umorismo e ammantati di uno splendore visivo che conferisce inediti bagliori all’estetica camp e della pop-art a cui si rifà esplicitamente. Il mal d’amore, lo struggimento dell’abbandono, l’incoerenza del desiderio e le lacerazioni della depressione, confluiscono in film a cavallo fra il melodramma e la sua parodia, attingendo a vertici di autenticità emotiva che ne riscattano gli eventuali eccessi formali. Senza dimenticare che Almodóvar eccelle soprattutto nel dipingere ritratti femminili incredibilmente originali, in virtù della rara empatia che gli consente di rappresentarne la forza, la ricchezza emotiva e le inevitabili debolezze con un’autenticità rara e toccante”. Pedro Almodóvar nell’accettare la proposta ha detto: “Sono molto emozionato e onorato per il regalo di questo Leone d’Oro. Ho bellissimi ricordi della Mostra di Venezia. Il mio debutto internazionale ha avuto luogo lì nel 1983 con L’indiscreto fascino del peccato. Era la prima volta che uno dei miei film viaggiava fuori dalla Spagna. È stato il mio battesimo internazionale ed è stata una meravigliosa esperienza, come lo è stata il mio ritorno con Donne sull’orlo di una crisi di nervi nel 1988. Questo Leone diventerà la mia mascotte, insieme ai due gatti con cui vivo. Grazie dal profondo del cuore per questo premio”.


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