ARRESTATO PETRINI, IL MAGISTRATO ACCUSATO DI AVERE AGGIUSTATO PROCESSI IN CAMBIO DI DENARO E FAVORI SESSUALI

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Quello che fa specie è che “la disponibilità del Petrini ad accedere alle proposte corruttive", non ha trovato freno nemmeno quando sono iniziate le indagini

Marco Petrini, presidente della terza sezione civile della Corte d’appello di Catanzaro e della Commissione provinciale tributaria

di Mara Vignoli

È durato quasi quattro ore l’interrogatorio di garanzia del giudice Marco Petrini, presidente della terza sezione civile della Corte d’appello di Catanzaro e della Commissione provinciale tributaria. Il magistrato è stato accusato di avere venduto la propria funzione per aggiustare processi, sentenze e concorsi: in cambio non solo di soldi, ma anche prestazioni sessuali che sarebbero state concesse da alcune avvocatesse per avere il giudice dalla loro parte. Una storia tanto incredibile quanto purtroppo vera che ha come protagonista chi la giustizia invece di mercificarla doveva difenderla e garantirla super partes. Così mercoledì con l’accusa di corruzione nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica di Salerno, competente sui procedimenti riguardanti magistrati del Distretto di Corte d’appello di Catanzaro, Petrini è stato arrestato. Il magistrato difeso dagli avvocati Agostino De Caro e Ramona Gualtieri, ha risposto a tutte le domande del Gip di Salerno, fornendo la propria versione riguardo gli addebiti contestatigli. Quello che fa specie è la nonchalance con la quale il magistrato accettasse davvero oltre ai soldi, in banconote da 50 euro, anche capi di abbigliamento (maglioncino e una sciarpa), generi alimentari e bevande di vario genere (clementine, pesce, bottiglie di vino), insomma tutte cose che con il suo stipendio avrebbe potuto comprare in grande quantità senza alcun tipo di problema. E poi spunta la promessa di un appartamento a Rho, nel Milanese, realizzato dalla società Ecocasa s.r.l., controllata di fatto e riconducibile alla famiglia Saraco. Petrini aveva anche accettato la promessa di 100mila euro per intervenire nella riduzione di pena di un imputato e del proscioglimento di un altro così da agevolare la cosca denominata “Locale di Guardavalle”. Dagli atti si evince anche il tentativo di corrompere anche un altro magistrato della Corte d’appello non andato a buon fine. Una delle due donne avvocato, riprese o intercettate con Petrini, che stando al capo di imputazione, ricevano suggerimenti su istanze, venivano aiutate nella compilazione di istanze i loro ricorsi venivano accolti, è finita agli arresti domiciliari.


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