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Massimo Ferrero, presidente e amministratore finanziario e delegato della Sampdoria
© foto www.imagephotoagency.it

di Beppe Vigani

L’accordo è saltato. Lega e AIC (sindacato calciatori) non si sono trovati per un’intesa di massima: i club chiedono la riduzione degli stipendi per quattro mesi, la controparte ha replicato che tale provvedimento  ci sarà solo quando, e soprattutto se, si potranno riprendere allenamenti e partite. Una rimostranza che sa soprattutto di ricatto, o forse è solo il gioco della controparte. In un’Italia che sta morendo di Coronavirus, il problema riscontrato sembra una priorità, addirittura un’emergenza. In una nota diffusa dalla Lega nella giornata di ieri “La ripresa dell’attività sportiva quando le condizioni sanitarie lo permetteranno, tenendo in primaria considerazione la salute degli atleti e delle persone coinvolte”, ci riporta tutti coi piedi a terra. Valga il vero, serpeggia già il pensiero di una data in cui terminerà questa quarantena. Quattro settimane, ma badate bene: con controlli specifici e per alcune squadre (qui le ipotesi dei maghi della medicina) l’idea di un ritiro in un’area meno esposta al virus. Il mondo pallonaro in Italia ha calcolato una perdita che viaggia oltre il miliardo, nella vita sociale, imprese che chiudono e gente che ha perso il lavoro sembra non importare a nessuno. Non è possibile non mischiare le due cose. Anche i presidenti delle società sono divisi: da una parte i paurosi (o giudiziosi) Massimo Ferrero, Massimo Cellino, dall’altra i temerari (o venali) Aurelio De Laurentiis e Claudio Lotito. Nell’arena del dibattito è sceso anche Damiano Tommasi, presidente del sindacato, che ha realmente ammesso la gravità del momento. “Il mio pensiero è rivolto soprattutto alle serie minori”, attacca l’ex giocatore sulle colonne della Gazzetta dello Sport, “lì ci sono moltissimi giocatori che mantengono le famiglie. E poi anche il sistema femminile è in sofferenza. Sono, soprattutto, rivolti a questi le mie riflessioni”. Parole sagge che fanno attrito alla teoria più positiva di una possibile ripresa: 20, 24 o 31 maggio, primo week-end di giugno, addirittura fine mese. Con conseguente spostamento aggiuntivo a luglio. “Sembra strano in questo momento”, prosegue Tommasi, “parlare di sport. Penso a tutti i morti, ai medici, agli infermieri. Penso che oggi correre dietro a un pallone sia la cosa meno importante. Bisogna cercare di capire quando si vedrà la luce in fondo al tunnel”. Sul tavolo della Lega, giovedì scorso, è arrivato un comunicato congiunto, nel quale Uefa ed Eca (un organismo che rappresenta le società calcistiche a livello europeo), che invitava il campionato italiano di “concludersi”, anche a costo di giocare fino ad agosto. Vengono i brividi a pensare agli stratagemmi per cercare di fare allenare le squadre già da aprile (il 13, se non ci saranno altri stop governativi). Nelle aspettative più rosee, la prima settimana di allenamenti con tre gruppi, le successive tre a gruppo unito. Un mese dopo comincerebbe il campionato che terminerebbe a metà luglio, quando riprenderanno piede le coppe europee. Un minestrone senza precedenti. Detto questo, tutti i giocatori saranno sottoposti a visite di controllo (e ci mancherebbe), in particolar modo ai contagiati conclamati e quindi asintomatici. La stragrande maggioranza delle società ha già provveduto a ordinare tamponi, in caso di necessità. La FIGC, infine, metterà a disposizione delle Leghe (quindi di tutti i club) una relazione preparata dalla propria commissione interna, guidata dalla dal prof. Paolo Zeppilli (esperto in Cardiologia e Medicina dello Sport), composta anche di virologi. Sull’ottimismo cosmico da parte di tutto il calcio, si abbatte la dichiarazione del già citato Ferrero, presidente della Sampdoria: “Non sarà più possibile riprendere la stagione”. Veritatem dies aperit.


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