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di Paolo Usuelli

È del 23% la percentuale di coloro che in Italia dichiarano di risentire mentalmente e fisicamente di ansia a stress da lavoro ogni giorno, praticamente un italiano su 4. Un altro 43% dice di vivere questa situazione non giornalmente, ma settimanalmente, spesso anche due o tre giorni a settimana. Circa il 18% prova malessere solo poche volte al mese, mentre un fortunato 12% dichiara di non sentirsi mai stressato.

I numeri emergono dalla survey “The Workforce View 2020 – Volume Uno” realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, che ha intervistato circa 32.500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, esplorando le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano.

La fascia d’età più colpita è quella tra i 35 e i 54 anni: si dichiara giornalmente sotto pressione il 26%. Anche dopo i 55 anni la percentuale rimane alta al 23%, mentre scende al 20% dai 25 ai 34 e al 13,5% dai 18 ai 24 anni. Non vi sono invece differenze significative tra i sessi: uomini e donne si sentono stressati nella stessa misura

I più stressati? Chi lavora nel settore della finanza (bancario, assicurativo, intermediazioni)

Sommando le risposte di chi si sente stressato tutti i giorni, chi più volte a settimana o chi prova ansia solo qualche volta al mese, è possibile tracciare una classifica dei settori in cui i lavoratori risentono maggiormente di stress. Al primo posto il settore delle finanza (bancario, assicurativo, intermediazioni) con una percentuale del 93%, seguono i servizi professionali con il 90% (pubblicità, pubbliche relazioni, consulenza, servizi commerciali, legale, contabilità, architettura, ingegneria, progettazione di sistemi informatici) e chi lavora nel campo media/informazione (editoria, radio, televisione, cinema…) con l’87%.

Motivi di frustrazione

I motivi causa di stress sono molteplici: ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata

Attualmente, alle classiche cause, bisogna aggiungere lo stress da Covid-19: i problemi di autoisolamento e sicurezza sul lavoro incidono molto sui lavoratori, mentre il “superlavoro” rappresenta un rischio per chi lavora in smartworking, ovvero per chi si trova a dover imparare a gestire un tempo lavorativo che entra ormai prepotentemente in quello famigliare o privato.

Depressione e ansia costano all’economia globale 1 trilione di dollari

Secondo recenti stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la depressione e l’ansia costano all’economia globale 1 trilione di dollari all’anno in perdita di produttività, con circa 264 milioni di persone in tutto il mondo che soffrono di depressione. Il periodo che stiamo vivendo potrebbe peggiorare la situazione.

Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia
Difficoltà ad aprirsi con gli altri e parlare dei propri mali

Un altro dato interessante che emerge dalla survey riguarda il fatto che il 27,5% degli italiani dichiara che non vorrebbe parlare a nessuno di un eventuale disagio di stress, ansia o depressione sul posto di lavoro, preferendo la riservatezza. È più alta però la percentuale di chi ne parla con il capo o il proprio responsabile (30%) mentre il 32% ne parla solo con quei colleghi che ritiene ormai essere amici.

“Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. Purtroppo, i lavoratori stessi sono restii a parlare del problema, temono li possa danneggiare nella carriera, ma i team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato nel farsi avanti. Aumentare la consapevolezza del problema all’interno delle organizzazioni, mettere in atto politiche per affrontarlo e indicare come i dipendenti possono ottenere aiuto sono alcuni dei modi in cui i datori di lavoro possono dimostrare che stanno prendendo sul serio il problema della salute psicologica dei propri lavoratori.”commenta Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia.

“Per quanto riguarda il periodo storico che stiamo vivendo, quando i lavoratori percepiranno le conseguenze dell’isolamento sociale, della malattia o della mancanza di lavoro e delle preoccupazioni finanziarie, è probabile che si verifichino tensioni ancora più forti. I datori di lavoro non devono assolutamente trascurarli. Sarà una sfida, soprattutto per le grandi organizzazioni in cui il personale lavora in remoto. Tuttavia, è un problema che le risorse umane dovranno affrontare, sia ora sia quando i lavoratori torneranno sul posto di lavoro, il che creerà un altro sconvolgente stress a cui riabituarsi” conclude Marisa Campagnoli.

E durante il lockdown?

Secondo un’indagine del Centro Medico Santagostino su un campione di 4.000 pazienti (70% donne, dai 18 anni agli over 65, tutte le età sono ben rappresentate) sulle ‘nuove abitudini di vita’ durante il lockdown l’attenzione sull’alimentazione è sempre rimasta alta.

Alimentazione alta l’attenzione 

Quasi il 60% del campione durante il lockdown ha risposto di avere prestato molta attenzione all’alimentazione ma c’è stato anche un 40% che ha risposto di non esserci riuscito. E sempre circa un campione del 60% di utenti ha dichiarato di non essere ingrassata nonostante le nuove condizioni e il lockdown. La stragrande maggioranza ha detto di avere mangiato dalle 3 alle 5 volte al giorno (colazione, pranzo, cena e uno o due spuntini durante il giorno), senza però esagerazioni sul fuori pasto: circa il 25% con spezza-fame come frutta o verdura e solo quando ne ha davvero bisogno, mentre l’8% del campione, ha ammesso di avere privilegiato cibi confezionati tipo merendine o biscotti industriali e la cioccolata.

Circa il 15% del campione ha dichiarato di avere avuto difficoltà nell’organizzare la spesa e la dispensa, potendo uscire poco e velocemente, e di avere anche qualche difficoltà con l’ideazione di menù: insomma, anche la fantasia in cucina per qualcuno durante il lockdown ha scarseggiato.

Il tempo passato in casa, per oltre il 35% del campione, è stato foriero di nuovi esperimenti in cucina: pizza, focaccia e torte fatte in casa sono entrate a far parte delle attività quotidiane e il 34% ha effettivamente ridotto il consumo di cibo industriale a favore di quello home made. Non mancano le testimonianze (tutte al femminile) delle smart workers con figli al seguito: il tempo è diminuito in questi casi, quindi pochi esperimenti in cucina per loro. 

Attività fisica: più sedentari, meno in forma

Rispetto a un precedente sondaggio realizzato da Centro Medico Santagostino (nov. 2019, campione di 850 persone) in cui il 20% del campione risultava sedentario, la percentuale in questi ultimi mesi sembra essere salita e oltre il 30% dice di non riuscire a fare alcuna attività fisica. Il 38% del campione si è sentito “fuori allenamento” e quasi il 35% ha dovuto rinunciare a fare attività fisica perché a casa “non è riuscito a fare nulla”. un risicato 14% ha detto di essere riuscito ad allenarsi tutti i giorni. Anche i bisogni di salute non sono cambiati molto durante il lockdown. Molte persone, in questa fase hanno detto di avere solo rimandando il momento in cui ricominceranno, con visite e diagnostica, a occuparsi della propria salute.

Emozioni, sonno e stress: più soli e più esposti

Il 70% del campione ha dichiarato di “cavarsela” e di sentirsi tra le persone più fortunate perché tutto sommato è stato bene. Se uno su tre ha detto di non avere provato sensazioni specifiche, fore solo “un generale senso di malessere” e di essere, semplicemente, “stufa/o dell’isolamento”, oltre il 20% ha confessato di essere preoccupato per il lavoro e per le difficoltà economiche che le famiglie devono e dovranno affrontare in futuro.

Il 40% del campione ha fatto molta fatica a staccare dalla quotidianità e a rilassarsi e solo il 12% ha detto di riuscire a farlo facilmente. «Viviamo in un costante stato di allerta che non ci permette di allentare la tensione e una generale forma di malessere ha iniziato ad accompagnare le nostre giornate, anche per chi continua a resistere e si sente bene», ha detto Stefano Porcelli, psichiatra del Centro Medico Santagostino.


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