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di Manu Garavaglia

Il sindacato dei lavoratori delle industrie creative britanniche, il Bectu ha reso noto che le perdite di posti di lavoro nell’industria teatrale sono passate da 3.000 a 5.000 in un mese. Circa 2.700 posti sono andati in fumo a Londra e nel West End, mentre le altre perdite hanno interessato il resto Regno Unito. I licenziamenti hanno riguardato molte persone, sia di coloro che avevano un contratto a tempo indeterminato sia i lavoratori occasionali sia il personale con contratti a zero ore. Ma per tutti i sussidi previsti dal “Coronavirus job retention scheme” ossia il Programma di conservazione del lavoro hanno dato una boccata di ossigeno.

Il Regno Unito ha annunciato un pacchetto di salvataggio di 1,9 miliardi di dollari per il settore artistico un mese fa.

E triste vedere i liberi professionisti chiedere aiuto e supporto e il loro futuro nel settore è profondamente incerto, soprattutto pensando ai numeri visto che l’industria teatrale del Regno Unito impiega circa 290.000 persone e il 70% di queste persone sono freelance.  Il finanziamento in favore delle persone che lavorano nel mondo dell’arte dovrebbe materializzarsi a ottobre.

Sostegno alle imprese attraverso il sistema di conservazione del lavoro Coronavirus

Nel Regno Unito tocca all’Her Majesty’s Revenue and Customs (HMRC), un dipartimento governativo non ministeriale del Regno Unito responsabile per la riscossione delle imposte, il compito del pagamento di alcune forme di sussidi statali e incluso il salario minimo nazionale che prevede un rimborso dell’80% dei salari dei lavoratori, fino a un tetto massimo di 2.500 sterline al mese per ogni lavoratore.

E in Italia?

Il teatro La Fenice ha stimato perdite per 7 o 8 milioni, L’Opera di Roma per 4,4 milioni. Il teatro Regio di Torino ne ha persi oltre 1,5. Insomma più che un disastro. Assolirica, l’Associazione Nazionale Artisti Lirici, a fine marzo aveva segnalato pesanti profili di incostituzionalità dell’Art. 38 del Decreto Cura Italia, reo di discriminare gli artisti lirici e tutti i freelance della Lirica rispetto a tutti gli altri lavoratori autonomi con partita IVA.

“I suoi effetti”, ha fatto notare Assolirica, ” sono in contrasto con il principio di parità di trattamento enunciato dall’art. 3 della Costituzione, che vieta di trattare situazioni analoghe in modo diverso. Non si vede per quali ragioni, infatti, un cantante lirico debba beneficiare del contributo statale soltanto se non supera un determinato reddito, ossia i 50mila euro e la soglia delle 30 giornate Enpals (necessarie per accedere al bonus di 600 euro), mentre la stessa regola non vale per altri professionisti con partita IVA.


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