GENOVA, GUARDIA DI FINANZA: ESEGUITE 6 MISURE CAUTELARI PERSONALI NEI CONFRONTI DI EX E ATTUALI TOP MANAGER DI AUSTOSTRADE PER L’ITALIA SPA

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di Patrizia Vassallo

Autostrade per l’Italia è tornata alla ribalta delle cronache. I reati contestati sono gravi: attentato alla sicurezza dei trasporti e frode in pubbliche forniture. Ieri mattina i militari della Guardia di Finanza di Genova, coordinati della locale Procura della Repubblica (Proc. Aggiunto Paolo D’Ovidio e Dott. Walter Cotugno), hanno esegueto un’ordinanza applicativa di misure cautelari, nei confronti di tre ex top manager e tre attuali dirigenti della Società Autostrade per l’Italia s.p.a. Tre gli arresti domiciliari e tre le misure interdittive.
L’indagine, avviata un anno fa a seguito dell’analisi della documentazione
informatica e cartacea acquisita nell’inchiesta principale legata al crollo del
Ponte Morandi, è relativa alle criticità – in termini di sicurezza – delle barriere fonoassorbenti, del tipo integrate modello “INTEGAUTOS”, montate sulla rete autostradale.
L’analisi della documentazione informatica e cartacea acquisita, le indagini
tecniche effettuate, l’assunzione di plurime testimonianze hanno portato a
raccogliere numerosi e gravi elementi indiziari e fonti di prova in capo ai
soggetti colpiti da misura, in ordine alla:
 consapevolezza della difettosità delle barriere e del potenziale pericolo
per la sicurezza stradale, con rischio cedimento nelle giornate di forte
vento (fatti peraltro realmente avvenuti nel corso del 2016 e 2017 sulla
rete autostradale genovese); in particolare, è emersa la
consapevolezza di difetti progettuali e di sottostima dell’azione del
vento, nonché dell’utilizzo di alcuni materiali per l’ancoraggio a terra
non conformi alle certificazioni europee e scarsamente performanti;
 volontà di non procedere a lavori di sostituzione e messa in sicurezza
adeguati, eludendo tale obbligo con alcuni accorgimenti temporanei
non idonei e non risolutivi;
 frode nei confronti dello Stato, per non aver adeguato la rete da un
punto di vista acustico (così come previsto dalla Convenzione tra
Autostrade e lo Stato) e di gestione in sicurezza della stessa,
occultando l’inidoneità e pericolosità delle barriere, senza alcuna
comunicazione – obbligatoria – all’organo di vigilanza (Ministero delle
Infrastrutture e dei Trasporti).
Proprio a causa del grave quadro indiziario emerso dalle indagini, il Giudice per le Indagini Preliminari, su richiesta della Procura della Repubblica di Genova, ha emesso l’odierna ordinanza applicativa di misure cautelari personali. Si apre così un altro triste capitolo che ci fa riavvolgere il nastro della memoria al 14 agosto 2018, al crollo del ponte Morandi e alle 43 vittime. Perché?

Tutta colpa di un messaggio Whatsapp che si legge nell’ordinanza di Michele Donferri Mitelli, ex capo delle manutenzioni di Autostrade per l’Italia, licenziato da Aspi alla fine di ottobre 2019 e principale indagato nell’indagine sul crollo di Ponte Morandi, inviato il 25 giugno 2018 a Paolo Berti, ex dirigente anche lui finito ai domiciliari per l’inchiesta fonoassorbenti, scoperto dai militari delle Fiamme Gialle durante le perquisizioni dopo la tragedia:  “I cavi del Morandi sono corrosi”. Una frase che già suonava come una sentenza di morte e anticipava il pericolo di una tragedia avvenuta esattamente 50 giorni dopo e che ha portato via con sé le vite di 43 persone la cui unica colpa, il 14 agosto 2018, è stata quella di trovarsi sul famoso ponte Morandi che attraversava il fiume Polcevera. Berti scrisse a Donferri di iniettare aria deumidificata nei cavi del viadotto Polcevera per levare l’umidità. Donferri rispose invece che i cavi erano già corrosi, facendo intendere che l’intervento sarebbe risultato quindi inutile.


Insomma a quanto pare l’unico obiettivo era quello di abbattere i costi per fare bella figura in azienda e coi soci del gruppo. “Devo spendere il meno possibile – si legge in alcune intercettazioni di Donferri coi suoi collaboratori avvenuta quando il Morandi era già crollato – sono entrati i tedeschi, sono entrati i cinesi… devo ridurre al massimo i costi e devo essere intelligente de portà alla fine della concessione…”. Ma c’è chi qualche scrupolo se lo fa. Andrea Indovino, dell’ufficio controlli strutturali di Spea, anche lui tra gli indagati, che si sfoga con una collega e dice: “Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto (il giorno del crollo del Morandi) vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un c…”. Aspi da sempre punta a dimostrare che la corrosione dei cavi era dovuta ad un difetto di progettazione. Quello che invece ormai sembra chiaro è che in azienda si sapeva che quei cavi potevano cedere. Ed è evidente che la strada perseguita è stata quella del taglio dei costi della manutenzione straordinaria del Morandi da un milione e 200mila euro. Ora questo Whatsapp, scoperto grazie a questa inchiesta parallela sulla sicurezza delle barriere fonoassorbenti, montate sulla rete autostradale, potrebbe dare una svolta alle indagini sul processo Morandi. A breve verrà depositata la perizia che dovrebbe mettere la parola fine alle indagini, in corso da ormai due anni.


Bagheria usura su battesimi e matrimoni, sequestrato patrimonio illecito di oltre 500mila euro. I tassi usurai oscillavano dal 30 al 200%

Oramai non è più purtroppo una novità. La gente si indebita non solo per mantenere in piedi la propria attività, ma anche per il battesimo dei figli e per sposarsi. È notizia di oggi l’esecuzione dell’ordinanza da parte dei Finanzieri del Comando Provinciale di Palermo di applicazione di misure cautelari agli arresti domiciliari emessa dal GIP del Tribunale di Palermo nei confronti di B.V. (64 anni) di Misilmeri, a seguito di una complessa indagine diretta dalla locale Procura della Repubblica su un particolare caso di usura.


Le investigazioni svolte dalle Fiamme Gialle della Compagnia di Bagheria, eseguite con intercettazioni telefoniche, servizi di pedinamento con riprese fotografiche e video e l’analisi di documentazione bancaria, hanno consentito di ricostruire l’attività illecita svolta dall’indagato con un particolare schema criminale. Infatti, il signore in questione, oltre ai prestiti di denaro, garantiva in prima persona per le sue vittime il pagamento di vestiti e corredi, per eventi quali matrimoni o battesimi, chiedendo poi la restituzione del debito a rate con l’applicazione dei tassi usurai che
variavano dal 30 al 200% dell’importo concesso in prestito.
Nel corso delle perquisizioni presso l’abitazione dell’usuraio sono stati rinvenuti e sequestrati 30.000 euro in contanti ed alcuni fogli dove venivano riportati i conteggi relativi ai numerosi prestiti effettuati.
Il patrimonio accumulato dall’indagato aveva raggiunto un valore
complessivo di 500 mila euro (un panificio, due appartamenti in Misilmeri, polizze assicurative, un terreno) ed è stato proprio questo “eccesso di proprietà e denaro” sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati dall’incauto scortichino che ha dato il via alle indagini che hanno permesso di porre sotto sequestro tutti i suoi beni.


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