ITALIA: ALLARME ECONOMIA PER L’AUMENTO DELLE MATERIE PRIME E MANCANZA DI CHIP PER PRODURRE AUTO, OCCORRE UNA RAPIDA SVOLTA


di Patrizia Vassallo

Mentre i potenti del Pianeta discutono del destino del nostro Paese, tra gli obiettivi chiave la minimun tax già approvata – che prevede un’imposizione minima del 15%, in pratica le multinazionali pagheranno tasse dove operano – e i cambiamenti da attuare in tutto il mondo per salvare il nostro ecosistema, gli italiani già devono fare i conti con l’aumento delle materie prime e il petrolio che ha fatto schizzare il prezzo della benzina alle stelle oltre 1,7 euro al litro. Anche sulle bollette si comincia a fare i conti con i primi rincari, che per alcuni ha un solo colpevole; la pandemia.  “La benzina? Da un mese e mezzo è salita a prezzi esagerati e non c’è verso di vedere una minima inflessione”, dice Walter tassista di lungo corso. “L’unico vantaggio per noi ora è che la gente ha ricominciato a viaggiare, altrimenti non so come avremmo potuto fare ad andare avanti. Sono stato fermo con il taxi parcheggiato ore e ore in attesa di un cliente da trasportare. Ero disperato. Davvero disperato. Perché non vedevo un punto di svolta”.

“In qualsiasi tg senti solo parlare di vaccini e di pandemia dei rincari delle materie prime, del fatto che se vai a comprare qualsiasi cosa i prezzi sono aumentati… nulla. Come anche del fatto che in Italia, ma come anche in Germania, e questo lo so perché ci sono stato recentemente, se entri in un salone di 800/1000 mq, le auto le conti sulle dita di due mani. Non ci sono auto perché la crisi che ha provocato il Coronavirus ha avuto un effetto negativo anche sulle vendite di auto perché le case produttrici ne hanno prodotte meno e ora trovarne una in pronta consegna o abreve consegna è diventata una vera impresa quasi una caccia al tesoro”, dice Paolo P. agente immobiliare di un noto gruppo immobiliare italiano.

In effetti  la crisi causata dalla pandemia ha avuto più che un effetto negativo sulle vendite di veicoli. La forte contrazione della domanda ha portato le case automobilistiche a pianificare nuovamente i livelli di produzione, riducendo le richieste di componentistica esterna, soprattutto di semiconduttori. Così quando alla fine del Duemila la domanda è tornata a salire, tutti hanno dovuto fare i conti con una grande carenza di chip rallentando di fatto le consegne di qualsiasi tipo di auto. “Non abbiamo auto da esporre”, dice un venditore di un noto concessionario nella zona Nord di Milano, “quelle che vede esposte sono auto già vendute. Ora abbiamo ordini per i quali l’attesa prevista è di circa sei mesi. Se va avanti così saremo costretti a esporre delle sagome di cartone”.  

Insomma non è facile “fare i conti” quando si deve gestire la produzione di milioni di veicoli. Le case automobilistiche hanno ridotto l’inventario a loro disposizione, a causa delle vendite in drastico calo, in alcuni stabilimenti è stato ridotto l’orario di lavoro, con la conseguenza che la produzione ha subito un altrettanto drastico arresto. A farne principalmente le spese in questa particolare situazione, sono stati i produttori di semiconduttori, materiali impiegati non solo in campo automotive. Tanto che la capacità produttiva di questi elementi è stata diminuita sensibilmente.

Ora le aziende si trovano nell’incapacità di rispondere all’attuale richiesta. La mancanza di semiconduttori ha costretto il gruppo Volkswagen a rivedere i programmi produttivi dello stabilimento di Wolfsburg, difatti già a gennaio di quest’anno aveva annunciato che avrebbe prodotto 100 mila auto in meno nel primo trimestre del 2021. Motivo? Orario ridotto per gli addetti alle catene di montaggio delle Volkswagen Tiguan e Touran e della Seat Tarraco. Come anche in FCA, Ford Toyota, Nissan e Honda, dove le attività produttive hanno tirato il freno a mano.

C’è chi ha dato la colpa alla Cina, che dopo la pandemia viene tirata spesso in ballo e non sempre a torto, ma in realtà anche in Cina l’aumento delle richieste ha trovato il comparto del tutto impreparato.  Se questa difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime dovesse continuare, ci sarà anche un problema occupazionale da affrontare. Lo denuncia la filiera produttiva automotive. In un comunicato stampa, l’ANFIA sottolinea inoltre che le consegne ai clienti stanno subendo ritardi in alcuni casi con tempi di attesa triplicati, anche per l’attuale indisponibilità di container. E il rischio di non riuscire a soddisfare la domanda di potenziali acquirenti, potrebbe fare perdere nuovi ordini quindi bloccare di nuovo le vendite.  

Che cos’è la minimum tax

La minimum tax è una tassa che avrà un’aliquota minima del 15% sugli utili delle multinazionali. In pratica questa tassa verrà pagata non solo da aziende con entrate per oltre 20 miliardi di euro, ma anche da quelle multinazionali che hanno attività in altri Paesi e quindi in tutti i Paesi dove faranno utili. I leader mondiali si sono impegnati ad attuarla entro la data del 2023, fissata nel quadro Ocse, dove era stata sottoscritta da 136 paesi su 140.
Con la nuova minimum tax sparirà la digital service tax europea che aveva provocato le critiche degli Stati Uniti perché andava a colpire specialmente le grandi aziende tecnologiche basate oltre Oceano. Nel caso di attuazione della tassa globale nei prossimi due anni, i paesi europei offriranno alle aziende un credito fiscale per rimborsare le somme versate in eccesso rispetto all’imposta globale. Dopo l’approvazione da parte dei capi di Stato e di governo, l’accordo sulla minimum tax dovrà essere trasformato in legge nei vari Paesi, con l’obiettivo di implementarla nel 2023. 

Prezzi delle materie prime agricole alle stelle

I prezzi  delle materie prime agricole continuano a crescere segnando un incremento medio del +39% rispetto al 2020 e del +52% rispetto al 2019. Un andamento che, anche alla luce degli scenari mondiali in rapida evoluzione, fa prevedere nel 2022 un trend di mantenimento dei prezzi ai massimi livelli (dati A.G.E.R. Borsa Merci Bologna). Una prospettiva assai negativa in particolare per il settore avicolo, in cui il costo della materia prima incide in maniera molto rilevante, fino al 65%, sul costo del prodotto non ancora trasformato, cui si somma l’incremento dei costi dei trasporti, dell’energia e dei materiali da imballaggio.

Francesco Berti Amministratore delegato del Gruppo Amadori

“La filiera avicola italiana, l’unica autosufficiente nel settore zootecnico, va tutelata per la sua specificità strategica”, ha detto Francesco Berti Amministratore delegato del Gruppo Amadori in un’intervista su Cesana Today. “Per questo riteniamo necessario convocare con urgenza un confronto tra istituzioni, organismi di rappresentanza, trasformatori e, non ultime, distribuzione e Horeca. Il rischio è che questa crisi, se non gestita in maniera condivisa, ricada sui quasi 7mila allevamenti e 38.500 allevatori professionali presenti nel nostro Paese. Dobbiamo scongiurare nella maniera più assoluta che i consumatori italiani siano costretti ad acquistare prodotti provenienti da altri Paesi, con minori garanzie in termini di qualità e sostenibilità delle filiere”.

La scarsità di materie prime e il conseguente incremento dei prezzi sono principalmente legati agli effetti del cambiamento climatico nei principali paesi produttori. Da un lato, l’aumento delle temperature e la siccità in paesi come Canada e Brasile hanno causato la riduzione dei raccolti, ad esempio di oltre il 50% per il grano canadese e del 30% per il mais brasiliano; dall’altro, la piovosità del nord Europa ha provocato un deficit qualitativo del grano. Fattori che impattano in misura ancora maggiore sulle materie prime non Ogm, con un balzo dei prezzi che per la soia nazionale – nell’arco temporale 2020-2022 – potrebbe raggiungere complessivamente il +50%, si legge su Cesena Today.

“Le dinamiche dei prezzi alla produzione e dei prezzi al consumo”, ha stigmatizzato Berti nell’intervista rilasciata al quotidiano locale, “rischiano di mettere in crisi gli allevamenti italiani e favorire l’ingresso nel mercato di prodotti provenienti da paesi con dimensioni produttive eccedenti rispetto ai consumi interni. Un esempio su tutti è quello della Polonia, che sta investendo proprio sull’estensione delle produzioni per uscire dai confini nazionali”.


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