TEXAS CONTINUA IL BRACCIO DI FERRO SULL’ABORTO


Continuano le polemiche sulla legge che in Texas, il secondo stato più grande degli Usa, vieta l’aborto. Il divieto convertito in legge dal governatore Greg Abbott a maggio, proibisce l’aborto dopo che l’attività cardiaca di un feto viene rilevata, di solito intorno alle 6 settimane di gravidanza. Il punto fondamentale della questione è che la legge del Texas, in vigore da settembre, è in conflitto con sentenze storiche della Corte Suprema che impediscono a uno stato di vietare l’aborto all’inizio della gravidanza.

Un tribunale di grado inferiore a ottobre era riuscito a bloccarla per 48 ore. L’Alta Corte, meno di due settimane fa, era intervenuta sulla gestione di due casi in Texas muovendosi a una velocità straordinaria, respingendo un appello il cui obiettivo era quello di bloccare la legge.

Come in una sorte di copia e incolla almeno in altri 12 stati americani è stato vietato l’aborto seguendo gli stessi principi, senza che questi divieti per ora abbiano vigore di ora legge.

In questo momento in Texas chi si presta a fa fare aborti rischia multe salatissime. E questo è il motivo per cui le cliniche in tutto il Paese hanno smesso di fare aborti una volta rilevata l’attività cardiaca, obbligando le donne (che se lo possono permettere, ndr) ad andare in altri stati per porre fine alle loro gravidanze.

Attualmente, sul fronte legale non esiste un modo efficace per bloccare la legge perché la corte federale non può costringere i giudici statali ad astenersi dall’udire le cause legali autorizzate dalla legge.  


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