I PIANI DI XI JINPING PER GOVERNARE SU HONG KONG E MACAO - WHAT-U

il presidente Xi Jinping
ph. Xinhua

Il Partito Comunista Cinese ha riacceso i fari su Hong Kong e Taiwan. È la prima volta che Hong Kong e Taiwan vengono citate in una storica risoluzione adottata dal partito. Nel passato documenti simili erano stati emessi prima da Mao Zedong nel 1945 e poi da Deng Xiaoping nel 1981. Ma ora il fatto che Hong Kong e Taiwan debbano rientrare nella giurisdizione cinese è diventata una priorità politica per Xi Jinping. In un comunicato diffuso al termine di una sessione plenaria di quattro giorni, per la precisione il 6° plenum del Comitato Centrale che si è concluso con l’adozione della terza risoluzione storica nella storia del partito, Xi è stato messo di fatto sullo stesso piano di Mao Zedong e Deng Xiaoping. I vertici del partito hanno affermato: “Per quanto riguarda il mantenimento della politica di ‘un Paese, due sistemi’ e la promozione della riunificazione nazionale, il Comitato Centrale ha adottato una serie di misure per affrontare sia i sintomi sia i problemi alla radice delle questioni rilevanti e attuato risolutamente il principio secondo cui Hong Kong e Macao devono essere governate da patrioti”.

Il 6° plenum del Comitato Centrale si è concluso con l’adozione della terza risoluzione storica nella storia del partito, che ha messo Xi sullo stesso piano di Mao Zedong e Deng Xiaoping

Insomma un cambio di rotta che si è reso necessario dopo che Pechino in seguito ai disordini sociali scoppiati a Hong Kong due anni fa, è dovuta (dal suo punto di vista) correre ai ripari attivandosi per l’attuazione della legge sulla sicurezza nazionale e una revisione dei sistemi elettorali della città. E dopo che Taiwan ha risposto picche alla rinuncia della propria indipendenza.

Xie Maosong, ricercatore senior del National Strategy Institute presso l’Università Tsinghua di Pechino, ha affermato che il fatto che Hong Taiwan siano state menzionate dimostra che Xi le considera “parti molto importanti” della sua eredità. E si è posto due obiettivi importanti che non vuole lasciare alle generazioni future: consolidare il potere di Pechino su Hong Kong e riportare Taiwan nel continente. “Pechino”, ha precisato Xie, “considera l’autogoverno Taiwan un territorio separatista che deve essere riportato sotto il suo controllo, se necessario anche con la forza e più volte ha messo in guardia gli Stati Uniti affinché non concretizzasse alcun tipo di contatto ufficiale e militare con Taiwan. Un’isola tenace che ha sempre saputo difendere la sua autonomia e indipendenza”.

Il Partito Comunista Cinese è stato fondato nel 1921 e ha formato il primo governo della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. Rimane l’unico partito politico di governo del paese e pervade tutti gli aspetti della società.

Giovedì il presidente Xi Jinping ha promesso una serie di riforme economiche come parte degli sforzi della Cina per aderire a un patto commerciale del Pacifico abbandonato quattro anni fa dagli Stati Uniti e ha messo in guardia contro gli sforzi per “tracciare linee ideologiche” nella regione Asia-Pacifico.

In un discorso video registrato al vertice della cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) ospitato dalla Nuova Zelanda, Xi ha affermato che Pechino “promuoverà l’apertura a tutto tondo dei suoi settori agricolo e manifatturiero, espanderà l’apertura del settore dei servizi e permetterà alle imprese nazionali ed estere di operare alla pari secondo la legge”. Xi ha aggiunto che la Cina accorcerà l’elenco dei settori in cui le società straniere non potranno investire.

Riforme che si sono rese necessarie come parte degli impegni assunti come membro dell’accordo di partenariato economico regionale globale ( RCEP ) e come parte dei negoziati il cui obiettivo è quello di aderire all’accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico ( CPTPP ), il blocco che l’ex Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha abbandonato come uno dei suoi primi atti quando è entrato nelle vesti di presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca.

A settembre la Cina ha annunciato di aver chiesto formalmente di aderire volere al CPTPP, dove sono già presenti Nuova Zelanda, Giappone, Canada, Messico e altri sette paesi, e rappresenta circa il 13% del commercio globale. Un’altra pedina aggiunta sullo scacchiere della politica e del commercio internazionale che fanno chiaramente comprendere le mire espansionistiche della Cina. Approfittando delle aperture dell’amministrazione Biden si è invece concentrata sul rafforzamento delle alleanze commerciali non solo con la Cina, ma anche con partner “simili”, come per esempio, la Corea del Sud e l’Australia, con cui Washington ha formato un’alleanza militare a tre che include anche la Gran Bretagna.

La Cina pronta a riportare le relazioni Usa sulla buona strada

Nel suo discorso dell’Apec di giovedì, Xi ha fatto un apparente riferimento alla strategia di Biden su questo fronte senza fare riferimento direttamente a Washington. “Dovremmo essere lungimiranti, andare avanti e rifiutare le pratiche di discriminazione ed esclusione degli altri”, ha affermato. “I tentativi di tracciare linee ideologiche o formare piccoli circoli su basi geopolitiche sono destinati a fallire. “La regione Asia-Pacifico non può e non deve ricadere nel confronto e nella divisione dell’era della Guerra Fredda”.

La Cina vuole conquistare anche l’Antartide

Anche l’Antartide, sebbene disti 1.450 chilometri dalla Cina, dal 2013, ossia da quando la Repubblica popolare è membro osservatore del Consiglio Artico, è entrato a pieno titolo fra gli interessi primari dei cinesi che nella regione hanno già investito oltre 90 miliardi di dollari. Per ragioni economiche molto semplici. La prima è che nell’Artide è conservato un quarto delle riserve di petrolio e gas naturale del mondo. La seconda riguarda il fatto che l’inesorabile scioglimento dei ghiacci sta aprendo un passaggio marittimo tra Asia orientale ed Europa (la rotta del Mare del Nord) potenzialmente più breve del 40 per cento rispetto all’attuale percorso attraverso il Canale di Suez che potrebbero diventare importanti rotte di trasporto per il commercio internazionale. Poco più di un anno fa, il governo cinese ha pubblicato il primo libro bianco sull’Artico, introducendo il concetto di “via della seta polare”. Un progetto di cooperazione globale nel quadro dell’iniziativa Belt and Road (BRI) volto a rendere le gelide acque del Nord “importanti rotte di trasporto per il commercio internazionale”. E l’assenza di un trattato internazionale sull’uso pacifico delle risorse del Mar Glaciale Artico – nell’Antartide esiste dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso – ha reso la regione anche più esposta alle mire cinesi. Lo aveva capito perfettamente Donald Trump e anche l’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che nel maggio del 2019, alla viglia dell’ultimo vertice del Consiglio Artico, il forum che promuove il coordinamento tra gli Stati che si affacciano sul Polo Nord, fu critico nei confronti di Pechino. “Vogliamo che l’Oceano Artico diventi un altro Mar cinese meridionale?”. Insomma un quid chiarissimo quello della Cina.

Ancora più chiaro neI un report del 2019 che il Pentagono consegnò al Congresso americano dove veniva descritto il possibile dispiegamento di sottomarini cinesi per agire come deterrente contro attacchi nucleari. E dove si evinceva un forte interessamento da parte della Cina nei confronti della Groenlandia, base ideale dove stabilire delle stazioni di ricerca, espandere infrastrutture aeroportuali e sviluppare attività minerarie. Insomma una vertiginosa espansione cinese che ha sempre più interessi anche verso il continente africano, con un esercito marino considerato il più grande esercito del mondo, con 2 milioni di personale attivo nel 2019.

Tra l’altro con la “via della seta polare” la Cina è diventata di fatto il primo Paese a scardinare il monopolio russo, avviando negoziati per la costruzione congiunta di nuovi scali marittimi e infrastrutture destinati a facilitare il trasporto del gas russo verso l’ex Celeste Impero, il tutto in un’area dove Mosca vanta strutture militari in oltre 500 punti diversi.

Nel 2015, la Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo (PLAN) aveva 255 navi della forza da battaglia nella sua flotta, secondo l’Ufficio dell’Intelligence Navale degli Stati Uniti (ONI). Alla fine del 2020, ne aveva 360, oltre 60 in più rispetto alla Marina degli Stati Uniti, secondo una previsione dell’ONI. Fra quattro anni, il PLAN avrà 400 navi militari, prevede l’ONI

Nell’aprile del 2018, il presidente cinese Xi Jinping indossò la tuta militare e salì a bordo di un cacciatorpediniere della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione nel Mar Cinese Meridionale. Davanti a lui quel giorno c’era la più grande flottiglia che la Cina avesse mai messo in mare contemporaneamente, 48 navi, dozzine di aerei da combattimento, più di 10.000 militari. Per Xi, il leader più potente del paese dai tempi di Mao Zedong, quella giornata fu un punto di partenza per una grande ambizione: una forza che avrebbe mostrato la grandezza e il potere della Cina attraverso i sette oceani del mondo. “Il compito di costruire una potente marina non è mai stato così urgente come lo è oggi”, disse Xi quel giorno”. E il progetto ad oggi non ha subito alcuna battuta di arresto. Anzi…


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