ITALIA, RISCHIO ALLERTA PER ABRUZZO, EMILIA ROMAGNA, LIGURIA, MARCHE E VENETO. E PROVINCE AUTONOME


Continua per la settima settimana consecutiva l’aumento generalizzato del numero di nuovi casi di infezione, in particolare sotto i 20 anni ma anche nella fascia di età 30-49 anni. A livello nazionale l’incidenza settimanale ha superato la soglia dei 150 casi per 100,000 abitanti.

È in lieve diminuzione, a livello nazionale, la velocità di trasmissione nella settimana di monitoraggio corrente con un Rt elevato nella maggior parte delle regioni Italiane, sempre al di sopra della soglia epidemica.

L’Rt calcolato sui soli casi ospedalizzati si mantiene oltre la soglia epidemica con conseguente aumento nei tassi di occupazione sia in area medica che in terapia intensiva.

Venti Regioni e Province autonome risultano classificate a rischio moderato questa settimana

Una regione – il Molise – è classificata a rischio basso. Dodici Regioni e Province autonome riportano un’allerta di resilienza. Sette Regioni e Province autonome superano, questa settimana, la soglia di allerta per l’occupazione di posti letto Covid nelle terapie intensive, fissata al 10%. Sono la Calabria (all’11,8%), Friuli Venezia Giulia (14,3%), Liguria (12,4%), Marche (14,8%), PA Bolzano (18%), PA Trento (16,7%), Veneto (12,4%). L’Emilia Romagna registra un valore pari al 10%. Superano invece la soglia di allerta del 15% per l’occupazione dei reparti di area medica quattro Regioni e Province autonome: Calabria (al 16,8%), Friuli Venezia Giulia (23,3%), PA Bolzano (19,2%), Valle d’Aosta (24,2%).

In forte aumento il numero di nuovi casi non associati a catene di trasmissione (37.278 contro 30.966 della settimana precedente). La percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti è in aumento (34% contro il 33% della scorsa settimana). È in diminuzione la percentuale dei casi rilevati attraverso la comparsa dei sintomi (40% contro il 45%), mentre sale la percentuale di casi diagnosticati attraverso attività di screening (26% contro il 22%). 

Incidenza massima di casi Covid-19 nella Provincia autonoma di Bolzano, che registra questa settimana il valore di 556,1 casi per 100mila abitanti. Seguono, con valori ampiamente oltre soglia, il Friuli Venezia Giulia (378 casi per 100mila), Veneto (365,5) e Valle d’Aosta (266,4). Tutte le Regioni e Province autonome, tranne una, superano comunque la soglia di allerta fissata a 50 casi per 100mila abitanti, limite oltre il quale risulta complesso attuare il tracciamento dei casi. L’unica Regione a registrare un valore sotto soglia è il Molise, con 28 casi per 100mila abitanti. Emerge dai dati dell’ultimo monitoraggio settimanale.

“Siamo ancora in una fase non facile, questa nuova ondata di Covid sta toccando molto significativamente l’Europa e anche in Italia c’è una oggettiva crescita dei nuovi contagi, anche se siamo ancora uno dei Paesi con un quadro epidemiologico migliore, e ciò grazie alla campagna di vaccinazione che è la leva primaria. Dobbiamo avere fiducia nella scienza”, ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza, ricordando che ieri è stata superata la soglia dei 100 milioni di dosi somministrate. “Siamo in una situazione di pressione che va tenuta sotto controllo, ma che riusciamo a gestire. La prossima settimana il Veneto sarà ancora bianco, perché non abbiamo raggiunto il limite del 15% di ricoverati Covid in area medica (siamo all’11%) mentre siamo oltre gli altri due parametri nazionali richiesti, che sono il 10% di occupazione delle terapie intensive (siamo al 12%) e l’incidenza (siamo a 371,1 casi ogni 100 mila abitanti su un limite di 50)”. Crescita senza freno dei contagi Covid in Veneto, dove nelle ultime 24 ore si sono sfiorati i 4.000 nuovi positivi (3.993), che fanno raggiungere un totale di 544.688 dall’inizio della pandemia. Forte aumento anche dei decessi in un solo giorno, 15, per un totale di 12.042 vittime, questo secondo il bollettino della Regione. Numeri preoccupanti, che tuttavia potrebbero risentire di un riequilibrio dei conteggi (ieri i casi erano stati 1.928) dopo un rallentamento dei tracciamenti nella giornata festiva dell’8 dicembre. 

Cinque le regioni a rischio: Abruzzo, Emilia Romagna, Liguria, Marche e Veneto

Intanto sono cinque le Regioni, attualmente classificate a rischio moderato, ad alta probabilità di progressione a rischio alto. Lo evidenzia il monitoraggio settimanale della Cabina di regia. Si tratta di Abruzzo, Emilia Romagna, Liguria, Marche e Veneto. La Regione Liguria potrebbe passare in zona gialla dalla settimana di Natale, secondo il governatore ligure Giovanni Toti. ‘L’unico parametro che ci tiene in zona bianca”, ha detto, “è il numero di ospedalizzati in media intensità ma il flusso degli ultimi giorni supera i 30 pazienti al giorno su base regionale”.

“La variante Delta è ancora la variante predominante nel nostro Paese, ma in altri Paesi europei comincia a circolare anche la variante Omicron le cui caratteristiche sono ancora in fase di studio. Per quanti riguarda l’Italia, sono stati segnalati fino ad ora 26 casi di questa variante”, ha spiegato il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, in un videomessaggio di analisi dei dati del monitoraggio settimanale. “Se sono necessarie due settimane per capire se la variante Omicron riesce a sfuggire ai vaccini, come è stato detto più volte da quando è arrivata la prima segnalazione dal Sud Africa, è perché questo è il tempo richiesto dai due test che permettono di avere la risposta”.

Su questa base, le aziende produttrici dei vaccini potranno decidere se aggiornare o meno i vaccini.


I due test possibili, che probabilmente sono già in corso in molti laboratori del mondo, si basano sull’analisi degli anticorpi presenti nei sieri ottenuti da soggetti vaccinati e sull’analisi del comportamento dei linfociti T, ossia delle cellule immunitarie legate alla cosiddetta memoria indotta. “Si tratta di due tipi di esperimenti che, in modo diverso, permetteranno di capire la tenuta dei vaccini attuali”, aggiunge il virologo Francesco Broccolo, dell’Università di Milano Bicocca.

Al primo gruppo appartengono i “test di sieroneutralizzazione”, che utilizzano sieri ottenuti da soggetti vaccinati e permettono di vedere come gli anticorpi siano o meno in grado di neutralizzare il virus Omicron. “A questo scopo – osserva – si può utilizzare la variante Omicron tal quale del virus SarsCoV2, ma questa è una strada rischiosa poichè richiede l’isolamento della stessa su colture cellulari con produzione di stock virali di variante Omicron, oppure si possono utilizzare pseudovirus, ossia virus modificati inerti, inserendo tutte le 35 mutazioni della variante Omicron”. Mettendo a contatto il virus con gli anticorpi contenuti nei sieri dei soggetti vaccinati a diverso titolo è possibile osservare se la variante riesce o meno a sfuggire agli anticorpi neutralizzanti indotti dal vaccino. Il secondo banco di prova è un test di citofluorimetria per verificare l’efficienza della memoria dei linfociti T, ossia l’immunità cellulo-mediata: “potrebbe essere più plastica e proteggere dalla variante Omicron. In questo caso si va a vedere se, a contatto con l’antigene Spike della nuova variante, i linfociti T memoria sono ancora in grado di riconoscerla nonostante le diversità presenti tra la proteina Spike della Omicron e quella del vaccino, misurando la produzione specifica di interferone a seguito della stimolazione antigenica”, spiega il virologo. La tecnica che permette di controllare se questo avviene e in che misura si chiama Elispot (dall’inglese Enzyme-Linked immunoSPOT): “È un approccio molto usato per misurare la risposta della memoria cellulare”, osserva.

“Entrambi questi tipi di esperimenti richiedono un tempo di circa due settimane”, prosegue. Sarebbe interessante, inoltre, misurare la risposta dei linfociti T dei pazienti che hanno avuto la malattia per valutare la protezione cellula-mediata in soggetti che hanno avuto la malattia”. Dal punto di vista epidemiologico, intanto, si potrebbe verificare la percentuale di infezioni da variante Omicron rispetto alla Delta nelle persone vaccinate. Molto probabilmente, rileva Broccolo, “per avere la risposta non dovrebbe essere necessario il sequenziamento per tutti: considerando che Delta è di gran lunga la più diffusa, i tamponi molecolari multitarget permettono già di individuare un sospetto caso da variante Omicron”. Quest’ultima ha infatti una caratteristica che i test possono riconoscere in quanto è presente solo nella variante Alfa, ora praticamente scomparsa: si tratta delle delezione 69-70. “Se i test individuassero questa delezione, allora si potrebbe cercare la conferma nel sequenziamento”,ha concluso Broccolo.


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