ITALIANI, COSA CI RENDE PIÙ FELICI O TRISTI AL LAVORO?


Se il venerdì è il giorno in cui ci si proietta già nel relax del weekend, il lunedì è il giorno in cui gli impegni di lavoro hanno inizio: riunioni, progetti, magari anche quell’attività che tanto si è cercato di rimandare a un vago “lunedì”. Ma non tutti i lunedì sono uguali, infatti un caso particolare è quello del Blue Monday, la giornata nota come la “più triste dell’anno”: archiviate le festività natalizie, è il momento del back to work e a separarci dalla prossima pausa dal business manca ancora molto!

Prendendo spunto da questa ricorrenza, per capire quale sia in generale l’incidenza del “lunedì” sugli umori dei lavoratori e quali siano gli elementi che concorrono a felicità e tristezza al lavoro, InfoJobs, la piattaforma leader in Italia per la ricerca di lavoro online, ha realizzato un’indagine* ad hoc.

Il primo elemento sorprendente che emerge dall’Indagine InfoJobs Felicità e Tristezza al lavoro è che secondo la maggioranza degli italiani (74,7%) il lunedì, in quanto lunedì, non è il giorno peggiore della settimana. Di questi, il 39,7% dichiara che ogni giorno ha le proprie peculiarità e quindi non è necessariamente il lunedì il giorno più brutto della settimana; addirittura, il 16,1% ama questa giornata perché può contare ancora sulla carica del weekend! C’è poi chi non sa scegliere il giorno meno bello, perché lavorando su turni il lunedì è solo uno fra tanti (9,9%); altri ancora sentono il proprio umore cambiare intorno a metà settimana, quando il weekend passato è ormai lontano e quello che deve arrivare è ancora troppo distante (5,5%). Solo il restante 25,3% del campione considera il lunedì il giorno peggiore, perché vede in esso l’inizio della settimana lavorativa e le responsabilità ad esso collegate.

Cosa ci rende tristi al lavoro

Secondo quanto rilevato da InfoJobs, nella top 5 degli elementi sinonimo di tristezza al lavoro ci sono: al primo posto (per il 44,1%) le tensioni con capo e con colleghi, al secondo posto (37,5%)l’essere impiegati in un lavoro lontano da quello dei propri sogni e che viene svolto per esigenza economica. Al terzo posto c’è proprio la retribuzione, che se non adeguata e commisurata a impegno profuso ed esperienza è per il 26% un elemento di turbamento del buonumore. Al quarto posto si posiziona (21%) l’impossibilità di bilanciare esigenze lavorative e personali. In chiusura – è il caso di dirlo – della triste classifica, con il 14,1%, ci sono gli orari di lavoro con permessi e ferie non sempre rispettati. 

Un caso particolare è quello dei lavoratori in smart working: per la maggior parte di loro (30%) è il mancato distacco fra lavoro e vita privata il responsabile di un umore a terra. Segue l’idea di non sapere a quando ci sarà il vero ritorno alla “normalità” (25%) e la mancanza di convivialità con i colleghi (20%), come ad esempio la famosa pausa caffè alla macchinetta. Infine la difficoltà nel dover gestire progetti e lavori a distanza (15%) provoca un senso di tristezza dovuto alla mancata possibilità di potersi riunire e lavorare realmente in gruppo, l’11% poi soffre in particolar modo la lontananza dai colleghi, probabilmente collegata all’idea di lavoro nel senso più tradizionale.

Cosa ci rende felici al lavoro

Il lavoro è dovere, ma la vera conquista è quella di trovare la felicità anche nelle attività professionali, in considerazione del fatto che esse occupano la maggior parte delle nostre giornate.

A determinare il buonumore al lavoro è, secondo quanto analizzato da InfoJobs, in primo luogo (36%) un ambiente favorevole e disteso con colleghi e capi, e questo fa superare anche la sensazione di non svolgere propriamente il lavoro dei propri sogni. Segue a breve distanza (34%) la possibilità di svolgere una mansione che consenta un giusto equilibrio fra gli impegni di business e quelli privati; infine, ma non meno importanti, ci sono i tanto attesi risultati e riconoscimenti da parte dell’azienda (18,4%), la gratificazione è da sempre premiante sia in termini di umore del lavoratore sia in termini di produttività.

Gli smartworkers, o chi ha provato il lavoro agile anche per un breve periodo, trovano soddisfazione e felicità soprattutto nell’evitare il commuting (32,4%), potendo fare a meno dell’uso di mezzi per gli spostamenti casa-lavoro. Al secondo posto (31,7%) fra le motivazioni di felicità c’è il poter gestire in autonomia i tempi da dedicare alle attività professionali e quelli per sé e per i propri affetti. Al terzo posto (27,6%) troviamo il poter beneficiare di pranzi e colazioni più distese e non con la solita fretta di un tempo, fra brioche infilate nel pc mentre si chiama l’ascensore e si pianificano meeting.

Le soluzioni al malumore al lavoro e il bilanciamento vita privata e vita professionale

Negli ultimi due anni, complice la delicata situazione del contesto pandemico in cui viviamo, la vita personale e quella professionale hanno visto per molti un netto cambiamento e una profonda osmosi a causa della limitata separazione dei due piani. Nonostante questo, per il 51% degli intervistati, i turbamenti rimangono confinati nella loro origine: un problema personale non intacca le attività professionali e viceversa. Per il 42,7% è complesso, ma un taglio netto è fondamentale, mentre solo il 6,5% non riesce a staccare i due aspetti.

In concreto, quando il buonumore manca, i lavoratori reagiscono una sorta di “chiodo schiaccia chiodo”, perché se è nel business la fonte di afflizione, allora è lì che si trova uno sfogo: quando sono tristi, le persone si buttano a capofitto nel lavoro per cercare di mantenere la mente occupata (37,3%). I più estremi si rinchiudono in se stessi per non portare malumore fra i colleghi (29,4%), mentre altri ancora si affidano proprio al supporto di colleghi (20%), oramai diventati amici per superare i momenti difficili. Una piccola parte, infine, (13,9%) si muove attivamente per organizzare un’attività extra lavorativa e avere un pensiero felice per affrontare con grinta la giornata lavorativa.

Se la tristezza domina la nostra giornata lavorativa, dobbiamo però cercare di essere costruttivi e cambiare la situazione: potendo scegliere, quali sarebbero i migliori rimedi secondo i professionisti? Da quanto emerso dall’indagine InfoJobs, per il 34% del campione, la formazione riveste un ruolo fondamentale per combattere la tristezza al lavoro: largo quindi ai corsi promossi dall’azienda, per imparare cose nuove e per confrontarsi con i colleghi. Le condizioni lavorative e il rispetto delle stesse sono una fonte di benessere (32,4%), così come (27,4%un ambiente più rilassato e meno gerarchico, cui fa seguito un percorso di carriera chiaro o una promozione (23%). Fra le curiosità? Beh… un nuovo capo sarebbe fonte di felicità per un limitato – seppur deciso – 5,1%.

Il Covid ha ucciso molte nostre certezze

A causa del COVID-19 abbiamo perso molte certezze e, se prima della pandemia la routine veniva spesso sottovalutata, oggi ci rendiamo conto di quanto invece fosse “fantastica” la normalità. Anche andare a scuola non è più scontato, ma senza istruzione nessun bambino può avere un futuro. Alla luce di queste considerazione, è duplice l’obiettivo della campagna “Fantastica Routine” promossa dall’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) per la quale BVA Doxa ha condotto il sondaggio “La routine degli Italiani al tempo della pandemia”: da un lato si vuole stimolare una riflessione sull’importanza delle certezze della routine quotidiana, proprio come l’istruzione per i bambini, dall’altro la campagna punta a raccogliere fondi per ricostruire 4000 scuole nel Sahel, un’azione che aiuterebbe 700mila bambini rifugiati a tornare a scuola.

Quanto ci manca la routine?

Sicuramente tanto, dal momento che oltre 7 Italiani su 10 (75%) vorrebbero decisamente tornare alla vita di prima e più di 8 su 10 (85%) ha trovato difficile adattarsi alle limitazioni imposte dalla pandemia. Un dato che non ci lascia del tutto sorpresi, visto il particolare momento storico che stiamo vivendo, ma che assume un significato diverso se confrontato con la visione che gli Italiani avevano della routine qualche anno fa: nel 2013, il 35% dei nostri connazionali (quasi 18 milioni di Italiani) dichiarava che avrebbe immediatamente cambiato vita se solo avesse potuto. Se prima della pandemia la routine era considerata in qualche modo noiosa e scontata, oggi invece viene fortemente rivalutata e desiderata. È quanto emerge dal sondaggio “La routine degli Italiani al tempo della pandemia”, realizzato da BVA Doxa per l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) che ha lanciato la campagna “Fantastica Routine”, volta a stimolare una riflessione sulla routine quotidiana e a raccogliere fondi da destinare all’emergenza umanitaria ed educativa in corso nel Sahel. Dal 24 gennaio al 14 febbraio, donando via sms o chiamando il 45588, ciascuno di noi potrà aiutare 700 mila bambini rifugiati nel Sahel a tornare scuola, ricostruendo 4000 scuole distrutte. “Già nel 2012 e nel 2013, con la campagna ‘Routine is fantastic’ abbiamo provato ad offrire una chiave di lettura in positivo della nostra quotidianità, troppo spesso sottovalutata, e invitato tutti a immedesimarsi con i rifugiati che da un momento all’altro perdono tutto, la casa, il lavoro e gli affetti.  Ma forse mai come oggi questo appello ci sembra coerente e appropriato perché adesso forse possiamo tutti capire meglio quanto siano fondamentali le certezze, soprattutto l’istruzione dei bambini, una indispensabile routine”.

Italia preoccupata per il suo futuro

È un’Italia che oscilla tra paura e speranza quella fotografata dalla ricerca BVA Doxa per UNHCR: il 49% degli intervistati si sente preoccupato per il futuro che si presenta incerto, mentre il 40% si pone tutto sommato sereno e fiducioso verso tempi migliori che di sicuro arriveranno; infine l’11% si dichiara fortunato per avere delle certezze e una stabilità. Del resto, il 25% degli Italiani sostiene che in questa fase difficile della nostra storia ha scoperto nuovi aspetti importanti della propria personalità; il 15% è riuscito anche ad adattarsi facilmente e a sfruttare questo momento per una crescita personale.

La pandemia ha cancellato molte certezze, colpendo in particolare alcune categorie di persone: la maggior parte degli intervistati ha affermato di sentirsi più solidale soprattutto verso chi ha perso il lavoro e la stabilità economica. Gli anziani, i medici e il personale sanitario, i bambini che non hanno frequentato la scuola, i rifugiati e le persone più vulnerabili sono al centro delle preoccupazioni della maggioranza degli intervistati.

Certamente i ritrovi in famiglia e con gli amici sono in vetta alla classifica delle consuetudini che mancano di più, a pari merito con i viaggi, seguiti subito dopo dagli abbracci. Negli ultimi mesi di restrizioni, navigare su internet è stata invece l’attività preferita dagli italiani, seguita dai film e dalle serie TV.

Una nuova routine che mette al primo posto le piccole cose

Quasi 9 Italiani su 10 (88%) pensano che, una volta finita l’emergenza COVID-19, la routine cambierà completamente. Oltre la metà degli intervistati (53%) afferma che, dopo questa esperienza, apprezzerà di più le certezze e le piccole cose della vita, senza dare più nulla per scontato; il 21% dichiara anche che cercherà di ridurre al massimo gli sprechi. Infine, il 20% sostiene che non si farà più prendere dalla frenesia del lavoro e degli impegni quotidiani e che dedicherà più tempo agli affetti e alle cose veramente importanti, mentre il 6% afferma che dedicherà più tempo anche alle persone più vulnerabili.


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