AL VIA ANCHE NEL REGNO UNITO IL PROGETTO PILOTA PER RIDURRE LA SETTIMANA LAVORATIVA A 4 GIORNI - WHAT-U

Maddalena Boffoli avvocato giuslavorista

Si aggiunge il Regno Unito alla lista dei paesi che negli ultimi anni hanno avviato progetti, più o meno a lungo termine, per lo studio degli impatti sul mondo del lavoro e sulla produttività delle imprese derivanti dall’introduzione della cd. “settimana corta”.

“Il progetto pilota avviato in UK per testare la settimana lavorativa di quattro giorni, durerà sei mesi e consentirà ai lavoratori di oltre 30 aziende di lavorare un giorno in meno a settimana”, spiega Maddalena Boffoli avvocato giuslavorista. “In pratica ai dipendenti verrà chiesto di svolgere la stessa quantità di lavoro di prima e le stesse mansioni per un massimo di 35 ore settimanali suddivise in 4 giorni, alla stessa retribuzione”.

Lo studio, condotto con la collaborazione del think tank Autonomy e delle università di Oxford e Cambridge, si prefigge di analizzare l’impatto di una settimana lavorativa ridotta sul benessere e la produttività lavorativa, dimostrandone i relativi vantaggi in termini di prestazioni più elevate e un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata per i dipendenti.

I ricercatori prevedono, inoltre, impatti positivi anche per l’ambiente, tenuto conto che una settimana di quattro giorni potrebbe vedere una riduzione di circa 127 milioni di tonnellate di carbonio all’anno.

Progetti simili sono attualmente in corso negli Stati Uniti, Canada, Giappone, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Belgio, Spagna, Scozia ed Islanda. “Il progetto che ha trovato maggiore risonanza, finora, è stato quello avviato in Islanda, che tra il 2015 e il 2019 ha sperimentato una riduzione dell’orario lavorativo da 40 a 36-35 ore, a retribuzione invariata, coinvolgendo un totale di circa 2.500 dipendenti pubblici”, aggiunge la Boffoli.

Secondo una ricerca condotta dal think thank inglese Autonomy, la produttività è rimasta costante o, addirittura, aumentata, mentre i dipendenti hanno accusato meno stress e hanno avuto più tempo da dedicare alla famiglia e agli hobby, definendo l’esito del progetto “un successo straordinario”. Per tali motivi, tra il 2019 e il 2021, sono stati stipulati nuovi contratti di questo tipo per l’86% dei lavoratori. 

Altro esperimento di successo è rappresentato da quello applicato, nel 2019, dalla sede giapponese di Microsoft, che ha testato la settimana lavorativa di quattro giorni per 2.300 dipendenti, e la cui produttività è aumentata quasi del 40% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (agosto 2018), con una contestuale riduzione dei costi aziendali.

Non tutti i progetti sulla “settimana corta” hanno sortito gli effetti sperati

Come ha evidenziato un recente articolo di Forbes sul tema, Tower Paddle Boards, azienda californiana di tavole per lo stand up paddle, ha sperimentato turni da cinque ore; la prova “è stata un successo all’inizio, finché gli impiegati hanno iniziato a godersi un po’ troppo il tempo libero” e l’azienda ha perso “la sua cultura da startup”.

Digital Enabler, società tedesca di siti, app e piattaforme per e-commerce, ha adottato lo stesso modello e, per evitare distrazioni, ha vietato l’uso di telefoni e social al lavoro; i dipendenti hanno lamentato “la pressione di dover svolgere le stesse mansioni in meno tempo” e il disagio per la mancanza di contatti con parenti e amici. La città di Göteborg ha sperimentato le sei ore al giorno per i dipendenti di una residenza per anziani incontrando il favore dei dipendenti, ma poi per garantire la continuità di servizio la residenza ha dovuto assumere 17 nuove persone che tradotte in soldoni sul bilancio hanno avuto un peso di 1,3 milioni di euro.

Nonostante gli incidenti di percorso, tali progetti hanno trovato rinnovata linfa nell’attuale situazione pandemica mondiale, con l’avvio di nuovi test tra i quali, appunto, quello applicato nel Regno Unito dove, quasi un quinto delle aziende, sta valutando la possibilità di organizzare una settimana lavorativa di quattro giorni dopo la pandemia.

“Per quanto riguarda l’Italia, la giornata di lavoro standard è rimasta quella risalente alla conquista del sabato libero (cinquant’anni fa). Nel 2019 l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha pubblicato uno studio sulle ore di impiego dei lavoratori dei suoi paesi membri. Nella zona euro l’Italia risulta essere il paese dove si lavorano in media più ore alla settimana, dietro solo alla Grecia e all’Estonia: 33 ore, vale a dire 3 in più rispetto alla media Ue di 30 ore. In Lussemburgo, Austria e Francia le ore settimanali sono 29, nei Paesi Bassi 28, in Germania 26.

È interessante constatare che a maggior quantità di ore di lavoro non corrisponde affatto una crescita dei livelli di produttività: l’Italia, infatti, si posiziona in fondo alla classifica che misura la crescita dei livelli di produttività, calcolata tra il 2010 e il 2016.

In Italia, la settimana lavorativa corta è circoscritta all’iniziativa di poche aziende private che hanno introdotto la settimana di lavoro da 36 o 32 ore a fronte dello stesso stipendio per i propri dipendenti.

È il caso di due grandi aziende internazionali con sede anche a Milano: la Carter&Benson, che si occupa di consulenza strategica e head hunting, e Awin Italia, attiva nel campo del marketing. Entrambe hanno deciso di diminuire le ore di lavoro durante i mesi del lockdown, un periodo in cui molte aziende si sono trovate costrette ad utilizzare la modalità dello smart working. Un esperimento che ha riscosso grande successo e che è stato riconfermato anche per quest’anno.

Si sta parlando, però, di casi rari e isolati: l’andamento generale nel nostro Paese va, in realtà, verso un continuo aumento delle ore lavorative, agevolato dallo sviluppo delle nuove tecnologie, che permettono ai datori di lavoro di raggiungere i propri dipendenti ovunque e a qualsiasi ora, con cali di assunzioni e di performance dei dipendenti, e con la progressiva erosione dei diritti dei lavoratori.

In questi ultimi mesi qualcosa sembra stia cambiando, sempre quale effetto delle nuove condizioni di lavoro imposte o incentivate dalla pandemia che sta portando i lavoratori a rivalutare le proprie priorità, soprattutto in relazione ad una maggiore consapevolezza e sensibilizzazione sui casi di burn out sul lavoro.

Secondo una recente ricerca avviata da LinkedIn, in particolare, quasi la metà (48%) dei lavoratori interrogati, ha dichiarato che prenderebbe in considerazione l’idea di cambiare la sua posizione lavorativa attuale per una con un salario maggioreMa, di poco inferiore, il 38% ha dichiarato che lo farebbe per un migliore equilibrio tra la vita personale e quella lavorativa.


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