ISTAT, IN CHIUSURA D’ANNO LE IMPRESE ITALIANE RECUPERANO SOLIDITÀ


Tra il 16 novembre e il 17 dicembre 2021 è stata condotta la terza edizione della rilevazione speciale “Situazione e prospettive delle imprese dopo l’emergenza sanitaria Covid-19”, con la quale Istat aggiorna le informazioni raccolte nelle precedenti edizioni misurando comportamenti e strategie delle imprese a quasi due anni dall’inizio della pandemia offrendo un quadro dell’andamento economico, delle politiche del personale e di finanza aziendale messe in atto dalle imprese nella seconda metà del 2021, con attenzione alle dimensioni dello smart working e all’utilizzo di canali di vendita digitali, mettendo a fuoco le strategie e le criticità individuate dalle imprese fino a giugno 2022 oltre a informazioni su investimenti, piani di sviluppo e posizionamento sul mercato.

La rilevazione ha interessato un campione di 90.461 imprese con 3 e più addetti attive nell’industria, nel commercio e nei servizi, rappresentative di un universo di circa 970mila unità: corrispondono al 22,2% delle imprese italiane ma producono il 93,2% del valore aggiunto nazionale e impiegano il 75,2% degli addetti (13,1 milioni) e il 95,5% dei dipendenti, un segmento fondamentale del nostro sistema produttivo.

Tra le imprese oggetto di indagine sono 753 mila, il 77,6% del totale, le micro-imprese con 3-9 addetti in organico mentre le piccole (10-49 addetti) sono189mila (il 19,5%). Le medie imprese sono circa 24mila (50-249 addetti) e le grandi 4mila (250 addetti e oltre). Più della metà delle imprese è attiva al Nord (il 28,7% nel Nord-ovest e il 22,7% nel Nord-est), il 21,3% al Centro e il 27,3% nel Mezzogiorno. Il 69,9% opera nei servizi, di cui il 24% nel commercio, il 19,1% nell’industria in senso stretto e l’11,0% nelle costruzioni.

Nella rilevazione, il 90,9% delle imprese ha dichiarato di essere in piena attività e il 5,9% di essere parzialmente aperto, svolgendo l’attività in condizioni limitate in termini di spazi, orari e accesso della clientela. Il 3,1% ha invece dichiarato di essere chiuso: si tratta di circa 30 mila imprese, che pesano per il 2,1% dell’occupazione.

Di queste, 18mila prevedono di riaprire mentre 12mila (pari all’1,2% delle imprese e all’1,0% degli occupati) non prevedono una riapertura. Il dato è decisamente più contenuto rispetto a quello rilevato nella precedente edizione dell’indagine, quando le imprese chiuse erano più di 70mila (il 7,1% del totale). Le quote di imprese chiuse restano molto elevate nei servizi di alloggio (6mila, il 29,8% del settore) e in quelli sportivi, ricreativi e di divertimento (2mila pari al 26,6%). L’incidenza è significativa anche nel trasporto marittimo (9,9%) e nella ristorazione (8,5%).

Nel complesso le micro-imprese (3,7%) e le unità che operano nel Nord-est (4,0%) e nel Mezzogiorno (3,6%) presentano una incidenza di imprese chiuse superiore agli altri segmenti dimensionali e territoriali.

Il recupero di fatturato più diffuso nell’industria

Nel valutare l’andamento del fatturato registrato tra giugno e ottobre 2021 rispetto agli stessi mesi del 2020 le imprese si dividono in tre gruppi quasi equivalenti per numerosità: il 34,2% dichiara una riduzione delle vendite, il 33,7% un andamento stabile e il 32,1% un aumento. Quest’ultimo gruppo rappresenta però in termini occupazionali il segmento più ampio (45,1% rispetto al 26,6% di imprese in perdita e al 28,4% con fatturato stabile) e contribuisce a produrre la metà del valore aggiunto nazionale (49,8% contro il 22,8% delle imprese con fatturato in contrazione e il 27,4% di quelle con risultati stabili).

L’industria in senso stretto e le costruzioni presentano una ripresa più diffusa: le imprese con un fatturato in aumento sono rispettivamente il 41,2% e il 37,3% mentre scendono al 30,1% nel commercio e al 28,1% negli altri servizi. In questi due segmenti del terziario sono anche più frequenti i casi di riduzione del fatturato, 37,4% e 36,5% a fronte del 29,8% dell’industria in senso stretto e al 25,2% delle costruzioni.

Nei servizi una maggiore incidenza di imprese con fatturato in calo si rileva nei settori delle trasmissioni radiofoniche e televisive (60,8%), case da gioco (58,1%), trasporto areo (55,0%), riparazione di computer e altri beni personali (49,8%), servizi postali e di corriere (46,7%), finanziari e assicurativi (46,1%) e nel comparto della ristorazione (44,2%).

Si confermano inoltre le criticità riscontrate nei primi periodi della pandemia per le agenzie di viaggio (39,3%), le attività sportive e di divertimento (38,9%), le attività artistiche (36,9%), il settore pubblicitario (36,6%), cinematografico e musicale (35,5%).

Nel settore industriale soltanto il comparto tessile (43,7%) e quello alimentare (38,2%) presentano una quota di imprese in perdita superiore alla media complessiva (34,2%) e all’insieme del settore (29,8%). Nell’industria si conferma la maggiore dinamicità delle imprese esportatrici: tra giugno e ottobre del 2021 il 51,8% di questo insieme fa registrare un aumento del fatturato, il 20,7% presenta una variazione stabile e solo il 27,6% segna un calo.

A livello territoriale, le imprese del Nord-est, che dichiarano un aumento di fatturato nel 36,4% dei casi, e quelle del Nord-ovest (34,5%) mostrano una maggiore capacità di recupero rispetto alle imprese del Mezzogiorno (27,7%) e del Centro (30,1%), dove si registra una quota più elevata di imprese in perdita (rispettivamente il 36,9% e il 37,9%), dovuta in parte alla maggiore incidenza del settore del commercio e dei servizi.

Più dinamiche le imprese multinazionali

La diffusione della ripresa è strettamente correlata alla dimensione aziendale. In particolare, le micro-imprese presentano un’incidenza delle unità con riduzione del fatturato (il 36,4%) pari al doppio di quella registrata dalle grandi (18,9%) mentre i casi in aumento (il 28,9% tra le micro-imprese) pesano circa la metà di quanto rappresentino tra le unità maggiori (il 52,7%). Positivo il risultato anche tra le piccole e le medie imprese (rispettivamente con il 42,0% e il 51,2% di casi in aumento rispetto al 27,1% e il 22,0% in diminuzione). La quota con un fatturato stabile si attesta intorno al 30% in tutti i segmenti, con valori compresi tra il 28,5% delle grandi e il 34,7% delle micro.

L’effetto dimensionale è particolarmente evidente nei settori che presentano minori segnali di ripresa. In particolare nei servizi non commerciali segnano risultati complessivamente sfavorevoli anche le piccole (10-49 addetti). Il prevalere di andamenti positivi del fatturato si estende alle micro-imprese soltanto nel comparto delle costruzioni.

La dimensione internazionale si conferma un fattore rilevante per la tenuta delle imprese e la ripresa risulta infatti più diffusa tra quelle che appartengono a gruppi multinazionali.  Concentrando l’attenzione sulle unità con almeno 100 addetti, la quota di multinazionali italiane o estere che rilevano un aumento del fatturato nel periodo giugno-ottobre 2021 sale rispettivamente al 59,1% e al 56,4%, a fronte del 45,8% delle imprese appartenenti a gruppi domestici e al 41,7% delle imprese non appartenenti a gruppi (indipendenti).

Risulta particolarmente positiva la performance delle multinazionali con vertice in Italia che operano nel commercio e nell’industria in senso stretto, tra le quali oltre i due terzi dichiarano un aumento delle vendite (il 66,5% nel commercio e il 63,7% nell’industria in senso stretto).

Cig in calo ma il ricorso è ancora forte nei settori più colpiti dalla crisi

L’indagine ha dedicato una specifica sezione alla gestione delle risorse umane da parte delle imprese, con particolare riferimento ai cambiamenti nell’utilizzo del personale (variazioni dell’occupazione e delle ore lavorate), alle nuove assunzioni e all’impiego del lavoro a distanza. Nell’interpretare i risultati occorre considerare che l’indagine è stata condotta a fine autunno, in una fase in cui la curva dei contagi era ancora contenuta e non erano state ancora annunciate nuove misure di contrasto all’epidemia potenzialmente rilevanti per le scelte delle imprese.

Nella seconda metà del 2021 il 16,0% delle imprese con più di 3 addetti ha fatto ricorso a misure quali la Cassa integrazione guadagni (Cig) o altre equivalenti quali il Fondo integrazione salariale (Fis). Come atteso, l’utilizzo di tali strumenti è risultato molto meno diffuso rispetto al 2020: nella fase di sospensione dell’attività produttiva durante il primo lockdown, ovvero a marzo 2020, oltre il 70% delle imprese vi aveva fatto ricorso e alla fine dell’anno l’incidenza risultava pari al 42%. Come nel 2020, anche a giugno 2021 sono state le imprese più grandi a utilizzare più frequentemente questo tipo di strumento (21%), contro il 17,3% delle medie, il 16,9% delle piccole (10-49 addetti) e il 15,7% delle micro-imprese.

A livello settoriale l’utilizzo della Cig è risultato più frequente nelle imprese degli altri servizi (17,6% delle imprese) e dell’industria in senso stretto (16,8%) e più contenuto in quelle del comparto delle costruzioni (9,0%). In particolare, la maggiore diffusione ha riguardato alcune attività economiche ancora penalizzate dalla crisi, quali le attività dei servizi di agenzie di viaggio, tour operator, servizi di prenotazione e attività connesse (74,6%), attività artistiche, sportive e di intrattenimento (33,9%) e, per quel che riguarda la manifattura, nelle unità dell’abbigliamento (42,9%) e delle calzature (44,2%).

Le imprese delle costruzioni e, in misura di poco inferiore, dell’industria in senso stretto, hanno inoltre mostrato una maggiore propensione all’aumento del personale a tempo determinato o indeterminato, rispettivamente il 12,2 e il 12,8%. Negli stessi comparti la quota di chi ha dichiarato di averlo ridotto è molto più bassa (5,8% nelle costruzioni e 6,5% nell’industria) mentre la riduzione delle ore lavorate ha riguardato appena il 3,7% delle imprese del settore edilizio.

La diffusione di politiche di aumento del personale è stata significativa in tutte le classi dimensionali di tali comparti ma è risultata maggiore tra le imprese di medie dimensioni (più del 20%). All’opposto, le scelte di ridimensionamento del personale e/o delle ore lavorate sono state decisamente più frequenti tra le imprese degli altri servizi. Quelle del commercio hanno presentato una propensione relativamente bassa sia all’aumento sia alla riduzione del personale.

Segnali positivi sulle assunzioni, difficoltà per le professionalità adeguate

Il 13,6% delle imprese che hanno dichiarato di non aver aumentato il personale dell’impresa (il 12,1% del totale delle imprese con almeno 3 addetti), ha poi affermato di essere, alla fine dello scorso anno, in fase di acquisizione di risorse. Anche in questo caso l’incidenza è risultata più elevata tra le imprese dell’industria in senso stretto e delle costruzioni (rispettivamente 17,0 e 17,3%), mentre ha interessato il 10,8% delle imprese del commercio e il 12,8% degli altri servizi. In particolare, oltre al comparto della costruzione di edifici ed ingegneria civile, si osserva una frequenza di assunzioni relativamente più elevata in settori come la chimica e farmaceutica, in quello della meccanica, nella produzione di software e la consulenza informatica.

Una quota assai significativa di imprese dell’industria e delle costruzioni, che hanno assunto personale a tempo determinato o indeterminato o hanno dichiarato di essere in fase di acquisizione di risorse umane, ha segnalato difficoltà a trovare le competenze necessarie: ciò riguarda più del 76% delle unità nel settore delle costruzioni e il 66,4% in quello dell’industria. Il problema, peraltro, tocca il 55,0% delle imprese del commercio e il 66,3% di quelle degli altri servizi. Nel complesso, le difficoltà nell’acquisizione di personale sono segnalate più frequentemente nelle unità di minore dimensione: rispettivamente, dal 63,9% e il 66,7% delle micro e piccole imprese, dal 58,2% delle medie e dal 50,1% delle grandi.

Tra i profili mancanti vengono indicati con più frequenza quelli relativi alla logistica e produzione, segnalati soprattutto da imprese di medie e grandi dimensioni. Anche i profili relativi alle funzioni tecnico-ingegneristiche di supporto alla produzione sono indicati soprattutto dalle medie e grandi imprese mentre tra le micro risultano relativamente più frequenti difficoltà nel reperire risorse nell’ambito dell’area organizzativo-gestionale e nelle vendite, marketing e comunicazione.

Infine, poco meno del 10% delle imprese ha dichiarato di aver registrato una quota di dimissioni maggiore a quella osservata nel periodo pre-pandemia, soprattutto tra le grandi imprese (23,0% tra le unità con più di 250 addetti).  A livello settoriale un’incidenza comparativamente elevata di dimissioni si riscontra soprattutto nel trasporto aereo, nei servizi di agenzie di viaggio e tour operator e nei servizi dell’assistenza sociale.

Smart working ancora diffuso nei servizi e nelle imprese più grandi 

La diffusione delle modalità di smart working o telelavoro risulta in calo rispetto alla rilevazione effettuata nell’autunno precedente, che aveva colto una fase in cui il riacutizzarsi dell’emergenza sanitaria aveva determinato misure di contenimento e comportamenti sfavorevoli al lavoro in presenza.

La quota di imprese che segnalano l’utilizzo di modalità di lavoro a distanza è risultata del 6,6%, a fronte dell’11,3% registrato nella precedente indagine (oltre il 20% tra marzo e maggio 2020). Le differenze settoriali restano molto ampie e piuttosto stabili nel tempo. L’attività di lavoro a distanza è risultata più frequentemente utilizzata dalle imprese dei servizi: quasi un’impresa su dieci dichiara di farvi ricorso (14% a fine 2020). All’interno del comparto una quota elevata si rileva nei servizi di informazione e comunicazione (34,3%), attività professionali, scientifiche e tecniche (24,4%), istruzione (19,0%) e attività finanziarie e assicurative (17,4%).

Nell’industria, la quota di imprese che si avvalgono di tale forma di lavoro è risultata limitata (5,8%) e di gran lunga inferiore a quella osservata a fine 2020 (11,6%). Nel commercio e nelle costruzioni l’incidenza di imprese in smart working è scesa da circa il 7% di ottobre 2020 a meno del 4% nel 2021

Nel complesso il ricorso a queste tipologie di lavoro, pur in calo in tutte le classi di addetti, è tanto più frequente con l’aumentare della dimensione d’impresa: dichiarano di utilizzare il lavoro a distanza il 4,4% delle micro-imprese e il 10,9% delle piccole mentre la quota raggiunge rispettivamente il 31,4% per le medie e il 61,6% per le grandi. La differenza si osserva in tutti i principali comparti: la quota di grandi imprese che dichiarano di avvalersi dello smart working è del 65% nell’industria e nelle costruzioni, a fronte del 50,8% nel commercio e del 61,9% negli altri servizi.

Migliora la percezione sull’utilizzo del lavoro a distanza per l’attività dell’impresa

Nonostante lo smart working e il telelavoro siano stati utilizzati meno frequentemente nella seconda parte del 2021 rispetto al medesimo periodo del 2020, e pur essendoci ancora una parte cospicua (in media più di una su due) che non riporta effetti sull’attività, le imprese segnalano un miglioramento generalizzato per quanto riguarda gli effetti netti percepiti dell’utilizzo di tali forme di lavoro.

Ciò è vero, in particolare, per il benessere del personale che, grazie a un importante aumento rispetto a un anno prima, è diventata la dimensione con il saldo tra giudizi positivi e negativi maggiormente favorevole (pari a 42,5 punti percentuali a fronte di 22,8 punti nel 2020).

L’adozione di nuove tecnologie è l’altra dimensione con effetti prevalentemente positivi (il saldo delle frequenze è pari a +40,4), ma in questo caso i risultati sono molto simili a quelli del 2020 (+44,2). Un miglioramento dei giudizi si osserva anche riguardo alla produttività del lavoro, che registra ora un saldo positivo, e ai costi operativi, per i quali prevale l’effetto di contenimento.

Rimangono negativi, invece, gli effetti netti sull’efficienza nella gestione dei processi operativi (saldo di -10,2 punti percentuali) e quelli relativi all’interazione, collaborazione e comunicazione del personale
(-19,0) ma, anche per queste due variabili, emerge una situazione molto meno sfavorevole di quella di un anno prima. Infine, i giudizi sull’impatto dell’utilizzo del lavoro da remoto sugli investimenti in formazione del personale presentano un limitato saldo positivo (+7,5 punti percentuali) pressoché invariato nel tempo.

I giudizi relativi all’effetto del lavoro da remoto sul benessere del personale hanno segnato un significativo miglioramento rispetto a un anno prima in tutti i principali comparti produttivi. Anche riguardo all’impatto sull’adozione di nuove tecnologie emerge una tendenza favorevole nell’industria e nei servizi, particolarmente marcata per le unità del commercio. Per le imprese delle costruzioni, invece, l’effetto netto positivo dell’introduzione di nuove tecnologie risulta più contenuto di quanto osservato nel 2020.

Gli effetti del lavoro in remoto sulla produttività risultano in miglioramento in quasi tutti i macrosettori, con risultati particolarmente positivi nell’industria e nel commercio, con l’eccezione delle costruzioni. In quest’ultimo comparto il saldo tra le unità che segnalano un impatto favorevole e quelle che lo considerano sfavorevole è rimasto negativo.

Un segmento di imprese a rischio in un sistema tornato sostanzialmente solido

A fine 2021, e con riferimento al primo semestre del 2022, il 19,2% delle imprese (circa 184mila) si definisce a parziale o grave rischio operativo. Tale condizione riguarda il 10,5% dell’occupazione (poco meno di 1,4 milioni di addetti) e il 7,9% del valore aggiunto del sistema produttivo.

Il risultato segna un notevole miglioramento rispetto alla fine del 2020, quando più di un’impresa su tre manifestava criticità tali da comprometterne l’attività. Nel complesso, si considerano in una situazione di totale (41,3%) o parziale (39,5%) solidità più di otto imprese su dieci, rappresentative di quasi il 90% dell’occupazione e di una quota ancora superiore del valore aggiunto.

La condizione di solidità/rischio è caratterizzata da una spiccata componente dimensionale. Nelle imprese di medie e grandi dimensioni una totale o parziale solidità caratterizza oltre nove unità produttive su dieci, percentuale che si riduce a poco meno dell’80% nelle micro-imprese. Tuttavia, anche in quest’ultimo segmento, la quota di imprese a forte o parziale rischio è inferiore a quella dell’anno precedente: il 21,3% (poco meno di 160mila imprese, circa 695mila addetti), contro il 34,3% di fine 2020.

Un rischio operativo forte o parziale emerge anche per una quota non trascurabile di imprese medie e grandi (rispettivamente il 7,3% e il 5,4%): nell’insieme, queste occupano il 2,2% della forza lavoro e generano il 3,0% del valore aggiunto del sistema produttivo.

In tutti i settori, tranne il terziario non commerciale, la quota di imprese solide è di poco inferiore all’85% (con un’incidenza di oltre il 90% in termini di occupazione e di valore aggiunto). La condizione di rischio (forte o parziale) si associa a circa 30mila imprese dell’industria in senso stretto (il 15,9% del comparto), a poco più di 17mila nelle costruzioni (16,2%) e a circa 36mila attività commerciali (15,6%). Una maggiore fragilità caratterizza anche i comparti degli altri servizi (23,1%, poco più di 100mila).

In questo contesto, le più colpite sono le attività che hanno anche risentito di più delle misure di contenimento del contagio: si considera a rischio il 31,5% delle imprese dell’alloggio e ristorazione (47mila) e il 37,4% nella cultura e dell’intrattenimento (poco meno di 5mila).

Pur in un contesto di recupero di solidità del sistema produttivo, circa un terzo delle imprese (circa 2,5 milioni di addetti, il 17,8% del valore aggiunto) non prevede di risalire nel primo semestre del 2022 alla capacità produttiva del periodo pre-pandemia mentre meno di una su dieci (2,3 milioni di addetti, il 19,6% del valore aggiunto) prevede di superarla.

La tendenza alla stagnazione del potenziale produttivo è particolarmente spiccata per le imprese a rischio: solo l’1,5% di queste prevede una capacità produttiva in aumento contro un 71,2% che la vede ridotta. La tendenza negativa caratterizza anche il 20% delle imprese più solide mentre solo il 10,2% prefigura un aumento. La riduzione della capacità produttiva è prevista dal 32,3% delle micro-imprese e dal 22,0% delle piccole; in termini settoriali, dal 29,7% delle imprese del commercio, 34,9% degli altri servizi, 46,7% di alloggio e ristorazione, 50,1% di intrattenimento e cultura e 38,7% negli altri servizi alla persona.

Rischi per la ripresa da criticità nelle filiere produttive e debolezza della domanda

Nel contesto autunnale, con un rischio minore di ritorno dell’emergenza sanitaria, più di un terzo delle imprese (35,2%, con 35,7% di occupazione e 36,8% di valore aggiunto) non ha segnalato particolari ostacoli ai piani di sviluppo nel primo semestre del 2022.

L’assenza di fattori frenanti è più frequente tra le grandi (37,6% del totale) e le micro-imprese (37,1%), rispetto a quanto riscontrato nelle piccole (28,6%) e medie (29,1%). Dal punto di vista settoriale, una minore rilevanza dei fattori critici viene segnalata dalle attività del commercio (35,9%) e degli altri servizi (41,0%), in particolare in quelli immobiliari (45,4%), professionali (49,2%) e della sanità e assistenza sociale (44,2%).

Tra le criticità, le imprese segnalano con maggiore frequenza quelle legate all’approvvigionamento degli input produttivi (24,3%), alla debolezza della domanda (23,8%) e ai problemi di reperimento e formazione del personale (23,6%). Le difficoltà connesse alla liquidità e alle fonti di finanziamento sono considerate rilevanti solo dal 15,7%, a conferma di una tendenza alla riduzione del loro impatto: a dicembre 2020 le unità produttive in carenza di liquidità erano il 34,1%, a giugno 2020 più della metà.

Colli di bottiglia nell’approvvigionamento di input produttivi e interruzione delle filiere di produzione colpiscono con maggiore incidenza le piccole (32,8%) e medie (37,7%) classi dimensionali e le imprese dell’industria in senso stretto (41,6%) e delle costruzioni (34,0%). I problemi di reperimento e formazione del personale impattano in misura più ampia sulle medesime dimensioni aziendali (33,0% delle piccole e 32,4% delle medie) e in maniera comunque rilevante sugli stessi comparti (24,2% nell’industria e 34,1% nelle costruzioni).

La debolezza della domanda (interna ed estera) influisce in modo sostanzialmente omogeneo per classe dimensionale (20,3% delle grandi, 23,9% delle micro) mentre tra i settori viene segnalata con maggiore frequenza nell’industria in senso stretto e nel commercio (32,2% e 32,4%)i.

Considerando anche la condizione di solidità/rischio, si può cogliere quali fattori critici impattino in maniera differenziale sulle diverse classi. In primo luogo, tra le imprese più solide circa il 40% non denuncia particolari criticità contro il 15,4% delle più fragili. Se da un lato le criticità legate ai processi produttivi e al mercato del lavoro non influenzano in misura significativamente diversa le imprese solide e fragili, dall’altra, la debolezza della domanda e i problemi di liquidità sono molto più pervasivi per le imprese che si definiscono a rischio. In particolare, la prima è segnalata dal 40,1% delle imprese in condizione di rischio grave o parziale a fronte del 19,9% di quelle solide o parzialmente solide, mentre la liquidità e il finanziamento sono problematici per il 32,5% delle prime e l’11,8% delle seconde.

Per comprendere la complessità della crisi è inoltre importante prevederne il corso e la durata. In tale contesto più di sette imprese su dieci dichiarano di non essere in grado di valutare l’orizzonte temporale dei fattori di rischio segnalati. L’incertezza si mostra particolarmente pervasiva nelle imprese più fragili (82,8% dei rispondenti) mentre il 10% di quelle solide (contro l’1,9% delle imprese a rischio) prevede che i fattori critici non si protrarranno oltre il primo trimestre del 2022

Risorse umane e riorganizzazione dei processi alla base della reazione alla crisi

Al 31 dicembre 2020, il 30,2% delle imprese italiane (rappresentative del 19,2% dell’occupazione), soprattutto di ridotte dimensioni, erano in condizione di spiazzamento strategico, ovvero incapaci di definire strategie di reazione pur avendo segnalato una condizione di rischio operativo.

Alla fine del 2021, lo spiazzamento strategico risulta sostanzialmente ridotto: a fronte di un 38,5% di imprese che dichiarano di non aver adottato o previsto strategie di reazione, solo il 7,4% (poco più di 72mila, con poco meno di 430mila addetti) si definiscono contestualmente in una situazione di forte o parziale rischio. Come nel corso della rilevazione precedente, l’incidenza delle imprese spiazzate è più elevata tra le micro-imprese (8,7% del totale) mentre è poco significativa nelle altre classi dimensionali.

A livello settoriale, l’impatto più pervasivo si registra negli altri servizi (9,1%), in particolare tra le imprese dei comparti più colpiti dalla crisi: l’11,7% nella cultura e intrattenimento, il 12,0% nell’alloggio e ristorazione, l’11,9% negli altri servizi alla persona. In tutti gli altri settori, il peso delle imprese in condizione di spiazzamento strategico è inferiore alla media complessiva.

Le principali motivazioni alla base della mancanza di strategie pur in una condizione di rischio continuano a essere le difficoltà di pianificazione (25,2% delle imprese spiazzate) e finanziamento (21,2%i). Quasi un terzo delle imprese, circa 300mila con poco meno di 2,4 milioni di addetti, non prevede alcuna strategia di reazione specifica perché non ha risentito della crisi o perché è resiliente nei confronti degli esiti della pandemia. Esse operano principalmente nelle costruzioni e nel commercio, dove, rispettivamente, l’85,3% e l’83,2% delle imprese che non adottano strategie di reazione lo fanno perché ritengono di non averne bisogno.

Riguardo alle strategie più diffuse, il 32,0% delle imprese ha deciso di riorganizzare i processi, in particolare nell’ambito della transizione digitale ed ecologica. Nel 30,1% dei casi, gli interventi si rivolgono al mercato del lavoro interno alle imprese, attraverso variazioni dell’occupazione e/o miglioramento del capitale umano (formazione o assunzione di personale con skill più elevati).

Interventi dal lato del mix di prodotti/servizi venduti e dei mercati di riferimento (anche all’estero) riguardano invece il 27,2% delle imprese. Meno di una impresa su cinque prevede poi interventi sul sistema delle forniture e delle filiere produttive di riferimento. Solo il 3,8% delle imprese prefigura interventi radicali che contemplano la variazione del tipo di attività o un cambiamento di assetto proprietario.

La prevalenza di strategie orientate alla riorganizzazione dei processi e alle risorse umane si riscontra per tutte le classi dimensionali, seppure con un’incidenza crescente all’aumentare della dimensione: circa una su quattro nelle micro-imprese e poco più di sei su dieci nelle grandi per entrambe le categorie di interventi. Le strategie che operano sull’output e sui mercati di destinazione riguardano infine il 46,4% delle medie e il 44,8% delle grandi imprese.

Una impresa su due prevede di investire in sostenibilità ambientale

Nel corso del 2022, sei imprese su dieci prevedono investimenti in capitale umano e formazione, il 49,9% con intensità modesta, una su dieci con alta propensione. Circa la metà delle imprese rivolgerà i propri investimenti alla sostenibilità ambientale, il 41,4% con modesta, l’8,4% con alta intensità.

Le altre aree di investimento sono reputate meno interessanti: investirà in capitale fisico il 41,3% delle unità (il 7,4% con alta intensità), in tecnologia e digitalizzazione il 42,3% (8,7%), in ricerca e sviluppo il 31,9% (4,5%), in internazionalizzazione il 16,1% (2,7%). L’intensità degli investimenti mostra una forte eterogeneità dimensionale: la prevalenza di imprese che effettuano investimenti tende a essere molto più alta fra le grandi rispetto alle dimensioni aziendali più ridotte. Ciò è particolarmente evidente nella ricerca e sviluppo (70,0% delle grandi contro 27,6% delle micro), nella tecnologia e digitalizzazione (82,8% contro 36,8%) e nell’internazionalizzazione (44,1% contro 12,4%).

Considerando il settore di attività economica, le imprese dell’industria in senso stretto mostrano una maggiore tendenza a investire: in questo comparto si riscontra infatti la più alta incidenza di unità che investono, con modesta o alta intensità, in tutte le aree, a eccezione delle risorse umane e formazione e della sostenibilità ambientale dove sono le costruzioni a registrare la quota più alta (rispettivamente 70,2 e 59,8% contro 63,0 e 56,7% dell’industria in senso stretto).

La frequenza delle varie tipologie di investimento è generalmente bassa tra le imprese del commercio e degli altri servizi.  La maggiore prevalenza di investimenti in internazionalizzazione si registra nella manifattura (29,8%), quella connessa agli interventi di sostenibilità ambientale nei settori dell’energia (65,9%) e della gestione dei rifiuti (75,3%)

Considerando congiuntamente le risposte delle imprese sulle diverse aree di investimento si possono definire tre tipologie di imprese in base alla loro propensione a investire (bassa, media o alta).

Quasi due imprese su tre (64,7%, circa 5,2 milioni di addetti, poco più del 30% del valore aggiunto complessivo) mostrano una bassa propensione a investire mentre solo il 5,1% (con 2 milioni di addetti e circa il 20% del valore aggiunto) è incluso nella classe ad alta propensione. L’effetto dimensionale è forte: un’alta propensione riguarda il 24,1% delle grandi e il 18,8% delle medie imprese, solo il 9,6% delle piccole e il 3,3% delle micro.

A livello settoriale, una propensione media all’investimento si riscontra solo nell’industria in senso stretto, con circa il 50% di imprese, contro meno del 40% nelle costruzioni, poco più del 30% nel commercio e negli altri servizi.

Combinando le informazioni su propensione all’investimento e grado di solidità, risulta che le imprese totalmente o parzialmente solide hanno anche una propensione all’investimento media o alta: il 34,4% delle solide (30,4% delle parzialmente solide) è a media propensione, il 6,6% (4,4%) ad alta. Le imprese in condizioni di rischio grave o parziale mostrano invece una maggiore prevalenza nella classe a bassa propensione (il 74,4% delle prime e l’84,3% delle seconde).

Fattori di sostegno: il PNRR come ponte fra il presente e il futuro

In accordo con quanto riscontrato nella percezione delle criticità, il fattore di sostegno che le imprese segnalano con maggiore frequenza è la ripresa della domanda interna. Il 61,0% delle unità produttive (con circa 11,7 milioni di addetti) le assegna un’importanza elevata mentre solo il 16,9% ritiene che non abbia rilevanza alcuna. E’ considerata più rilevante dalle imprese industriali (69,1%) mentre lo è relativamente meno tra le micro imprese (58,2%).

I crediti bancari assistiti da garanzia pubblica, coerentemente con la ridotta criticità legata alle fonti di credito e finanziamento nell’operatività delle imprese, sono considerati molto rilevanti dal 18,5% delle imprese, principalmente piccole (19,8%) e nell’industria (20,3%). D’altra parte, a fronte di un 38,1% che assegna a questa forma di sostegno un’importanza modesta, il 43,4%  non la considera in alcun modo rilevante, soprattutto fra le grandi (55,6%) e negli altri servizi (48,6%).

La rilevanza della domanda estera come fattore di traino dell’attività produttiva ha una chiara connotazione dimensionale e settoriale. Nel complesso, poco più del 15% delle imprese le assegna un’importanza elevata e circa due terzi non la considera rilevante; per un terzo delle imprese dell’industria in senso stretto (34,2% delle manifatturiere) è invece un sostegno molto importante.

Le misure che costituiscono il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono un fattore di sostegno percepito da una parte importante ma non prevalente delle imprese, almeno sull’orizzonte temporale del primo semestre del 2022.

Per ciascuno dei capitoli del PNRR direttamente considerati, circa la metà delle imprese non li  considera rilevanti come traino dell’attività. Il giudizio riguarda sia le misure legate alla transizione ecologica (il 47,7% le reputa di modesta o elevata importanza) sia quelle inerenti le infrastrutture e la mobilità sostenibile (47,1%) che hanno evidentemente un orizzonte di sviluppo più lontano.

Più della metà delle imprese assegna una modesta (36,0%) o elevata (17%) rilevanza alle misure legate a digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura. Per tutte le tipologie di misura PNRR, l’importanza (modesta o elevata) tende a crescere all’aumentare della dimensione aziendale, soprattutto nei capitoli legati a digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura e alla rivoluzione verde e transizione ecologica

A livello settoriale, una minore rilevanza si associa alle imprese attive nel terziario non commerciale: più della metà considera non rilevanti i diversi capitoli del PNRR. Le misure legate a digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura sono percepite come importanti (in misura modesta o elevata) principalmente dalle imprese dell’industria in senso stretto (57,4%) e del commercio (56,5%); quelle connesse a rivoluzione verde e transizione ecologica da unità produttive dell’industria in senso stretto (52,3%) e delle costruzioni (56,4%). Infine, gli interventi su infrastrutture e mobilità sostenibile hanno una rilevanza significativa per il 49,6% delle imprese dell’industria in senso stretto, il 52,0% delle costruzioni e il 49,7% del commercio.

Le esigenze finanziarie più spesso soddisfatte con strumenti propri

L’attuale fase di ripresa ciclica si riflette nel quadro degli strumenti finanziari scelti dalle imprese per soddisfare il proprio fabbisogno di risorse. Tra giugno e novembre 2021 la metà delle unità attive con almeno 3 addetti (49,8%, pari a 477mila imprese con 5,7 milioni di addetti) ha dichiarato di non avere avuto bisogno di ricorrere ad alcuna delle fonti indicate, percentuale in deciso aumento rispetto al 28,9% di un anno prima.

Il legame con la capacità di intercettare la ripresa è evidente: la quota di chi non ha utilizzato alcuno strumento è pari a circa il 61% per le imprese che ritengono solida la propria attività almeno fino a giugno 2022, scende intorno al 46% tra chi la ritiene parzialmente solida, a circa il 33% per chi la percepisce parzialmente a rischio e a meno del 30% per le imprese che si considerano a rischio chiusura. Coerentemente con il generale miglioramento del quadro economico e della liquidità aziendale, nella seconda metà del 2021 le esigenze di finanziamento hanno trovato principale risposta nell’utilizzo di attività liquide presenti in bilancio, segnalato dal 21,4% delle imprese (ma da oltre un quarto di quelle a rischio e da meno del 20% di quelle solide).

Le altre fonti utilizzate con maggiore frequenza sono i prestiti bancari assistiti da garanzia pubblica (14,0%), i margini disponibili sulle linee di credito (13,6%) e la modifica delle condizioni contrattuali con fornitori (9,8%) e clienti (5,2%). In molti casi, tuttavia, l’utilizzo di tali strumenti nel periodo coperto dall’indagine appare ancora dettato dall’esigenza di reagire alle conseguenze della pandemia, poiché la quota di chi ne ha usufruito risulta sempre crescente ‒ in misura a volte considerevole ‒ all’aumentare del rischio percepito per la propria attività.

Solo un segmento molto esiguo di imprese, pari allo 0,5% (circa 4.600, con un’incidenza pari all’1,5% tra quelle di maggiori dimensioni) si è rivolto a strumenti di finanziamento più evoluti e alternativi al debito bancario come obbligazioni, crowdfunding, piattaforme di prestito peer-to-peer (P2P). La quota è in sensibile diminuzione rispetto all’1,4% registrato dalla rilevazione di novembre 2020 e al 5,4% riscontrato a maggio 2020. L’elemento dimensionale è meno netto rispetto alle passate edizioni dell’indagine. Tuttavia, l’incidenza di chi dichiara di non avere utilizzato alcuno strumento supera il 50% tra le micro-imprese, scende al 43,4% tra le piccole, al 37,3% tra le medie e al 38,7% tra le grandi.

Medie e grandi unità segnalano invece con maggiore frequenza il ricorso alla liquidità disponibile (38% in entrambi i casi, a fronte del 19,1% per le imprese con 3-9 addetti), ai margini sulle linee di credito (rispettivamente 19,2% e 18,7%) e al credito bancario non assistito da garanzia pubblica (7,4% e 8,8%). L’utilizzo del credito con garanzia pubblica è scelto soprattutto da imprese micro, piccole e medie

In una prospettiva settoriale, le attività liquide presenti in bilancio hanno sostenuto soprattutto l’attività delle imprese dei comparti energetico (36,0%), estrattivo (31,4%), di arte, sport e intrattenimento (30,4%) mentre i margini disponibili sulle linee di credito sono stati indicati tra i principali strumenti di sostegno finanziario dalle imprese delle costruzioni (16,2%) e, nell’industria, da quelle della filiera del tessile, abbigliamento e pelli (rispettivamente 21,0%, 18,4% e 19,6%) e nei settori della stampa (22,7%), metallurgia (22,2%) e autoveicoli (20,8%).

Nel terziario, questa modalità di finanziamento è indicata soprattutto dalle imprese che operano nell’assistenza sociale non residenziale (24,2%), nelle attività creative e artistiche (23,6%), nella pubblicità e ricerche di mercato (21,1%). Al credito assistito da garanzia pubblica, infine, hanno fatto ricorso in misura relativamente maggiore le imprese di alcuni servizi duramente colpiti dalla crisi come alloggio e ristorazione (18,4%, 21,5% nel caso dei servizi di alloggio), agenzie di viaggio (27,6%), attività sportive e di intrattenimento (19,4%) oltre a quelle di alcuni settori manifatturieri come pelli (23,4%), metallurgia (19,5%), autoveicoli (19,3%).

Come già segnalato, la metà delle imprese dichiara di non avere utilizzato alcuno strumento; questo avviene con un’incidenza più elevata nel comparto dei servizi di mercato, in particolare nelle attività assicurativo-finanziarie (63,7%), nella somministrazione di personale (62,8%), nei servizi immobiliari (61,9%) e di informazione e comunicazione (55,8%).

Richieste di prestiti soprattutto per finanziare l’attività corrente

Ha fatto ricorso a prestiti in forma di credito bancario o di strumenti di finanziamento ad esso alternativi il 21,9% delle unità con almeno 3 addetti, con incidenze comprese tra il 18,5% per le grandi imprese e il 25,6% per le medie. Tali quote crescono all’aumentare del grado di rischio percepito dall’impresa: da circa un quinto per chi ritiene che, su un orizzonte semestrale, la propria attività sia sostanzialmente solida a circa il 30% per coloro che la ritengono tendenzialmente a rischio.

Come nella precedente indagine, anche nella fase attuale i prestiti vengono richiesti in primo luogo per finanziare l’attività corrente: per oltre l’87% delle imprese tale finalità è “importante” o “molto importante” (sostanzialmente in linea con la precedente rilevazione). Per il resto, il 62,2% delle imprese ha chiesto prestiti per coprire costi fissi non comprimibili come i canoni di locazione, il 58,2% per ripagare i debiti, il 54,6% per costituire scorte di liquidità e un terzo per finanziare la riconversione della attività.

La finalità appare correlata al grado di solidità percepito dall’impresa. Da un lato le unità che ritengono la propria attività almeno parzialmente solida tendono a chiedere prestiti per costituire un cuscinetto precauzionale di liquidità con una frequenza pari al 56,2%, poco maggiore di quella (49,9%) delle imprese che si dichiarano almeno parzialmente a rischio.

Diversa è la distribuzione per tutte le altre finalità considerate, con divari evidenti soprattutto per la copertura dei costi fissi incomprimibili (80,9% per le seconde a fronte di 55,6% per le prime) e il rimborso dei debiti (77,0% e 51,6%).  Coerentemente con quanto sin qui visto, ricorrono con maggiore frequenza ai prestiti le imprese di minore dimensione. Se si esclude la finalità di supporto dell’attività corrente (indicata comunque da quasi l’80% delle grandi imprese), la componente dimensionale di tale scelta emerge soprattutto per la copertura dei costi fissi ‒ rilevante per quasi due terzi delle micro-imprese, oltre la metà delle piccole e per poco più di un terzo delle grandi ‒ e per ripagare i debiti (62,1% delle micro e 34,8% delle grandi).

Le differenze settoriali nell’utilizzo di prestiti per finanziare l’attività corrente non sono molto ampie, in quasi tutti i settori questa finalità è rilevante per almeno tre quarti delle imprese. Al contrario, l’esigenza di coprire costi incomprimibili viene richiamata con maggiore frequenza in alcune attività del terziario, in particolare agenzie di viaggio (86,1%), istruzione (81,6%), alloggio e ristorazione (81,0%), attività artistiche e di intrattenimento (74,2%). Il comparto dei servizi si distingue inoltre per una maggiore incidenza dell’utilizzo di prestiti per il rimborso dei debiti accumulati; è il caso, ad esempio, dell’alloggio e ristorazione (71,0%) e degli altri servizi alla persona (63,3%)

La necessità di costituire scorte di liquidità rappresenta invece una motivazione rilevante per i servizi di mercato, come quelli di somministrazione di personale (85,4%), attività postali e di corriere (84,5%), attività editoriali (71,6%) e professionali (in misura prossima al 60%). Nell’industria questa finalità è importante per quasi tre quarti delle unità del settore dei computer e beni elettronici e da quasi due terzi di quelle della farmaceutica. Infine, a chiedere prestiti per la riconversione dell’attività sono in prevalenza le imprese attive nei settori di gestione dei rifiuti e rete fognaria (oltre il 40%), ristorazione (43%), lotterie e case da gioco (47,5%).

La ricapitalizzazione: una strategia per le imprese a rischio affidata ai soci attuali

Nel primo semestre 2022 il 4,4% delle imprese con almeno 3 addetti (circa 42.500) prevede di effettuare una operazione di ricapitalizzazione (quota dimezzata rispetto al periodo gennaio-giugno 2021). Questa esigenza è indicata dall’8,6% delle imprese più in difficoltà con la quota che sale all’aumentare della dimensione aziendale: 8,2% delle micro-imprese, 10,5% delle piccole, 11,9% delle medie e 16,9% delle grandi. L’intenzione di ricapitalizzare è invece indicata solo dal 3,5% delle imprese che si ritengono generalmente solide, senza differenze dimensionali significative.

Le imprese che segnalano l’esigenza di un rafforzamento patrimoniale prevedono con maggiore frequenza di utilizzare risorse provenienti dai soci attuali (45,0%, che sale al 51,7% tra le medie). Da notare che in occasione della precedente edizione della rilevazione la principale fonte per la ricapitalizzazione era costituita dal capitale pubblico. Oggi alle risorse pubbliche prevede di ricorrere il 38,3% delle imprese, per lo più di dimensioni micro (40,1%) e piccole (34,8%), a fronte di circa un quinto di quelle medie e grandi.

All’apporto di capitale da parte di nuovi soci è orientato il 12,2% delle imprese che prevedono di ricapitalizzare, senza sostanziali differenze tra le classi dimensionali mentre il ricorso alle risorse dei fondi di private equity è più utilizzato dalle imprese di maggiori dimensioni, per le quali rappresenta la seconda fonte più segnalata (24,1%). Va però rilevato che la quota di micro-imprese orientate a ricapitalizzare attraverso fondi di private equity, pur contenuta (3,4%), è rimasta pressoché inalterata rispetto alla precedente rilevazione ed è piccola ma non trascurabile (6,0%) anche tra le piccole imprese.

Vendite via web aumentate oltre le previsioni delle imprese

Il progressivo allentamento dei limiti posti dall’emergenza sanitaria alle attività commerciali e lavorative e la crescente fiducia verso una ripresa dell’economia hanno influenzato nel 2021 l’utilizzo di tecnologie digitali. Questa evidenza emerge soprattutto considerando la quota di vendite realizzate tramite canali web nel periodo 2019-2021.

Sulla base dei dati Istat pubblicati a fine 2020 si poteva osservare come la forte diffusione delle vendite online nei settori più direttamente interessati dagli effetti del distanziamento sociale si fosse riflessa anche a livello aggregato. Tra il 2019 e il 2020 emergevano incrementi delle vendite dirette mediante il sito web proprietario (dal 5,8% al 6,3% del fatturato totale), delle vendite tramite comunicazioni dirette online (e-mail, moduli online, social media, ecc., dal 7,1% al 7,4%) e delle vendite tramite piattaforme digitali (dallo 0,9% all’1,0%).

Tali incrementi erano verosimilmente influenzati in senso negativo dai comportamenti legati al distanziamento sociale e ciò generava nelle imprese a fine 2020 l’aspettativa di un ulteriore incremento della quota di fatturato realizzata tramite canali digitali per il 2021 (almeno di 0,5 punti percentuali per il fatturato complessivo per i tre canali citati).

I dati raccolti presso le imprese a fine 2021 indicano un risultato che rivede verso l’alto le aspettative delle imprese: la quota del fatturato totale acquisito sul web è infatti salita al 17,5% (13,8% del 2019, 14,7% del 2020, 15,2% la previsione per il 2021).

L’analisi dei comportamenti sui canali di vendita web deve considerare la distinzione di fondo relativa alla tipologia dei clienti. L’ipotesi che tali canali siano particolarmente efficaci per raggiungere i consumatori finali, piuttosto che gli operatori economici, è confermata dalle quote relative alle vendite dirette da sito web (nel 2021 il 61% di vendite è verso i consumatori) e alle vendite via piattaforma digitale (77%).

Il mercato business privilegia invece (con il 56%) il contatto diretto tra venditore e acquirente che è gestito più efficacemente tramite canali di comunicazione più flessibili (e-mail, modulistica per ordini online, ecc.).

SitI web di e-commerce poco diffusi tra le micro-imprese

Il confronto con i risultati provenienti dall’indagine condotta nell’autunno del 2020 permette di cogliere il mutare della distribuzione delle vendite per canale web, considerando anche la dimensione d’impresa che sembra avere un importante effetto sui comportamenti.

Le micro-imprese privilegiano, anche nel 2021, l’utilizzo di modalità di comunicazione via web come canale di vendita digitale. La quota sulle vendite totali ha raggiunto il 12,0%, con un incremento assoluto rispetto al 2020 di oltre 3 punti percentuali. Significativo è anche l’incremento della quota di vendite passate attraverso le piattaforme digitali, più che raddoppiata tra 2020 e 2021 (dallo 0,6 all’1,3%). Le vendite via sito web sono invece in lieve riduzione

Le piccole imprese hanno incrementato in misura molto marcata la quota di fatturato delle vendite dirette attraverso i propri siti web (dal 4,0% al 7,3%). Per le imprese di media dimensione (50-249 addetti) sono le piattaforme digitali ad aver registrato la maggiore espansione delle vendite (la relativa incidenza è quasi raddoppiata passando dall’1,2% al 2,2%) mentre sono risultate stabili quelle via sito web e in contrazione quelle gestite tramite altri canali digitali

Si può ipotizzare che, mentre per le micro-imprese la scelta di privilegiare la vendita via piattaforme digitali sia dettata dalle difficoltà di gestire un proprio sito web, per le imprese medio-grandi ciò corrisponda alla possibilità di negoziare accordi commerciali favorevoli con le stesse piattaforme digitali.

Nel caso delle grandi imprese (250 addetti e oltre), che operano prevalentemente sui mercati business, spicca invece il forte aumento tra 2020 e 2021 (da 3,1% a 5,5%) della quota di vendite concluse mediante canali web di comunicazione diretta, meno utilizzati dalle imprese di dimensioni minori.

La pandemia incide selettivamente sulle vendite online a livello settoriale

Le tendenze a livello settoriale sono molto diversificate e risulta utile focalizzare l’attenzione sulle attività economiche che utilizzano più intensamente i singoli canali di vendita web, considerando due indicatori: la variazione assoluta, tra 2020 e 2021, della quota percentuale di fatturato totale per singolo canale web e l’incidenza del fatturato generato dal singolo canale web sul fatturato totale nel 2021.

Le attività economiche considerate sono caratterizzate da quote sul totale di fatturato realizzato tramite sito web che nel 2021 hanno raggiunto perlomeno il 5% e non hanno superato il 15%, con l’eccezione della ricettività turistica (ATECO 55) dove si è toccato il 35%. Per quest’ultimo comparto l’incremento di vendite tramite sito web è stato di 10,9 punti percentuali nel 2021 (da 24,1% a 35,0%), assai significativo nonostante gli effetti della crisi. L’incidenza è più che raddoppiata anche nelle attività immobiliari (da 2,2% a 7,2%), nell’industria alimentare (da 2,2% a 6,6%) e nella produzione di altri macchinari (da 2,1% a 5,5%).

Diverso è il quadro per le vendite via e-mail, moduli online o social media. In questo caso, non tutti i settori hanno incrementato il loro fatturato nel 2021. Si tratta, come visto, di attività economiche e di dimensioni d’impresa che risentono maggiormente delle tendenze complessive della domanda, piuttosto che delle dinamiche specifiche del commercio sul web.  Le differenze sono evidenti: ad esempio per il settore dell’alloggio la quota di vendite via mail, moduli on line e social media è diminuita di 1,1 punti percentuali nel 2021 (scendendo al 19,7%) mentre il settore delle attività sportive, pur essendo ancora poco digitalizzato (12,4%), ha conseguito in piena pandemia un incremento della quota di fatturato generato da comunicazioni via web di 8,3 punti percentuali.

Alcuni settori, come osservato, hanno visto una riduzione della quota di fatturato 2021 realizzato rispetto all’anno precedente, tra gli altri: le agenzie di viaggio (-6,5 punti percentuali), il settore dell’alloggio (-1,1 p.p.) e l’industria della gomma e della plastica (-1,0 p.p.). Tali differenze sono ovviamente influenzate dalla varietà dei mezzi di comunicazione inseriti nella definizione di “comunicazioni via web” che vengono utilizzati dalle imprese in misura assai diversificata.

Per le vendite via piattaforme digitali il numero di attività economiche preso in considerazione è per forza di cose limitato, essendo un canale di vendita utilizzato solo in alcuni settori. La quota di fatturato intermediata è aumentata per tutti i settori presi in esame, con incrementi molto significativi per il settore dell’alloggio (7,8%, +5,6 punti percentuali) e per quello della ristorazione (da 2,9% del 2020 a 6,6% del 2021)

Anche nei tre settori del commercio (dettaglio, ingrosso, autoveicoli) l’incidenza delle vendite via piattaforme è molto aumentata pur restando ancora su livelli decisamente contenuti (nell’ordine del 2% nel 2021)

Una piccola quota di imprese considera cruciali le tecnologie 4.0

La nuova indagine è stata anche utilizzata per esplorare le tendenze di una serie di fattori cruciali della trasformazione digitale delle imprese. Il quadro conferma quanto già osservato a fine 2020, con le imprese impegnate a rafforzare una serie di infrastrutture digitali ma ancora poco indirizzate all’introduzione di processi e tecnologie più avanzati e potenzialmente capaci di forti impatti sulla produttività.

Avendo individuato nove fattori chiave della trasformazione digitale si possono considerare le quote di imprese che li hanno indicati come molto importanti o cruciali. Il fattore più rilevante è quello relativo alla connessione Internet – sia fissa sia mobile – considerato molto importante o cruciale dal 54,3% delle imprese. L’attenzione posta su questo aspetto dalla maggioranza delle imprese potrebbe segnalare un ritardo ancora non colmato nella piena realizzazione dei piani di connessione digitale ad alta velocità dell’intero Paese.

Inoltre, le imprese mostrano una crescente consapevolezza sui rischi della digitalizzazione e dedicano molta attenzione alla sicurezza, in termini di prevenzione di attacchi ed eventuali azioni di recupero dei dati (il 43,1% lo considera molto importante o cruciale). Similmente, si diffondono tra le imprese pacchetti software per la gestione aziendale resi ancora più efficaci dalle opportunità di collegamento in rete all’interno e all’esterno dell’impresa (43,2%).

La formazione digitale (30,5%) sembra invece ricevere limitata attenzione pur essendo cruciale per l’efficacia degli investimenti digitali. Come già accennato, le tecnologie per innalzare la produttività sono quelle meno considerate, probabilmente per la loro specificità settoriale ma anche per una diffusione ancora limitata, specialmente tra le imprese medio-piccole. La quota di imprese che segnalano attenzione per questi fattori è intorno al 20% nel caso di automazione e tecnologie 4.0 e di soluzioni cloud e gestione in remoto di servizi e infrastrutture. Non raggiunge il 10% per applicazioni di intelligenza artificiale e analisi dei Big Data mentre si attesta al 14,8% per il miglioramento dei processi legati al commercio online (contenuti web, magazzino, logistica, ecc…)

Alcuni elementi dell’analisi settoriale sono di particolare interesse. In primo luogo, emerge che la preoccupazione per la qualità della connessione a Internet accomuna grandi e piccole imprese: il tema è cruciale per il 40,1% delle grandi e per il 35,0% delle micro. Inoltre, sono ancora moltissime le imprese che considerano il commercio online non rilevante: il 58,3% di quelle con meno di 10 addetti e il 38,1% delle grandi. Poco considerate anche le tecnologie digitali per la produttività, persino dalle imprese di grande dimensione: le tecnologie cloud sono indicate come cruciali dal 22,8%, l’automazione dal 21,8% e l’intelligenza artificiale dal 13,6% di questo segmento di imprese.

In generale, la qualità della connessione Internet, la sicurezza informatica e l’adozione di software gestionale sono temi più rilevanti per le imprese dei servizi rispetto a quelle manifatturiere. Più nel dettaglio, la formazione digitale è considerata cruciale dalle imprese delle telecomunicazioni (72,4%) e del software (60,7%), i social media dal settore culturale (61,3% delle imprese), intelligenza artificiale e Big Data dal settore assicurativo (23,5%), automazione e 4.0 dalla metallurgia (31,1%), le applicazioni cloud dai produttori di software (49,3%).


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