DOPO L’AFFONDAMENTO DI UN’AMMIRAGLIA RUSSA, MOSCA INTENSIFICA GLI ATTACCHI NELL’UCRAINA ORIENTALE


(AP Photo/Efrem Lukatsky)

I corpi di oltre 900 civili sono stati scoperti nella regione che circonda la capitale ucraina dopo il ritiro dell’esercito russo. Quasi tutti civili sono stati giustiziati con un’arma da fuoco. Il ministero della Difesa russo ha promesso di intensificare gli attacchi missilistici su Kiev in risposta all’aggressione dell’Ucraina all’ammiraglia di Mosca nel Mar Nero, che venerdì è stata effettivamente colpita da almeno un missile ucraino. Un errore strategico per molti quello dell’Ucraina, visto che dopo sette settimane di assedio con la ritirata delle truppe di Mosca dalla regione di Kiev e da gran parte dell’Ucraina settentrionale, avrebbe dovuto usare l’arma della diplomazia.

Così Mosca ora ha intensificato gli attacchi e si sta preparando a una rinnovata offensiva nell’Ucraina orientale. I combattimenti continuano anche nella città portuale meridionale di Mariupol, dove la gente del posto ha riferito di aver visto le truppe russe scavare fosse nel terreno dove sono stati buttati numerosi corpi. “Ogni giorno vengono trovati sempre più corpi, sotto le macerie e nelle fosse comuni”, racconta Andriy Nebytov, il capo delle forze di polizia regionali di Kiev. “Il maggior numero di vittime è stato trovato a Bucha, dove c’erano più di 350 persone sepolte o morte per strada”.

Nel suo discorso notturno di giovedì, il presidente ucraino Zelenskyy ha detto agli ucraini che dovrebbero essere orgogliosi di essere sopravvissuti per 50 giorni sotto l’attacco russo quando gli invasori “avevano pronosticato una resistenza massima di 5 giorni”. L’avvertimento della Russia di nuovi attacchi aerei non ha impedito oggi ai residenti di Kiev di approfittare di un venerdì soleggiato di primavera per fare una passeggiata, alcuni anche con i cani. C’è però chi ora teme un nuovo bombardamento che potrebbe significare un ritorno al costante lamento delle sirene dei raid aerei sentito durante i primi giorni dell’invasione. Il sindaco di Mariupol ha dichiarato questa settimana che più di 10.000 civili sono morti e il bilancio delle vittime potrebbe superare i 20.000. Molti ora sono i corpi che vengono riesumati. “Non si sa perché viene eseguita l’esumazione e dove verranno portati i corpi”, scrive qualcuno di Telegram. “I combattimenti continuano nelle aree industriali e nel porto e la Russia ha utilizzato per la prima volta il bombardiere a lungo raggio Tu-22М3 per attaccare la città”, ha affermato Oleksandr Motuzyanyk, portavoce del Ministero della Difesa ucraino.

La cattura di Mariupol consentirebbe alle forze russe nel sud, che sono arrivate attraverso l’annessa penisola di Crimea, di collegarsi completamente con le truppe nella regione del Donbas, cuore industriale orientale dell’Ucraina e l’obiettivo dell’offensiva incombente. I separatisti sostenuti da Mosca hanno combattuto le forze ucraine nel Donbas dal 2014, lo stesso anno in cui la Russia ha portato via la Crimea all’Ucraina. La Russia ha riconosciuto poi l’indipendenza di due aree della regione controllate dai ribelli.

L’appello di Zelensky

In queste ore fa tremare l’appello lanciato al mondo intero dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “Dobbiamo tutti essere pronti alla minaccia nucleare della Russia. Siamo preoccupati dal possibile uso di armi atomiche, ma tutti dovrebbero esserlo, non solo l’Ucraina”, ha avvertito il leader di Kiev. La furia russa oggi ha continuato ad abbattersi sui fronti principali dell’invasione, il Donbass e l’est del Paese. Lo dimostrano i violenti combattimenti a Mariupol ed i raid su Kharkiv, che non hanno risparmiato i civili che tentavano di fuggire su un autobus.

L’Italia ha riaperto la sua ambasciata a Kiev e “lunedì sarà pienamente operativa”

L’annuncio è arrivato oggi pomeriggio dal ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio: “L’ambasciatore Zazo è appena rientrato a Kiev da Leopoli, dopo un viaggio di 10 ore”. A darne notizia l’agenzia di stampa italiana Ansa, “Il ritorno del diplomatico italiano era atteso subito dopo Pasqua, ma l’ambasciatore è già operativo e dalla prossima settimana sarà al lavoro con le istituzioni ucraine per la diplomazia e per arrivare almeno a un cessate il fuoco”, ha detto Di Maio, ricordando che l’ambasciata italiana era stata “tra le ultime a lasciare la capitale ucraina ed è ora tra le prime a tornarci”. In un videocollegamento dall’Unità di crisi, il titolare della Farnesina ha poi ringraziato Zazo e il suo staff “per il coraggio e la dedizione”, anche nel lavoro svolto a Leopoli in queste settimane: “C’erano 2000 italiani” da evacuare, “ne sono rimasti 139”. Il ritorno a Kiev “è il simbolo dell’Italia che crede nel dialogo”, ha insistito il ministro, spiegando che riaprire l’ambasciata significa “essere vicini alle autorità ucraine ma anche perseguire la strada della giustizia per i tanti civili uccisi”. Nei prossimi giorni Zazo sarà in visita proprio in quelle aree attorno alla capitale dove la ritirata dei russi ha fatto emergere violenze, morte e orrori di ogni genere. “Le atrocità sono sotto gli occhi di tutti. Ci sono civili e bambini uccisi, uno scenario apocalittico”. Ma al momento “l’Italia non ha gli elementi per verificare se in Ucraina stia avvenendo un genocidio”, ha proseguito Di Maio intervenendo nella querelle semantica per descrivere i crimini di guerra dei russi. “Abbiamo sollecitato la Corte penale internazionale”, ha chiarito il ministro degli Esteri, puntando sul tribunale dell’Aja che ha già aperto un fascicolo sulle violazioni del diritto umanitario in Ucraina. “Attraverso l’Unione Europea forniremo tutte le prove a nostra disposizione per verificare se ci siano stati crimini di guerra”, ha aggiunto. “Quello che abbiamo visto a Bucha e a Kramatorsk e che purtroppo vedremo in altri posti è atroce, terrificante e dovremo assicurare alla giustizia internazionale i responsabili”. Nel frattempo, ha insistito Di Maio, “bisogna far ripartire il processo di dialogo tra Ucraina e Russia. Zelensky ha fatto delle aperture importanti, ora è Putin che deve parlare”. L’obiettivo, ha spiegato il ministro, è aprire corridoi umanitari per evacuare i civili dall’est dell’Ucraina dove si intensificano i bombardamenti e ci si aspetta una massiccia operazione delle forze russe. L’auspicio del ministro italiano è che si possa “convincere i russi a un cessate il fuoco almeno per la Pasqua ortodossa, che cade una settimana dopo la nostra”, il 24 aprile. Anche se Roma si aspetta l’espulsione da Mosca di diplomatici italiani “in risposta alla nostra di 30 russi con passaporto diplomatico per motivi di sicurezza nazionale”. “Vedremo in che termini interesserà il nostro personale diplomatico – ha spiegato Di Maio -. Ma il canale con Mosca deve restare aperto. Non dobbiamo smettere di credere nella diplomazia”.

Da giorni i leader mondiali si dividono sull’uso della parola “genocidio” nel contesto ucraino: il presidente Volodymyr Zelenky, sostenuto dall’americano Joe Biden, preme perché venga riconosciuto come tale dalla comunità internazionale, ma il termine – che rappresenta una specifica fattispecie giuridica – è stato respinto da Israele, che non vuole paragoni con la Shoah, e dal francese Emmanuel Macron, secondo cui non serve un’escalation di parole se si vuole portare al tavolo dei negoziati Vladimir Putin

Paragonare la resistenza ucraina con quella italiana? È un errore

“Più che differenza tra le due resistenze si tratta di un diverso contesto storico, sociale e culturale”. Ai microfoni di iNews24 Vincenzo Calò, responsabile Anpi Area Sud, spiega perché la Resistenza italiana non va accomunata con quella ucraina. “È troppo banale pensare di accomunarle tutte con un solo termine. Sennò dovremmo associare la Resistenza italiana a quella dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Libia. Altrimenti dove sta la differenza, in chi dichiara guerra? Quindi dovremmo entrare nella logica che alcune guerre sono giuste perché esportano la democrazia e altre no perché sono di occupazione? Rispetto all’invasione dell’Ucraina è evidente che c’è la violazione dell’autonomia di uno Stato e che è una guerra di invasione. Questo l’abbiamo denunciato. Ma non spetta a noi fare l’analisi storica”. La Resistenza italiana, spiega Calò, “è stata di un popolo che l’ha fatta con e senza le armi prima durante il periodo fascista e poi dopo, quando ha avuto il suo sbocco con la guerra. È semplicemente un’analisi di buonsenso e per non fare una sciocca contrapposizione tra resistenze. Non è in discussione che in questo conflitto c’è chi occupa e chi è occupato, chi resiste e chi invade. Però la semplificazione lessicale non aiuta perché la soluzione è la pace. Dobbiamo piuttosto chiederci qual è l’obiettivo e qual è lo strumento. Il primo è la pace e mi pare che il fronte in Italia sia ampio e l’Anpi ne faccia parte. Ma lo strumento qual è, l’uso indiscriminato delle armi? Questa è la logica che sancisce una differenza, non altro”.

Il metodo di inviare le armi all’Ucraina, secondo Calò, “non sembra che stia portando alla pace. O sbaglio? L’uso delle armi è sbagliato in generale, quindi è sciocco parlare solo dell’Ucraina. La diplomazia si realizza attraverso azioni concrete e con quest’ultima si può avviare un reale percorso di pace. Non è da oggi che vengono armati gli eserciti, nella fattispecie anche l’Ucraina. Ricordo che già prima dell’invasione russa c’erano conflitti anche lì. E l’Anpi non dice da adesso che armare i Paesi, inasprisce i conflitti. Il problema è l’uso delle armi, non a chi vengono date, è una questione di buonsenso”.

Inoltre, sull’accusa ad Anpi di essere stata “morbida” nei confronti di Mosca e sull’eccidio di Bucha, Calò afferma: “Mi chiedo perché l’Anpi sia stata “morbida”. Cosa ha fatto di diverso rispetto a chi ha condannato e denunciato l’aggressione russa e ha precisato che questa guerra viola l’autonomia dello Stato ucraino. Da questo punto di vista non c’è nessun tentennamento da parte dell’Anpi”. E su Bucha: “Qual è la posizione morbida? Aver chiesto, di fronte a un fatto oggettivo, cioè un eccidio, di fare chiarezza? Rispetto alla responsabilità non abbiamo motivo di negare che sia opera dei russi. Ma un conto è la comunicazione che ci arriva, quella che viene definita propaganda di guerra, un altro è il lato giuridico: cioè chiedere che ci sia concretamente la definizione dei responsabili”. Portare i responsabili dei crimini di guerra in Ucraina in un Tribunale, spiega Calò, vuol dire fare un passo in avanti. E non lo dico solo io, o solo l’Anpi. L’ha detto il capo delle Nazioni Unite, il sottosegretario Gabrielli e tanti altri che chiedono un’assunzione di responsabilità da parte degli organi competenti”.


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