OSPEDALI DAGLI USA ALL'ITALIA, I DATI DELLE MOLESTIE SUBITI UOMINI E DONNE - WHAT-U

L’AAMC ha pubblicato un’analisi unica nel suo genere della prevalenza e delle esperienze di molestie sessuali tra i docenti delle scuole di medicina statunitensi sul posto di lavoro. L’analisi ha rilevato che il 22% di tutti i docenti e il 34% dei docenti donne ha subito molestie sessuali. I dati presentati in questo rapporto suggeriscono che per guidare e supportare la conservazione, le prestazioni e l’eccellenza organizzativa, le scuole di medicina devono affrontare le molestie sessuali e prevenirle prima che accadano. 

Nel 2018, le comunità mediche e scientifiche sono state scosse dalle rivelazioni di diffuse molestie sessuali nei confronti delle donne, come si evince dal rapporto delle National Academies of Science, Engineering, and Medicine (NASEM) , Sexual Harassment of Women.

E ad oggi non è cambiato molto

Lo raccontano i dati dell’AAMC StandPoint™ Faculty Engagement Survey raccolti tra il 2019 e il 2021, dai quali si evince che il 34% dei docenti hanno subito molestie sessuali.

I più alti tassi di molestie tra le facoltà femminili erano nei dipartimenti di anestesiologia e medicina d’urgenza, ciascuno al 52,6%. I tassi più bassi erano in urologia e radiologia, rispettivamente al 20,7% e al 21,6%. La facoltà di farmacologia ha riportato le maggiori differenze di genere nelle esperienze di molestie: 7,6% degli uomini e 47,7% delle donne.

Anche tra i dipartimenti con la percentuale più alta di docenti donne secondo l’ AAMC Faculty Roster – OB-GYN e pediatria – i tassi di molestie segnalati dalle donne erano simili alla media complessiva del 34%.

Le molestie sessuali possono essere suddivise in tre categorie: molestie di genere, attenzioni sessuali indesiderate e coercizione sessuale. Questo rapporto si concentra sui casi di molestie di genere, definite come “comportamenti verbali e non verbali che trasmettono ostilità, oggettivazione, esclusione o status di seconda classe nei confronti di membri di un genere”.

Quali i comportamenti degenerativi più diffusi?

C’è chi ha raccontato di essere stato soggetto involontario di storie o battute sessiste che ti sono state offensive (19,7% delle donne, 9,6% degli uomini)

Molte sull’aspetto fisico, ossia sul corpo o anche sulle attività sessuali (7,4% delle donne, 3,0% degli uomini). E tante riferite al genere vilipeso contermini offensivi, altamente volgari (12,0% delle donne, 3,6% degli uomini). Anche gli sms sono stati messi sotto la lente di ingrandimento e si è scoperto così che chi riceveva messaggi offensivi o immagini volgari in ​​base al proprio sesso era l’1,4% delle donne, 0,8% degli uomini). Secondo il sondaggio, i docenti che hanno subito molestie hanno manifestato insicurezza nel decidere se presentare reclamo oppure no perché meno sicuri che il loro istituto avrebbe risolto i loro reclami. Ancora più preoccupante, è il numero dei docenti che hanno subito molestie e che hanno sortito l’effetto di creare disaffezione verso la scuola.

Sebbene sia un dato di fatto che le donne siano in gran parte il bersaglio delle molestie sessuali, in aumento paiono anche le molestie verso gli uomini. Pertanto, affrontare le molestie in modo binario – uomini come autori, donne come vittime – ignora i molti tipi e identità delle persone che subiscono molestie, nonché il modo in cui altri comportamenti, come il bullismo, contribuiscono a una cultura generale delle molestie.

Strategie istituzionali

Sono in corso molteplici sforzi in tutta la medicina accademica per affrontare e prevenire le molestie sessuali. Diverse istituzioni, identificate attraverso l’Azione NASEM Collaborativa di istituzioni attivamente impegnate in questo settore, sono state intervistate per il rapporto AAMC per identificare pratiche innovative. Ad esempio, l’Ohio State University College of Medicine ha istituito uno screening pre-assunzione della facoltà per cattiva condotta, che richiede a tutti i potenziali candidati di firmare un modulo di autorizzazione che consente al college di contattare i datori di lavoro attuali e passati in merito a eventuali indagini sulla cattiva condotta. Allo stesso modo, la School of Medicine and Public Health dell’Università del Wisconsin utilizza un controllo sui precedenti di Stop Passing the Harasser per affrontare la pratica dei docenti e del personale che lasciano un istituto dopo essere stati giudicati responsabili di molestie o mentre sono indagati per molestie.

Al Mayo Clinic College of Medicine and Science, qualsiasi segnalazione di molestie sessuali viene assegnata a uno dei 100 investigatori professionisti formati internamente del college. Una volta completata l’indagine, l’investigatore fa un report lo consegna al Comitato del personale e alla dirigenza del dipartimento per decidere i passi successivi. Quali le potenziali conseguenze? Una semplice chiacchierata oppure il licenziamento. Un modello che è stato seguito da molte altre scuole di medicina.

Diverse scuole, tra cui la University of Michigan Medical School, la University of New Mexico School of Medicine, la Wake Forest University School of Medicine e la University of Virginia School of Medicine, offrono solide risorse per la segnalazione di molestie. Diverse scuole, tra cui Mayo e l’Università del New Mexico, informano anche le loro comunità sui tipi di molestie segnalate e sulle azioni intraprese per affrontarle. Ciò aiuta a creare una cultura anti-molestie e aumenta la consapevolezza sull’impegno dell’istituzione nell’affrontare le molestie. Infine, molte scuole offrono corsi di formazione oltre a quanto richiesto dai mandati statali e federalicome accade nel Vagelos College of Physicians and Surgeons della Columbia University.

Prevenire le molestie

Questi sforzi istituzionali per identificare i molestatori e affrontare i comportamenti molesti sono fondamentali. Così sono anche gli approcci innovativi alla creazione di ambienti sicuri e inclusivi. La prevenzione delle molestie sessuali inizia con l’affrontare i comportamenti meno evidenti ma comunque dannosi, come il linguaggio condiscendente e i commenti sull’aspetto, che a loro volta gettano le basi e il tono per creare un ambiente sicuro e inclusivo. Quando le istituzioni si concentrano su questi comportamenti e commenti meno espliciti e li affrontano in modo diretto e tempestivo, possono creare culture di responsabilità che creano fiducia, impegno e, in definitiva, un maggiore sostegno per tutti nella medicina accademica.

E in Italia? Donne medico, niente sostituzione di maternità per il 75% delle gravidanze

Le donne medico sono più degli uomini, ma solo il 17% degli incarichi in struttura complessa è affidato a dottoresse

Che il personale sanitario sia spesso costretto a lavorare più di 48 ore a settimana, senza poter andare in ferie o prendere permessi, non fa più notizia. In questo scenario cade come un macigno, dunque, il numero di maternità di donne medico per le quali non viene prevista alcuna sostituzione: secondo un sondaggio della Federazione Cimo-Fesmed su un campione di 1.415 dottoresse, il 75% delle assenze per maternità non viene coperto. Un fenomeno che negli anni si è gradualmente aggravato: dividendo la popolazione in fasce di età, emerge infatti che le percentuali di maternità sostituite sono maggiori tra le donne più grandi, che presumibilmente hanno avuto gravidanze negli anni passati, rispetto alle più giovani. È stato sostituito il 21,6% delle mamme che oggi hanno più di 60 anni; il 18,9% delle donne che hanno tra i 51 e i 60 anni; il 16,3% delle quarantenni ed il 12,6% delle trentenni.

Ogni gravidanza, quindi, oggi ancor più di ieri va irrimediabilmente a pesare sulle spalle dei colleghi che rimangono in servizio, che oltre a doversi occupare di un carico di lavoro già estenuante, devono colmare il vuoto lasciato dalla collega legittimamente a casa. Le aziende non cercano sostituzioni di maternità per risparmiare lo stipendio della donna incinta – visto che l’indennità di maternità è in capo all’INPS – e i pochi bandi pubblicati spesso cadono nel vuoto perché medici disponibili non ce ne sono. Una situazione che genera un profondo senso di colpa delle mamme medico, che acuisce le discriminazioni subite da superiori e colleghi, che aumenta le difficoltà ad essere assunte prima e ad ottenere ruoli con maggiori responsabilità poi.

Dal Rapporto sulle donne nel SSN del Ministero della Salute del 2019 emerge infatti che solo il 17,2% degli incarichi in struttura complessa ed il 34,7% degli incarichi in struttura semplice sono affidati a donne, nonostante il numero di professioniste sia superiore a quello dei medici uomini. Secondo la Federazione degli Ordini dei Medici, nel 2021 il 54% dei professionisti con meno di 65 anni era donna, percentuale che saliva al 64% considerando la fascia d’età tra i 40 e i 44 anni. Una costante femminilizzazione della professione che, tuttavia, non è accompagnata da un cambiamento organizzativo e culturale che vada di pari passo: l’88% delle dottoresse che hanno aderito al sondaggio ritiene che le donne medico possano subire discriminazioni sul luogo di lavoro, ed il 58,4% è consapevole di aver subito un trattamento differente perché donna. Un dato che si riscontra anche nel rapporto con i pazienti, per i quali «l’uomo è sempre professore e la donna signorina»: questo è uno dei commenti più frequenti emersi dal sondaggio.

Le testimonianze

Ma per capire cosa subiscono le donne medico in molti ospedali italiani, le loro parole sono più efficaci di qualunque numero. Quando abbiamo chiesto loro come è stato il rientro al lavoro dopo la maternità, c’è chi parla di mobbing, di pressioni, di demansionamento, di senso di colpa che porta a non richiedere congedi parentali o straordinari per non far ricadere il lavoro sui colleghi. C’è chi è dovuta tornare in ospedale poche settimane dopo il parto, a molte non è stato riconosciuto il diritto all’esenzione dai turni di notte per i primi tre anni di vita del bambino o all’orario ridotto per allattamento. E tra chi ottiene il tempo parziale per l’allattamento, c’è chi è costretta a svolgere attività in radiologia o ad esporsi a gas anestetici.

«I miei colleghi mi hanno trattata come se fossi stata un anno in vacanza”, racconta una dottoressa. “Al rientro sono stata trattata come una persona che doveva recuperare il lavoro non svolto durante la maternità”. “Io sono stata esclusa da compiti e mansioni che avevo sempre ricoperto prima di andare in maternità. E per fortuna che si parla così tanto di inclusione di questi tempi. Purtroppo solo a parole”, dice un’altra donna medico che aggiunge: “Avere figli penalizza il percorso formativo e di avanzamento di carriera. Ad oggi quello del medico rimane un mestiere per uomini. Le donne stanno dove si sgobba, non dove si comanda. In sala operatoria si ascolta sempre il chirurgo, mai la chirurga”.


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