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NON SOLO PER I DAZI, TRUMP ORA HA CONTRO I GIUDICI PER LE SUE POLITICHE ANTI-IMMIGRAZIONI


ph.Ansa

Non solo i dazi ora anche la stretta all’immigrazione irregolare negli Stati Uniti contro la quale Trump ha sempre combattuto, non a caso la prima legge che ha fatto approvare dalla Camera denominata Laken Riley Act appena si è insediato la seconda volta alla Casa Bianca, riguardava proprio la sua lotta contro gli immigrati illegali, ora viene messa in discussione. Il 20 gennaio, subito dopo il suo insediamento, il presidente statunitense Donald Trump firmò una serie di ordini esecutivi in varie materie, dall’immigrazione al clima e all’assalto al congresso.

L’offensiva anti-immigrazione promessa da Trump prese forma nel suo discorso inaugurale. “Entrare illegalmente negli Stati Uniti sarà impossibile e rispediremo milioni e milioni di criminali stranieri a casa loro”, disse. “Invierò l’esercito al confine meridionale per bloccare la terribile invasione del nostro paese”. Quella stessa sera il presidente Usa firmò il decreto per dichiarare lo stato d’emergenza al confine con il Messico. Poi non contento annunciò anche misure contro il diritto d’asilo e lo ius soli. Oltre che il ritiro e degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, com’era già avvenuto durante il suo primo mandato. Insomma niente di nuovo tenuto conto che Trump è un negazionista del cambiamento climatico. Difatti il suo obiettivo passato e presente è quello di incentivare la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti. “Trivelleremo a tutto spiano“, ha spesso dichiarato (e pure durante il suo discorso inaugurale). E un altro obiettivo che si è posto è quello di cancellare gli Stati Uniti dalla lista dei membri dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Le mire espansionistiche su Panamá e la Groenlandia

Trump poi è diventato protagonista delle cronache anche per le sue mire espansionistiche su Panamá e la Groenlandia. “Ci riprenderemo il canale di Panamá”, ha disse Trump il 20 gennaio. Ma il presidente panamense José Raúl Mulino fu pronto a rispondergli per le rime: “Il canale appartiene e continuerà ad appartenere a Panamá”. E sulla stessa falsariga anche il premier danese venuto al corrente delle ambizioni di Trump sulla Groenlandia rispose con un due di picche.

Ora però che la giudice distrettuale statunitense, Jia Cobb che ha accolto la richiesta di un gruppo di immigrati di sospendere la procedura nota come “rimozione accelerata”, precedentemente utilizzata per espellere rapidamente i migranti trattenuti al confine con il Messico, entrati negli Stati Uniti nelle due settimane precedenti, sta mettendo in grande difficoltà il tycoon. Come anche un’altra Corte d’Appello che ha temporaneamente impedito alla squadra trumpiana di revocare lo status di protezione temporanea concesso a 600.000 venezuelani residenti negli Stati Uniti. “

Il Tps protegge dall’espulsione i soggetti interessati e ne garantisce il diritto al lavoro. Questa particolare forma di protezione rafforzata viene concessa agli immigrati la cui sicurezza è incerta in caso di ritorno nel loro Paese a causa di conflitti, disastri naturali o altre condizioni straordinarie. Joe Biden aveva esteso il Tps ai venezuelani per 18 mesi, pochi giorni prima di lasciare la Casa Bianca. A maggio, però la Corte Suprema ha autorizzato temporaneamente l’amministrazione Trump a revocare il loro status in attesa dell’udienza di appello. Ora all’orizzonte si profila un nuovo ricorso contro la decisione alla Corte Suprema.



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