
di Mark Brody
In un panorama mediorientale segnato da tensioni incandescenti e minacce di escalation, emerge un protagonista inaspettato nel ruolo di pontiere: il Pakistan. La nazione sud-asiatica sta infatti tessendo una complessa trama diplomatica per scongiurare un conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran, posizionandosi come l’intermediario chiave capace di dialogare con entrambi i fronti. La recente decisione del Presidente Donald Trump di posticipare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane non è stata un caso isolato, ma il frutto di una “diplomazia informale” che vede Islamabad collaborare strettamente con partner come Turchia ed Egitto. Il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha espresso apertamente la disponibilità del Paese a ospitare colloqui risolutivi, sottolineando come il Pakistan si senta onorato di facilitare una soluzione globale. Ma cosa spinge Islamabad a esporsi così tanto in un conflitto che, sulla carta, non le appartiene? La spinta del Pakistan verso la mediazione non è dettata solo da altruismo diplomatico, ma da un calcolato pragmatismo legato alla propria sicurezza nazionale. Un patto di difesa siglato lo scorso settembre con l’Arabia Saudita stabilisce che un’aggressione contro una delle parti è un attacco a entrambe. Se il conflitto tra USA e Iran dovesse degenerare, Islamabad rischierebbe di essere trascinata direttamente nel campo di battaglia per onorare gli impegni con il Regno Saudita. A questo si aggiunge la fragilità interna: la provincia del Balochistan, al confine con l’Iran, è teatro di un’insurrezione ventennale che potrebbe infiammarsi ulteriormente in caso di destabilizzazione regionale. Il Pakistan non è nuovo a questo ruolo. Storicamente, il Paese ha dimostrato una spiccata capacità di fungere da “camera di compensazione” tra grandi potenze: lo fece negli anni ’70 facilitando il disgelo tra Stati Uniti e Cina, e più recentemente con i colloqui di Doha tra Washington e i Talebani. Oggi, questa capacità poggia su rapporti personali e strategici di alto livello. Il feldmaresciallo Asim Munir gode della fiducia dell’amministrazione Trump, mentre Teheran guarda a Islamabad con rispetto, memore del sostegno politico ricevuto durante le fasi critiche dello scorso anno. Non mancano poi gli incentivi economici. Un successo diplomatico aprirebbe la strada a investimenti statunitensi nel settore minerario e alla cooperazione nel campo delle criptovalute, offrendo al contempo l’opportunità di sbloccare il potenziale commerciale con l’Iran, finora soffocato dalle sanzioni. Per il Pakistan, garantire la stabilità significa anche proteggere la rotta vitale del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui dipende la sua intera economia.
Il Pakistan come Ponte: La Mediazione tra Iran e USA
Nel marzo 2026, Islamabad è diventata il fulcro di un’intensa attività diplomatica. Il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il Capo di Stato Maggiore Asim Munir hanno offerto ufficialmente il Pakistan come sede neutrale per i colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran. Questa mossa non è isolata: si inserisce in un contesto in cui il Presidente americano Donald Trump ha mostrato un’insolita apertura verso il ruolo del Pakistan, definendolo un Paese che “conosce l’Iran meglio di chiunque altro”. Il ruolo del Pakistan oggi è quello di un facilitatore discreto. Grazie ai suoi 900 km di confine con l’Iran e alla seconda popolazione sciita più grande al mondo, Islamabad gode di una fiducia a Teheran che pochi altri alleati degli USA possiedono. Allo stesso tempo, il legame militare con Washington, seppur altalenante, permette al Pakistan di trasmettere messaggi sensibili senza i clamori dei canali ufficiali. L’obiettivo è chiaro: evitare un conflitto regionale che colpirebbe duramente l’economia pakistana, già fragile, e stabilizzare i prezzi dell’energia. Mentre dialoga con l’Iran, non va dimenticato che il Pakistan ha però blindato la sua alleanza storica con il rivale di Teheran: l’Arabia Saudita. Il 17 settembre 2025, i due Paesi hanno firmato lo Strategic Mutual Defense Agreement (SMDA), un trattato che ha cambiato le regole del gioco nel Medio Oriente.
I Dettagli del Patto
- Clausola in stile NATO: Il cuore dell’accordo stabilisce che “un’aggressione contro uno dei due Paesi è considerata un’aggressione contro entrambi”. È la prima volta che una potenza nucleare (il Pakistan) estende formalmente una garanzia di sicurezza di questo tipo a una nazione araba.
- Deterrenza Integrata: Il patto prevede esercitazioni congiunte permanenti, condivisione di intelligence e, soprattutto, una cooperazione tecnologica contro le minacce asimmetriche (droni e missili balistici).
- L’Ombra Nucleare: Sebbene i documenti ufficiali non menzionino esplicitamente le armi atomiche, molti analisti vedono nell’SMDA l’ufficializzazione dell’ombrello nucleare pakistano sopra i pozzi di petrolio sauditi. È un segnale potente inviato a tutti gli attori regionali: l’integrità territoriale del Regno è ora legata alla capacità di risposta militare di Islamabad.
Precedenti Storici: Una Tradizione di Equilibrismo
La diplomazia pakistana non sta improvvisando; sta applicando uno schema collaudato che risale alla Guerra Fredda. Il Paese ha sempre cercato di essere il “pivot” tra mondi diversi. Il successo diplomatico più clamoroso del Pakistan fu l’organizzazione del viaggio segreto di Henry Kissinger a Pechino nel 1971. Grazie ai suoi buoni rapporti con entrambi, il Pakistan permise il disgelo sino-americano che cambiò la storia del XX secolo. Questo evento ha cementato l’idea che Islamabad possa essere il “terzo uomo” necessario per far parlare nemici giurati. Va inoltre ricordato che il rapporto con l’Arabia Saudita è cementato dal sangue. Già nel 1967, piloti pakistani aiutarono la difesa aerea saudita. Negli anni ’80, durante la guerra Iran-Iraq, il Pakistan schierò oltre 15.000 soldati nel Regno per proteggere i luoghi santi e i confini. Islamabad ha sempre fornito la “musica” (l’addestramento e la forza militare) mentre Riad forniva il “carburante” (petrolio e aiuti finanziari). E nel 2019, su richiesta esplicita di Trump e del principe saudita Mohammed bin Salman, l’allora premier Imran Khan volò tra Teheran e Riad per abbassare la tensione dopo gli attacchi alle raffinerie di Aramco. Il Pakistan ha sempre rifiutato di unirsi a coalizioni offensive (come quella in Yemen nel 2015), preferendo mantenere il ruolo di protettore difensivo per non alienarsi completamente l’Iran. E trovandosi schiacciato tra l’India a est e un Afghanistan instabile a ovest, Islamabad non può permettersi un fronte di guerra anche a sud-ovest con l’Iran. L’SMDA con i sauditi fornisce al Pakistan la stabilità economica (tramite investimenti e forniture di greggio), mentre la mediazione tra Iran e USA le garantisce una rilevanza diplomatica che impedisce a Washington di isolarla.
Contraddizioni e confronto con l’India
Nonostante l’ottimismo, rimane un’ombra legata alle tensioni costanti tra Pakistan e Afghanistan. Molti osservatori notano una contraddizione tra il ruolo di mediatore globale di Islamabad e l’incapacità di trovare una pace duratura con il regime talebano. Tuttavia, gli esperti sottolineano una distinzione fondamentale: mentre con l’Afghanistan il Pakistan è una parte in causa diretta e coinvolta in conflitti transfrontalieri, nel caso USA-Iran agirebbe come una potenza esterna sovrana che potrebbe mettere a disposizione la propria posizione geostrategica. In ultima analisi, riuscire in questa missione permetterebbe al Pakistan di riposizionarsi nella gerarchia del potere globale, rafforzando la propria immagine rispetto alla rivale India e dimostrando che, pur essendo una potenza di medie dimensioni, il suo peso specifico è indispensabile per la stabilità dell’ordine mondiale.
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