
di Patrizia Vassallo
L’escalation nel Golfo Persico ha raggiunto un nuovo, drammatico picco oggi 6 aprile, lunedì dell’Angelo, quando le forze israeliane hanno colpito con precisione chirurgica un impianto petrolchimico vitale all’interno del giacimento di gas naturale di South Pars, il più grande del mondo. L’attacco, confermato dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz, non ha solo inflitto un colpo devastante all’economia di Teheran, ma ha anche portato all’eliminazione di figure chiave del regime: tra le vittime accertate figurano il generale di divisione Majid Khademi, capo dell’intelligence delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC), e Asghar Bakeri, comandante di alto livello dell’unità sotto copertura della Forza Quds. Secondo quanto riportato da Associated Press e CNN, l’obiettivo dell’operazione era il complesso petrolchimico di Asaluyeh, un hub strategico che processa circa il 50% della produzione petrolchimica iraniana. Israele ha giustificato l’azione come una necessità per “tagliare i canali di finanziamento del terrorismo”, ma l’impatto va ben oltre il dato economico.


Da sinistra nelle foto: Il generale di divisione Majid Khademi, capo dell’intelligence delle Guardie Rivoluzionarie (IRGCBy Khamenei.ir, CC BY 4.0) e Yazdan Mir (Yazdan Mir), noto anche col nome Asghar Bakeri, comandante di alto livello dell’unità sotto copertura della Forza Quds
Come sottolineato dalla BBC, il gas di South Pars alimenta l’80% della rete elettrica iraniana; colpirlo significa spingere il Paese sull’orlo di un blackout totale proprio mentre le temperature e la tensione sociale iniziano a salire. Le agenzie di stampa statali iraniane, come Fars e IRNA, hanno descritto scene di caos, con colonne di fumo nero visibili a chilometri di distanza e esplosioni che hanno scosso l’intera regione costiera. Teheran ha immediatamente puntato il dito contro il “duo criminale” composto da Israele e Stati Uniti, definendo l’attacco un atto di aggressione che non resterà impunito. L’attacco avviene in un momento di fragilità diplomatica estrema. Fonti di Al Jazeera indicano che mediatori provenienti da Pakistan, Turchia ed Egitto stavano lavorando febbrilmente a una proposta di cessate il fuoco di 45 giorni. Tuttavia, questo raid sembra aver fatto deragliare i negoziati. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha gelato le speranze di una tregua immediata, affermando che “non si può negoziare sotto la minaccia di crimini di guerra”. Nel frattempo, l’orologio corre verso la scadenza fissata dal presidente Donald Trump. Con un post dai toni accesi, Trump ha ribadito che l’Iran ha tempo fino a lunedì sera (ora di Washington) per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo internazionale. In caso contrario, il presidente statunitense ha minacciato di colpire sistematicamente ponti e centrali elettriche, promettendo di riportare l’Iran “all’età della pietra”. “Martedì sarà la giornata delle infrastrutture”, ha avvertito, lasciando intendere che un’offensiva statunitense su vasta scala sia già pronta al decollo.
Un conflitto che scuote il mondo
L’instabilità ha scatenato il panico sui mercati energetici. Il petrolio Brent è schizzato a 109 dollari al barile, segnando un aumento del 50% dall’inizio delle ostilità il 28 febbraio. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa un quinto del greggio mondiale, ha ridotto il traffico marittimo del 90%, costringendo alcune navi a pagare pesanti “pedaggi” a Teheran per il transito, come riportato da analisi della CNN. Mentre Israele continua la sua campagna di “decapitazione” dei vertici dell’IRGC, con Katz che ha promesso di “dare la caccia ai leader iraniani uno per uno”, la popolazione civile paga il prezzo più alto. Oltre ai raid su South Pars, attacchi aerei hanno colpito l’Università di Tecnologia Sharif a Teheran e aree residenziali a Qom e Haifa, portando il bilancio delle vittime a migliaia di persone in tutta la regione. Con il dispiegamento delle difese aeree in Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per intercettare i droni iraniani, il Medio Oriente si trova ora su un crinale pericolosissimo: da un lato la speranza di una tregua mediata dai vicini regionali, dall’altro la realtà di una guerra che si sta trasformando in uno scontro totale per la sopravvivenza economica e politica.
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