
di Pat Sinclair
Mentre le lancette dell’orologio corrono verso le 20:00 di Washington, il mondo assiste a quello che potrebbe essere il preludio di un’apocalisse moderna. Il Presidente Donald Trump ha alzato la posta in gioco a livelli senza precedenti, dichiarando su Truth Social che “un’intera civiltà morirà stanotte” se Teheran non accetterà l’accordo per la riapertura totale dello Stretto di Hormuz. Non si tratta più solo di diplomazia muscolare: i fatti sul campo parlano di un conflitto che sta già divorando le infrastrutture vitali della Repubblica Islamica. La giornata di martedì 7 aprile 2026 è stata segnata da una pioggia di fuoco. Raid aerei, di cui Washington e Tel Aviv non hanno ancora rivendicato ufficialmente la paternità ma che portano la firma tecnologica della coalizione, hanno sventrato due ponti strategici e una stazione ferroviaria. Secondo fonti della Casa Bianca citate dall’agenzia Associated Press, le forze americane hanno colpito per la seconda volta l’isola di Kharg, il cuore pulsante dell’export petrolifero iraniano, mirando a difese aeree e installazioni radar. Parallelamente, Israele ha intensificato la pressione: l’esercito (IDF) ha emesso un avviso senza precedenti in lingua farsi, esortando i civili iraniani a disertare la rete ferroviaria nazionale fino a sera. Poco dopo, un sito petrolchimico a Shiraz è stato avvolto dalle fiamme per il secondo giorno consecutivo, parte di una strategia volta a “eliminare sistematicamente la macchina da soldi dei Pasdaran”, come dichiarato dal Primo Ministro Netanyahu.
La resistenza di Teheran: scudi umani e 14 milioni di volontari
La risposta di Teheran è un mix di sfida ideologica e disperazione logistica. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato su X che ben 14 milioni di iraniani si sono offerti volontari per combattere, dichiarandosi pronto lui stesso al sacrificio supremo. In un clima di tensione elettrica, il vice ministro dello Sport Alireza Rahimi ha lanciato un appello a “giovani, atleti e artisti” affinché formino catene umane attorno alle centrali elettriche, nel tentativo simbolico e tragico di fungere da scudi umani contro i bombardamenti minacciati da Trump. Tuttavia, a Teheran l’atmosfera è cupa. Nonostante la retorica ufficiale, testimonianze raccolte da The Guardian descrivono una popolazione stremata: alcune centrali elettriche sono state chiuse preventivamente per sicurezza, lasciando interi quartieri al buio proprio mentre le catene umane avrebbero dovuto iniziare a formarsi. “Se perderemo elettricità e acqua, torneremo davvero all’età della pietra”, confessa un giovane insegnante locale, citando quasi letteralmente le minacce del Presidente USA. Al centro di questa tempesta perfetta c’è lo Stretto di Hormuz. Il blocco iraniano, iniziato lo scorso 28 febbraio, ha spinto il prezzo del petrolio Brent sopra i 108 dollari al barile, un aumento del 50% che sta mettendo in ginocchio le economie occidentali e del Global South. È questa la leva che l’Iran usa per chiedere l’allentamento delle sanzioni, ma è anche il motivo per cui Trump ha giurato di radere al suolo ogni ponte e centrale elettrica iraniana entro una finestra di quattro ore se la navigazione non riprenderà immediatamente. La “notte più importante della storia del mondo”, come l’ha definita Trump, è alle porte. Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres e il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot hanno avvertito che colpire infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra. Ma Trump, interpellato dai giornalisti, mentre i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia stanno tentando un compromesso dell’ultimo minuto, ha risposto con la consueta schiettezza di non essere “per nulla preoccupato” dalle accuse internazionali.
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