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L’Asia tra due fuochi: il paradosso di Bab el-Mandeb e lo spettro del greggio a 100 dollari


map beside telescope and black dslr camera
Photo by Bakr Magrabi

di Patrizia Vassallo

Il baricentro della sicurezza energetica globale si è spostato in un lembo di mare largo appena 32 chilometri. Lo stretto di Bab el-Mandeb, poeticamente e tragicamente noto come la “Porta del Dolore”, è diventato l’ultimo diaframma che separa le economie asiatiche da una crisi sistemica senza precedenti. In un contesto in cui lo Stretto di Hormuz è di fatto inaccessibile a causa delle tensioni iraniane, il commercio mondiale si è aggrappato a rotte alternative che, tuttavia, si stanno rivelando altrettanto vulnerabili alle ambizioni geopolitiche dei ribelli Houthi nello Yemen. L’attuale dinamica, documentata da autorevoli testate finanziarie come il Financial Times e l’agenzia Bloomberg, evidenzia come il blocco di Hormuz abbia innescato un effetto domino. Per aggirare l’ostruzione dell’arteria dove transitava il 20% del petrolio mondiale, l’Arabia Saudita ha massimizzato l’uso dei suoi oleodotti est-ovest, portando il flusso verso il Mar Rosso. E questo ha trasformato Bab el-Mandeb in una meta alternativa: i dati della società di analisi Kpler confermano che a marzo il transito di greggio ha superato i 4 milioni di barili al giorno, con oltre il 90% del carico diretto verso mercati come Cina, India e Giappone. Questa dipendenza forzata però sta mettendo l’Asia in una posizione di estrema fragilità. Se le testate giornalistiche specializzate come Reuters e CNBC hanno già ampiamente descritto il balzo del Brent oltre la soglia psicologica dei 100 dollari, l’impatto reale va ben oltre il prezzo al barile. Come sottolineato dagli esperti di BMI (società del gruppo Fitch Solutions), esiste una profonda divergenza nella resilienza regionale: mentre le potenze industriali del Nord-Est asiatico possono contare su riserve strategiche consistenti, nazioni come il Vietnam, il Pakistan e le Filippine operano con margini di sicurezza ridottissimi, spesso inferiori ai 30 giorni. La gravità della situazione è acuita dal fatto che la logistica marittima è ormai al limite. Evitare il passaggio yemenita significa circumnavigare l’Africa raddoppiando i tempi di navigazione, una soluzione che, come riportato da analisti di Goldman Sachs, gonfia i costi di nolo e il consumo di carburante, alimentando l’inflazione globale. Mentre il gas naturale liquefatto (GNL) ha già quasi abbandonato la rotta del Mar Rosso, il petrolio rimane incagliato in questa strettoia strategica, sotto la costante minaccia di droni e missili che rendono precarie persino le forniture “scontate” provenienti dalla Russia. Il rischio, ammoniscono i consulenti di ICIS, è che il mercato non stia ancora pienamente scontando la possibilità di un blocco totale. Nonostante la presenza di missioni internazionali come l’operazione europea Aspides, la percezione del rischio sta spingendo gli armatori verso scelte drastiche. Se anche la valvola di sfogo degli oleodotti sauditi dovesse chiudersi per l’impossibilità di caricare le petroliere in sicurezza, l’Asia si troverebbe di fronte non solo a una crisi di prezzi, ma a una vera e propria crisi di approvvigionamento, capace di soffocare la crescita economica di un intero continente. E questo sarebbe un danno gravissimo.



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