

di Patrizia Vassallo
Il mondo osserva con il fiato sospeso lo Stretto di Hormuz, mentre l’orologio corre inesorabile verso una scadenza che potrebbe segnare un punto di non ritorno per la stabilità globale. Nelle ultime ore, Donald Trump ha affidato alla sua piattaforma, Truth Social, un messaggio dai toni apocalittici che non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche. Con una retorica cruda, il Presidente americano ha parlato della fine imminente di una “intera civiltà”, evocando lo spettro di una distruzione totale per l’Iran pur di porre fine a quello che definisce un quarantennio di “estorsioni e corruzione”. Le parole di Trump, che sembrano quasi rassegnate a una tragica inevitabilità, mettono in luce una determinazione senza precedenti. Durante la conferenza stampa di ieri, il Presidente non ha evitato di riflettere sul costo umano di un simile attacco, ammettendo che la perdita di vite civili è una variabile tragica ma, nella sua visione, forse inevitabile per ottenere un “cambio di regime completo”. Mentre Trump invoca una rivoluzione “meravigliosa” che possa sorgere dalle ceneri del conflitto, la comunità internazionale reagisce con un misto di sgomento e pragmatismo, cercando disperatamente di disinnescare la miccia prima dell’impatto. In questo scenario di altissima tensione, la posizione della NATO appare complessa e profondamente sfaccettata. Se da un lato la Casa Bianca preme per un coinvolgimento diretto dell’Alleanza a supporto delle operazioni americane, dall’altro i leader europei alzano lo scudo della diplomazia. Il Segretario Generale Mark Rutte ha ribadito che l’obiettivo primario resta la riapertura delle rotte commerciali e la sicurezza della navigazione, ma ha glissato sulle richieste di interventi “muscolari”. Berlino, Londra e Roma formano un fronte compatto nello scetticismo. Per i governi europei, lo Stretto di Hormuz ricade al di fuori del raggio d’azione diretto della NATO e un coinvolgimento bellico sarebbe visto come un errore strategico dalle conseguenze incalcolabili. Il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, è stato categorico nel sottolineare che la gestione di una crisi di tale portata spetterebbe semmai alle Nazioni Unite, rifiutando l’idea che l’Alleanza debba trasformarsi in uno strumento di guerra attiva in Medio Oriente.
Tra mediazione e “coalizione dei volenterosi”
Mentre Trump minaccia conseguenze per quegli alleati che non seguiranno la linea dura di Washington, si fanno strada ipotesi alternative per evitare il collasso totale. Si parla con insistenza di una “coalizione di volenterosi”, un gruppo di circa quaranta nazioni che, sotto la possibile guida del Regno Unito, potrebbe garantire la protezione dei passaggi marittimi senza formalmente trascinare l’intera struttura NATO in un conflitto aperto con Teheran. L’idea è quella di applicare un modello simile a quello sperimentato nel Mar Nero per il grano ucraino: creare corridoi sicuri per il commercio mondiale, separando la protezione delle merci dalla questione politica del regime iraniano. Tuttavia, con l’ultimatum di Trump ormai prossimo alla scadenza, il tempo per le sottigliezze diplomatiche sembra scarseggiare. La notte che si prospetta potrebbe davvero, come annunciato dal post del Presidente, riscrivere la “lunga e complessa storia del mondo”, lasciando il pianeta in bilico tra la speranza di una risoluzione improvvisa e il timore di un incendio globale.
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