
di Pat Sinclair
Il mondo si è svegliato l’8 aprile 2026 con un parziale sospiro di sollievo, dopo che il Presidente Donald Trump ha annunciato su Truth Social il raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco di due settimane con l’Iran. Questa tregua, descritta dal tycoon come un “grande giorno per la pace mondiale”, giunge al termine di una escalation che aveva portato il pianeta sulla soglia di un conflitto apocalittico. Solo poche ore prima della scadenza dell’ultimatum, Trump aveva infatti minacciato di cancellare “un’intera civiltà” se Teheran non avesse riaperto immediatamente lo Stretto di Hormuz. Secondo quanto riportato dall’agenzia Associated Press, la svolta è arrivata grazie a una complessa triangolazione diplomatica. Il Pakistan, con il Primo Ministro Shehbaz Sharif, ha agito da ponte principale, ma un ruolo decisivo sarebbe stato giocato da un intervento dell’ultimo minuto della Cina. Funzionari iraniani hanno riferito al New York Times che Pechino avrebbe esercitato una pressione fortissima su Teheran affinché mostrasse flessibilità, citando l’insostenibilità delle conseguenze economiche della guerra. L’aspetto più sorprendente e controverso della tregua riguarda la gestione dello Stretto di Hormuz. Trump ha iniziato a parlare di una vera e propria “joint venture” con l’Iran per mettere in sicurezza la via d’acqua. Tuttavia, i dettagli tecnici rivelano quello che molti analisti hanno già ribattezzato il “Casello di Teheran”: l’Iran applicherà pedaggi che possono arrivare fino a 2 milioni di dollari per singola petroliera. Secondo le agenzie mediorientali, il pagamento dovrà avvenire in yuan cinesi o criptovalute, con l’obbligo per gli armatori di negoziare con intermediari legati all’IRGC (i Pasdaran) per ottenere una scorta militare durante il transito.
I “10 Punti” contro i “15 di Washington”
La base dei negoziati, che inizieranno ufficialmente a Islamabad il 10 aprile, poggia su due piani di pace contrapposti. L’agenzia statale iraniana Tasnim ha pubblicato la proposta di Teheran in 10 punti, che include richieste audaci:
- Il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio (punto confermato dalla versione in lingua farsi del piano).
- La revoca totale di tutte le sanzioni e delle risoluzioni ONU.
- Il pagamento di risarcimenti per i danni di guerra e il ritiro delle truppe USA dalla regione.
Dall’altra parte, il Pentagono rivendica una posizione di forza assoluta. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che l’Iran ha “implorato” il cessate il fuoco perché la sua marina è ormai “in fondo al mare” e i suoi cieli sono “proprietà degli Stati Uniti”. Washington insiste sui suoi 15 punti, che prevedono lo smantellamento dei programmi missilistici e dei droni, oltre alla fine del supporto ai proxy regionali come Hezbollah e Hamas. Mentre i mercati hanno reagito con euforia, con il petrolio WTI crollato del 15% a 95 dollari al barile e le borse di Francoforte e Seoul in forte rialzo, la politica interna dei paesi coinvolti è in fiamme. In Israele, il leader dell’opposizione Yair Lapid ha parlato di un “disastro politico senza precedenti”, accusando Benjamin Netanyahu di essere stato escluso dai tavoli decisionali che riguardano la sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, il rappresentante Maxwell Frost ha definito Trump un “pericoloso guerrafondaio”, sostenendo che una tregua dell’ultimo minuto non cancella l’illegalità di un conflitto che ha portato i prezzi della benzina a superare i 4 dollari al gallone. Nonostante l’ottimismo di Trump per una futura “Età dell’Oro”, la tensione resta altissima. Fox News ha riportato allarmi missilistici a Tel Aviv pochi istanti dopo l’annuncio della tregua, e lo stesso Trump ha avvertito che se l’accordo non si dimostrerà valido, gli Stati Uniti torneranno immediatamente all’attacco. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer, in viaggio verso il Golfo, ha accolto con favore il momento di sollievo, ma ha sottolineato che l’obiettivo deve essere trasformare queste due settimane in un accordo duraturo, una sfida che appare titanica date le richieste di risarcimento e di arricchimento nucleare avanzate dall’Iran.
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