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L’accordo di Islamabad alla prova del campo: il “cessate il fuoco” che non ferma i droni


Il presidente Donald Trump (Media Casa Bianca)

di Patrizia Vassallo

Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti, oggi la giornata si è aperta sotto il segno di un’estrema incertezza. Fin dalle prime ore del mattino, il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif ha lavorato freneticamente per consolidare l’accordo, confermando dopo un colloquio di 45 minuti con il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian che Teheran parteciperà ai colloqui di pace previsti per venerdì a Islamabad. L’agenzia pakistana Dawn ha sottolineato come il Paese percepisca questo ruolo di mediatore come un atto necessario per evitare una “catastrofe globale”. Tuttavia, mentre la diplomazia cercava una sede, la tensione rimaneva altissima. Da Budapest, il Vicepresidente americano JD Vance ha gelato gli entusiasmi definendo l’accordo una “tregua fragile” e accusando apertamente alcuni funzionari iraniani di mentire sui termini del patto. Vance ha ribadito che, sebbene il presidente Donald Trump, che ha già messo le mani con la minaccia via social di sanzionare con dazi del 50% “senza eccezioni” qualsiasi nazione fornisca armi all’Iran, sia disposto a negoziare in buona fede, gli Stati Uniti sono pronti a usare una “leva economica straordinaria” qualora l’Iran non dovesse rispettare gli impegni. Nel frattempo, l’Europa pare abbia accolto la notizia con un sollievo misto a estrema cautela. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha rilasciato una nota ufficiale definendo la tregua “un passo essenziale verso la stabilità regionale”, ma ha sottolineato la necessità di una verifica internazionale rigorosa. Da Bruxelles e dalle capitali dell’Eurozona, il sentimento è stato di apprensione per l’economia: il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha accolto favorevolmente il calo del prezzo del petrolio (sceso del 14% a 94 dollari al barile), pur ribadendo la linea della fermezza sul nucleare iraniano. Anche dalla Germania e dalla Francia, i leader dell’Eurozona hanno espresso preoccupazione per la tenuta dei prezzi energetici, poiché il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz mantiene i costi ben al di sopra dei livelli pre-conflitto. Verso mezzogiorno, la situazione è precipitata sul fronte libanese. Nonostante il Presidente francese Emmanuel Macron insistesse sul fatto che il Libano fosse “pienamente incluso” nell’accordo, Israele ha smentito categoricamente questa interpretazione e in soli 10 minuti, l’esercito israeliano (IDF) ha scatenato quello che ha definito il più grande attacco coordinato della guerra, colpendo oltre 100 obiettivi di Hezbollah tra Beirut, il sud del Libano e la Beqaa. Le fonti israeliane, tra cui Haaretz, hanno riportato che l’operazione mirava a smantellare centri di comando e infrastrutture di intelligence infiltrate in aree civili. Il centro di Beirut, solitamente risparmiato, è stato avvolto dal fumo, scatenando il panico nelle zone commerciali. La risposta di Hezbollah a questio attacco non si è fatta attendere, sebbene inizialmente affidata a dichiarazioni caute. Il parlamentare Ibrahim Al-Moussawi ha avvertito che il gruppo reagirà se Israele non rispetterà la tregua, mentre un funzionario anonimo ha spiegato che Hezbollah non accetterà un ritorno allo “status quo” di attacchi quotidiani. In questo clima di violazione reciproca, sono giunte notizie di attacchi anche nel Golfo: il Kuwait ha denunciato un’ondata di 31 droni contro i propri impianti petroliferi, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno attivato le difese aeree contro missili in arrivo dall’Iran. La televisione di Stato iraniana ha riferito di un attacco alla raffineria di Lavan Island, avvenuto intorno alle 10:00, alimentando i dubbi sulla tenuta del cessate il fuoco proprio nel cuore dell’infrastruttura energetica di Teheran. E mentre la Siria sta tentando un ritorno alla normalità riaprendo lo spazio aereo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un grido d’allarme per il sistema sanitario libanese e iraniano, ormai al collasso con migliaia di vittime e milioni di sfollati. Papa Leone XIV, che ha definito la tregua un “segno di vera speranza”, invitando a una veglia di preghiera. Ma tra i droni nel Kuwait, le bombe su Beirut e la complessa operazione proposta da Trump per “estrarre” l’uranio arricchito dai siti bombardati lo scorso giugno, la pace appare ancora un obiettivo lontano, e appesa alla volontà di attori che continuano a scambiarsi accuse di sabotaggio e provocazione.

Patti chiari per Trump

Dopo i colloqui con il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif, Trump ha dichiarato che gli era stato assicurato che l’Iran avrebbe accettato ‘l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz. “Questa sarà una tregua a doppio fronte”‘”, ha scritto Trump. “Il motivo è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari, e siamo molto avanti con un accordo definitivo riguardo alla pace a lungo termine con l’Iran”. In un post successivo, il Presidente degli Stati Uniti ha celebrato ‘un grande giorno per la pace mondiale’ dopo aver accettato di sospendere gli attacchi. “L’Iran ne ha ‘abbastanza’ del conflitto”, ha scritto il presidente USA su Truth Social, “e ora ci saranno molte azioni positive”. L’Iran ha accettato l’accordo mediato dal Pakistan dopo che un intervento cinese dell’ultimo minuto che ha esortato Teheran a mostrare flessibilità sulle conseguenze economiche della guerra, hanno riferito tre funzionari iraniani al New York Times.

Donald Trump took to Truth Social to hail a 'big day for World Peace' following the ceasefire agreement

Ma qual è il piano di pace in 10 punti stilato dall’Iran?

1. Impegno verso la non aggressione

2. Il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz

3. Accettazione dell’arricchimento dell’uranio iraniano

4. Revoca di tutte le sanzioni primarie

5. Revoca di tutte le sanzioni secondarie

6. Cessazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU

7. Cessazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Amministrazione

8. Pagamento di risarcimento all’Iran

9. Ritiro delle forze da combattimento statunitensi dalla regione

10. Cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano

Trump ha affermato che la proposta in 10 punti ‘è una base praticabile su cui negoziare’, nonostante lunedì abbia detto che l’accordo non fosse ‘abbastanza buono’. Il vicepresidente JD Vance, insieme al genero di Trump Jared Kushner e all’inviato speciale Steve Witkoff, hanno guidato i negoziati statunitensi per porre fine alla guerra, lanciata il 28 febbraio – soprannominata Operazione Epic Fury. L’accordo è arrivato dopo che il Primo Ministro pakistano Sharif ha pubblicato su X che erano stati compiuti importanti progressi tra negoziatori statunitensi e iraniani. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato: ‘Ci sono discussioni su incontri faccia a faccia tra Stati Uniti e Iran, ma nulla è definitivo finché non sarà annunciato dal Presidente o dalla Casa Bianca.’ Dopo il raggiungimento dell’accordo, il principale leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, ha criticato duramente la mossa, accusando il primo ministro Benjamin Netanyahu di non aver raggiunto gli obiettivi della guerra. “Non c’è mai stato un disastro politico simile in tutta la nostra storia. Israele non era nemmeno vicino al tavolo quando sono state prese le decisioni riguardanti il nucleo della nostra sicurezza nazionale”‘, ha scritto Lapid su X. “L’esercito ha eseguito tutto ciò che gli è stato richiesto, e il pubblico ha mostrato una resilienza straordinaria, ma Netanyahu ha fallito politicamente, ha fallito strategicamente e non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che lui stesso si è fissato”.

I punti fermi per gli Usa

I negoziatori statunitensi hanno chiesto all’Iran di rinunciare alle sue capacità di arricchimento nucleare, ridurre i programmi di droni e missili balistici, cessare il sostegno ai proxy in tutta la regione e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Il Presidente ha ripetutamente sottolineato che gli obiettivi della guerra sono garantire che l’Iran non possa creare un’arma nucleare, che i suoi proxy non interferiscano con i paesi mediorientali e che le capacità della Marina, dei droni e dei missili balistici iraniani vengano distrutte. L’Iran ha proposto lunedì una controproposta in 10 punti ai negoziatori statunitensi tramite funzionari pakistani, dopo che gli Stati Uniti avevano presentato a Islamabad una proposta di 15 punti per iniziare un cessate il fuoco. Il Presidente ha rifiutato di commentare il piano in dieci punti martedì scorso, dicendo a Fox News: ‘Non posso commentare, perché in questo momento siamo in negoziati accesi.’ Trump ha dichiarato lunedì in una conferenza stampa alla Casa Bianca che il piano era un ‘passo significativo’, seppur ‘non è abbastanza buono’. Insomma tutto il contrario di tutto. Ecco perché è ancora presto per cantare vittoria. Su entrambi i versanti.



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