
Ecco il collegio dei commissari composto da 27 commissari, uno per ciascun paese dell’UE, il cui ruolo è quello di rappresentare la leadership politica della Commissione. Restano in carica per 5 anni e la presidente della Commissione Ursula von Der Leyen, al centro, assegna a ciascun commissario competenze per settori d’intervento specifici
di Patrizia Vassallo
L’eclissi diplomatica dell’Europa, in un momento in cui l’equilibrio globale sembrava sospeso sul filo di un rasoio, lascia un interrogativo amaro sul futuro del Vecchio Continente come attore geopolitico. Mentre i venti di guerra minacciavano di scatenare conseguenze catastrofiche su scala planetaria, Bruxelles è apparsa insolitamente silenziosa, quasi rintanata dietro un paravento di prudenza burocratica. In questo scenario di estrema tensione, la figura di Ursula von der Leyen ha incarnato una strategia del “profilo basso” che molti hanno interpretato come un tentativo deliberato di evitare il contagio di una crisi dai contorni imprevedibili e pericolosi. Rimanere ai margini, tuttavia, ha un costo politico altissimo. La scelta di non esporsi, dettata probabilmente dal timore di restare invischiati in un fallimento negoziale o di compromettere equilibri interni già fragili, ha finito per trasformarsi in una vera e propria assenza di rilievo. L’Europa, che storicamente rivendica il ruolo di culla del diritto internazionale e della mediazione, si è ritrovata a osservare la storia scorrere dalle tribune, lasciando il campo a potenze che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate attori secondari nei grandi tavoli della diplomazia mondiale. Il paradosso è diventato evidente quando il testimone della pace è passato nelle mani del Pakistan. È stato Islamabad, con una mossa tanto sorprendente quanto efficace, a colmare il vuoto lasciato dai leader europei, tessendo le fila di un accordo che sembrava impossibile. Mentre i palazzi del potere a Bruxelles restavano in attesa di tempi più sicuri per parlare, la diplomazia pakistana si muoveva tra le pieghe di una crisi globale, dimostrando che l’influenza non si misura solo con il PIL, ma con il coraggio di occupare lo spazio politico nel momento del bisogno. Questo episodio segna un punto di rottura simbolico. L’immagine di un’Europa che si sottrae alle proprie responsabilità per timore del rischio solleva dubbi sulla reale efficacia della sua politica estera comune. Se di fronte a una minaccia globale le istituzioni europee scelgono la via della cautela estrema, il rischio concreto è quello di un’irrilevanza permanente. La pace, alla fine, è stata raggiunta, ma il fatto che non porti la firma o l’impronta di chi della pace ha fatto la propria bandiera istituzionale suggerisce che il baricentro del mondo si è spostato, lasciando l’Europa a fare i conti con il silenzio di chi non ha saputo, o voluto, alzare la voce.
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