
Il Primo Ministro Muhammad Shehbaz Sharif ha incontrato JD Vance, Vice Presidente degli Stati Uniti d’America, a margine dei colloqui di Islamabad. 11 aprile 2026
di Dan Wilde
Il mondo osserva con il fiato sospeso i “colloqui storici” iniziati questo sabato a Islamabad, dove le delegazioni di Stati Uniti e Iran si sono riunite per negoziare una soluzione definitiva alla guerra di quaranta giorni che ha portato il Medio Oriente sull’orlo di un conflitto globale. L’arrivo in Pakistan del vicepresidente americano JD Vance e del presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf segna un punto di svolta senza precedenti: si tratta infatti del primo negoziato diretto tra Washington e Teheran dal 1979, un evento reso possibile da una complessa e delicata operazione diplomatica guidata dal Pakistan con il sostegno strategico della Cina. Il cessate il fuoco di due settimane, entrato in vigore mercoledì, è il risultato di un’intensa attività di mediazione condotta dal Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif e, soprattutto, dal capo dell’esercito, il Feldmaresciallo Asim Munir. Proprio la figura di Munir si è rivelata centrale, agendo come garante di fiducia per entrambe le parti in un momento in cui il presidente Donald Trump aveva minacciato di distruggere l’intera civiltà iraniana in risposta agli attacchi del 28 febbraio. La minaccia di uno “scenario apocalittico” ha spinto Islamabad a muoversi con estrema urgenza, consapevole che un’ulteriore escalation avrebbe coinvolto l’Arabia Saudita — legata al Pakistan da un patto di mutua difesa — e avrebbe destabilizzato i confini pakistani nel Balochistan.
L’atmosfera a Islamabad è di massima allerta. La “Zona Rossa”, che ospita l’hotel Serena interamente requisito per le delegazioni, è blindata da oltre 10.000 agenti di sicurezza. Sebbene il formato dei colloqui sia definito “quasi diretto”, con i funzionari pakistani che agiscono come intermediari costanti, la presenza di figure chiave come Jared Kushner e Steve Witkoff per gli Stati Uniti, e del ministro degli Esteri Abbas Araghchi per l’Iran, sottolinea la serietà dell’incontro. Sul tavolo dei negoziati pesano questioni di enorme complessità: il controllo e la libera navigazione nello Stretto di Hormuz, il programma nucleare iraniano e lo sblocco dei beni congelati nelle banche estere. In questo scenario, il ruolo della Cina è stato discreto ma determinante. Pechino ha esercitato forti pressioni su Teheran affinché mostrasse flessibilità, vedendo nel conflitto una minaccia intollerabile al commercio globale e ai flussi energetici da cui dipende la sua economia. Per il presidente Trump, il raggiungimento di una stabilità duratura con l’Iran rappresenta anche una mossa strategica in vista della sua imminente visita di Stato in Cina, prevista per metà maggio, durante la quale spera di consolidare una tregua commerciale con il gigante asiatico. Nonostante il cauto ottimismo, il percorso verso la pace resta fragile. Le recenti violazioni del cessate il fuoco in Libano sono state denunciate dall’Iran come tentativi di sabotaggio, ma la volontà di proseguire i colloqui suggerisce che entrambe le potenze stiano cercando con determinazione una via d’uscita. Per il Pakistan, il successo di questa mediazione non rappresenterebbe solo la fine di un incubo bellico regionale, ma una clamorosa vittoria diplomatica che ne riposizionerebbe il prestigio sulla scena internazionale. Mentre i negoziati proseguono nel silenzio delle stanze blindate di Islamabad, la speranza è che questa tregua tattica possa trasformarsi nel primo pilastro di una stabilità duratura per l’intero Medio Oriente.
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