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Crisi Hormuz: Trump annuncia blocco e dragamine dopo il no dell’Iran


di Pat Sinclair

Lo scenario mediorientale subisce una brusca accelerazione verso l’incertezza. Dopo 21 ore di intensi negoziati faccia a faccia a Islamabad, mediati dal Pakistan, il fragile equilibrio tra Washington e Teheran è andato in frantumi. Il Presidente Donald Trump, intervenendo questa mattina al programma Sunday Morning Futures su Fox News, ha delineato una strategia di massima pressione, annunciando l’avvio di operazioni di bonifica e il blocco del transito nello Stretto di Hormuz.

La versione di Washington: “Volevamo la fine dell’atomica”

Nonostante il fallimento, Trump ha descritto un tavolo negoziale inizialmente promettente: “Verso la fine, l’atmosfera si è fatta molto amichevole e abbiamo ottenuto quasi tutti i punti di cui avevamo bisogno”, ha dichiarato a Maria Bartiromo. Tuttavia, lo scoglio insormontabile resta il programma nucleare iraniano. “Si rifiutano di rinunciare alle loro ambizioni nucleari e francamente, per me, questo era di gran lunga il punto più importante”.

La conseguenza immediata è la militarizzazione del principale snodo petrolifero mondiale. Trump ha confermato che gli Stati Uniti non agiranno soli: “Abbiamo dragamine sul posto. Ora disponiamo di dragamine sottomarini altamente sofisticati, il meglio della tecnologia, ma usiamo anche mezzi tradizionali. A quanto ho capito, il Regno Unito e un paio di altri Paesi stanno inviando i loro mezzi”. L’obiettivo dichiarato è ripulire lo stretto dalle mine che gli Stati Uniti attribuiscono all’Iran, ristabilendo un controllo ferreo sul passaggio delle navi.

La risposta di Teheran: “Mancanza di fiducia e richieste irragionevoli”

Dall’altra parte della barricata, le fonti ufficiali iraniane dipingono un quadro molto diverso. L’agenzia statale IRIB e il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, hanno ribadito che non ci si poteva aspettare un accordo definitivo in una singola sessione. Mohammad Bagher Qalibaf, capo negoziatore e presidente del Parlamento iraniano, ha affidato ai social media una dura critica: “L’Iran ha presentato iniziative lungimiranti, ma la parte americana non è riuscita a guadagnarsi la nostra fiducia”. Secondo Teheran, le richieste di Washington sarebbero “irragionevoli” e violerebbero il diritto dell’Iran a un programma nucleare civile e alla sovranità territoriale.

Il fronte libanese e pakistano: cautela e pessimismo

In Libano, media vicini a Hezbollah ed emittenti indipendenti guardano con estrema preoccupazione al collasso del dialogo. Fonti libanesi sottolineano come il fallimento di Islamabad rischi di riaccendere i fronti caldi nel sud del Paese, dove la tregua era legata a doppio filo ai progressi tra USA e Iran. Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, ha più volte ribadito che “non si può negoziare sotto il fuoco”, e la ripresa delle ostilità navali potrebbe essere il preludio a una nuova escalation terrestre. In Pakistan, il Ministro degli Esteri Ishaq Dar ha espresso rammarico, pur offrendo a Islamabad il ruolo di mediatore permanente. Il Vicepresidente USA, J.D. Vance, ha lasciato il Paese dopo aver presentato quella che ha definito la “proposta finale e migliore”, avvertendo che la scelta ora spetta interamente ai vertici iraniani.

Uno scenario ad alta tensione

Mentre le borse mondiali reagiscono nervosamente all’annuncio del blocco dello Stretto, la mossa dei dragamine segna un punto di non ritorno. Se le unità navali americane e britanniche dovessero incontrare resistenza durante le operazioni di bonifica, il rischio di uno scontro diretto nel Golfo Persico diventerebbe una realtà imminente.

L’uso di “dragamine sottomarini sofisticati” citati da Trump suggerisce l’impiego di droni subacquei di ultima generazione (UUV), una tecnologia che Washington intende testare sul campo per neutralizzare la minaccia asimmetrica delle mine iraniane senza esporre grandi unità di superficie. Sarà un altro buco nell’acqua?



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