
di Pat Sinclair
Il panorama del trasporto aereo globale sta attraversando una fase di profonda turbolenza, e il caso di Cathay Pacific è solo la punta di un iceberg che sta colpendo duramente anche il Vecchio Continente. Sebbene l’Europa sia geograficamente distante dal cuore del conflitto in Medio Oriente, le ripercussioni sulla catena di approvvigionamento del carburante (il cosiddetto jet fuel) sono diventate un’emergenza concreta per diverse compagnie di bandiera e vettori low-cost.
L’Europa sotto pressione: i giganti nei guai
Non sono solo le rotte asiatiche a soffrire. In Europa, giganti come Lufthansa e il gruppo Air France-KLM hanno già iniziato a correre ai ripari. Il problema non è solo il costo elevatissimo del greggio, che ha toccato vette preoccupanti dopo l’escalation del conflitto, ma la vera e propria disponibilità fisica del cherosene.
- Lufthansa: La compagnia tedesca ha istituito una “cellula di crisi” e ha ipotizzato la messa a terra di circa 40 aeromobili, con una riduzione della capacità operativa del 5%. Le rotte più a rischio sono quelle verso l’Asia e il Medio Oriente stesso, dove le deviazioni per evitare gli spazi aerei chiusi aumentano drasticamente il consumo di carburante, creando un circolo vizioso: più volo lungo, più carburante consumo, più scorte esaurisco.
- Air France-KLM: Il gruppo franco-olandese ha lanciato un allarme specifico sulla difficoltà di rifornimento per i voli di ritorno dal Sud-est asiatico. Poiché molti scali asiatici dipendono dalle raffinerie del Golfo Persico, gli aerei rischiano di arrivare a destinazione ma di non trovare abbastanza cherosene per tornare in Europa, costringendo la compagnia a valutare cancellazioni preventive o scali tecnici non previsti.
La risposta delle low-cost: tagli e rincari
Anche il settore dei voli economici, solitamente più resiliente grazie a strategie di acquisto anticipato del carburante (hedging), sta vacillando.
- Ryanair: Il CEO Michael O’Leary ha confermato la cancellazione di circa 1.000 voli nel solo mese di aprile e ha avvertito che, se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse persistere, i tagli estivi saranno inevitabili. Ryanair ha inoltre sospeso temporaneamente le sue politiche di copertura finanziaria, scommettendo su un calo dei prezzi che però non sembra arrivare, con il rischio di dover trasferire i costi direttamente sui passeggeri.
- Volotea: La compagnia spagnola, molto attiva anche in Italia, ha già iniziato a ridurre le frequenze su base settimanale, citando esplicitamente l’instabilità geopolitica e il rincaro insostenibile dei costi operativi.
Il “caso Italia” e il rischio razionamento
In Italia la situazione appare particolarmente delicata. Alcuni scali regionali hanno iniziato a monitorare le riserve con estrema attenzione, poiché le scorte nazionali di sicurezza per il settore civile si sono assottigliate. Si parla di razionamento d’emergenza in alcuni aeroporti, dove il carburante viene distribuito con priorità ai voli di lungo raggio, penalizzando i collegamenti domestici brevi (come quelli tra il Nord e le isole), che risultano meno redditizi a fronte di costi di rifornimento raddoppiati.
Cosa aspettarsi per l’estate?
L’industria dell’aviazione si trova davanti a un “conto alla rovescia” sistemico. Se le rotte marittime nel Golfo non riapriranno stabilmente e le raffinerie non torneranno a pieno regime, il rischio è che il diritto al volo torni a essere un lusso. Per i viaggiatori europei, questo significa non solo voli cancellati all’ultimo minuto, ma soprattutto tariffe che potrebbero subire impennate del 20-30% proprio in coincidenza con le vacanze estive, mentre le compagnie cercano di “bruciare” meno carburante possibile per proteggere i propri margini di profitto. La crisi attuale dimostra quanto il cielo europeo dipenda ancora da equilibri fragili a migliaia di chilometri di distanza, rendendo la transizione verso i carburanti sostenibili (SAF) non più solo una scelta ecologica, ma una necessità di sicurezza nazionale.
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