
di Patrizia Vassallo
Il fragile spiraglio di pace che si era aperto a Islamabad si è bruscamente richiuso lo scorso fine settimana, lasciando il mondo di fronte a una nuova, pericolosa escalation tra Stati Uniti e Iran. Nonostante ventuno ore di negoziati serrati — un tempo ben superiore alle poche ore inizialmente previste per la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance — le due potenze non sono riuscite a colmare un divario che appare oggi più profondo che mai. Sebbene il Pakistan, nel suo ruolo di mediatore, abbia cercato di presentare il prolungamento dei colloqui come un segno di impegno “serio”, l’esito finale è inequivocabile: uno stallo totale che ha immediatamente scosso i mercati globali.
La Diplomazia del Blocco e il Fattore Hormuz
Il punto di rottura non è stato solo il programma nucleare iraniano — con Washington che esige lo smantellamento totale dell’arricchimento e Teheran che rivendica il diritto all’uso civile — ma soprattutto il controllo strategico dello Stretto di Hormuz. Questo braccio di mare, vitale per il transito del 20% delle forniture energetiche mondiali, è diventato l’arma principale del conflitto. Dopo che l’Iran aveva chiuso il canale a marzo e introdotto un pedaggio di transito illegale, la risposta del presidente Donald Trump non si è fatta attendere. Attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump ha annunciato un “contro-blocco”, ordinando alla Marina statunitense di impedire l’accesso e l’uscita da tutti i porti iraniani. Il Comando Centrale (CENTCOM) ha fissato l’inizio operativo delle manovre per lunedì alle 10:00 ET, precisando che, sebbene la libertà di navigazione verso porti non iraniani sarà garantita, ogni nave che pagherà il pedaggio a Teheran o che tenterà di forzare il blocco sarà intercettata. La retorica del presidente è stata durissima, minacciando di “far saltare in aria” chiunque spari contro le forze americane, mentre Teheran ha risposto avvertendo che l’avvicinamento delle navi USA sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e trattato con estrema decisione.
L’Impatto sui Mercati e il Caro-Benzina
Le conseguenze di questo stallo diplomatico si sono manifestate istantaneamente sui terminali finanziari. Lunedì mattina, i prezzi del petrolio hanno registrato un balzo di quasi il 10%, mentre le borse asiatiche, in particolare quelle di Tokyo e Seul, hanno segnato pesanti cali. Anche il dollaro ha visto un forte rialzo, spinto dagli investitori in cerca di un rifugio sicuro in un clima di incertezza che entra ormai nella sua settima settimana. La tensione si gioca anche sul fronte della politica interna americana. Trump ha ammesso che i prezzi di benzina ed energia potrebbero restare elevati fino alle elezioni di metà mandato di novembre, un riconoscimento raro delle ripercussioni politiche della guerra. Dall’altra parte, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha risposto con sarcasmo pubblicando mappe dei prezzi della benzina a Washington, prevedendo che i cittadini americani rimpiangeranno presto i 4-5 dollari al gallone.
L’Emergenza nel Sud-est Asiatico
Se l’Occidente trema, il Sud-est asiatico è già in piena crisi. Paesi come Singapore, Thailandia e Vietnam, che dipendono massicciamente dalle importazioni dal Medio Oriente, stanno vedendo i costi della vita schizzare alle stelle. A Singapore, il colosso del ride-hailing Grab ha alzato il supplemento carburante a 0,90 dollari locali, mentre i traghetti per l’Indonesia hanno introdotto extra-costi di 6 dollari. In Vietnam, le tariffe ferroviarie sono aumentate di oltre il 10% rispetto al periodo pre-conflitto. Il caso della Thailandia è emblematico: qui il prezzo del diesel è aumentato del 67%, raggiungendo i 50 baht al litro, un livello senza precedenti che sta impedendo a molti cittadini persino di viaggiare per le festività del Songkran. In altre nazioni della regione, i rincari del diesel sono ancora più drammatici, con picchi del 140% nelle Filippine e del 110% in Vietnam. Oltre al carburante, a soffrire è l’agricoltura: il prezzo dell’urea, fertilizzante essenziale derivato dal gas, è aumentato del 22% in Malesia, trascinando con sé i prezzi dei generi alimentari come maiale, pollo e uova, che hanno subito rincari tra l’8% e il 9%.
La Corsa ai Sussidi e la Strategia dei Governi
Per prevenire disordini sociali, i governi asiatici hanno messo in campo manovre finanziarie da miliardi di dollari. Il Giappone sta spendendo oltre 1.000 miliardi di yen (circa 6,26 miliardi di dollari) per calmierare i prezzi della benzina, mentre l’Indonesia ha quasi raddoppiato i fondi per i sussidi ai carburanti, portandoli a 210.000 miliardi di rupie. Singapore ha stanziato un fondo di emergenza da 1 miliardo di dollari per sostenere famiglie e imprese. Molti Stati hanno optato per misure drastiche: le Filippine hanno dichiarato lo stato di “emergenza energetica”, attivando fondi speciali e imponendo blocchi dei prezzi sui beni di prima necessità, costringendo le aziende ad assorbire i costi produttivi. Altri, come la Malesia e il Vietnam, stanno incoraggiando lo smart working per ridurre la domanda di carburante e hanno autorizzato il ritorno all’uso di centrali elettriche a carbone, revocando precedenti restrizioni ambientali. In questo scenario di “economia di guerra”, la navigazione nello Stretto di Hormuz resta il perno su cui ruota il destino globale. Nonostante sabato tre superpetroliere siano riuscite a transitare, il fallimento dei colloqui di Islamabad e l’annuncio del contro-blocco americano suggeriscono che la normalizzazione sia ancora lontana. La diplomazia ha ceduto il passo alla prova di forza, e mentre le delegazioni tornano a casa senza un accordo, i consumatori di tutto il mondo iniziano a pagare il prezzo di un conflitto che non sembra avere una via d’uscita immediata.
IL PARERE DELL”ESPERTO
“La crisi del cherosene legata alla restrizione del traffico nello Stretto di Hormuz apre scenari complessi anche sul piano giuridico, con possibili ricadute su compagnie aeree, fornitori e passeggeri. Si apre uno spazio rilevante per contenziosi in ambito civile e commerciale tra vettori e fornitori”, spiega l’avvocato Andrea Giardini, esperto di Diritto dei Trasporti e della Navigazione dello studio Zunarelli, “con i gestori aeroportuali in un ruolo delicato di coordinamento. Sul fronte dei passeggeri, resta centrale il Regolamento CE 261/2004, che prevede assistenza, rimborso e compensazione, in quest’ultimo caso salvo comunicazione della cancellazione con almeno 14 giorni di anticipo. Tuttavia”, precisa Giardini, “non tutti i voli saranno coperti: restano esclusi quelli da Paesi terzi verso l’Ue operati da vettori non europei. La crisi in Medio Oriente, inoltre, può rientrare tra le ‘circostanze eccezionali’ che escludono il risarcimento, ma non automaticamente. La compagnia dovrà dimostrare il nesso causale e di aver adottato tutte le misure ragionevoli”, sottolinea l’avvocato, “evidenziando che con il protrarsi dell’emergenza questa qualificazione potrebbe indebolirsi. Le compagnie, quindi, potrebbero reagire riorganizzando le rotte e introducendo eventuali supplementi carburante, ma sempre nel rispetto dei limiti del Regolamento europeo. In conclusione, a fronte ad un quadro giuridico così complesso”, riassume l’avvocato Giardini, se la crisi dovesse perdurare a lungo, potrebbe anche diventare necessario, o quanto meno auspicabile, un intervento normativo ad hoc da parte dell’Unione Europea, visti i riflessi sul mercato comune”.
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