
di Pat Sinclair
In un momento storico caratterizzato da forti tensioni commerciali e politiche, il rapporto tra Stati Uniti e Cina sta vivendo una metamorfosi inaspettata, guidata più dal basso che dalle stanze dei bottoni. Mentre l’amministrazione guidata da Donald Trump prosegue la sua linea dura contro i rivali globali, i dati del Pew Research Center rivelano un cambiamento sorprendente: il gradimento degli americani verso Pechino è quasi raddoppiato in un anno, passando dal 14% al 27%. Questo fenomeno, particolarmente visibile tra i democratici e le nuove generazioni, sembra alimentato da un’inedita curiosità culturale che viaggia sui social media. Sotto l’etichetta di “Chinamaxxing”, la Generazione Z sta abbracciando stili di vita e prodotti cinesi, dal consumo di tisane tradizionali al successo virale dei capi Adidas pensati per il mercato asiatico, superando il clima di sinofobia che aveva caratterizzato gli anni della pandemia.
Il presidente Xi Jinping. Picture by Simon Dawson / No 10 Downing Street
Questa apertura culturale si riflette anche in un ammorbidimento del giudizio politico. Sebbene la Cina sia comunque percepita come un concorrente temibile, cresce la fiducia nella capacità di Xi Jinping di agire correttamente sullo scacchiere internazionale, parallelamente a un calo di fiducia nelle scelte di Trump, scese al 39%. Pechino, approfittando della politica estera spesso imprevedibile di Washington, cerca di proiettare un’immagine di stabilità e responsabilità, proprio mentre i due leader si preparano a un cruciale incontro bilaterale previsto a Pechino per metà maggio. Non si può ignorare però che il quadro diplomatico è reso ancora più complesso dalla presenza russa. Nonostante le indiscrezioni su una possibile concomitanza di visite, il Cremlino ha recentemente smentito l’ipotesi di un incontro a tre o di un faccia a faccia tra Vladimir Putin e Donald Trump in terra cinese. Il portavoce Dmitry Peskov ha confermato che Putin si recherà in Cina nella seconda metà di maggio, probabilmente intorno al 18, ma al momento i piani di Mosca e Washington non sembrano destinati a incrociarsi, nonostante l’ultimo incontro tra i due leader sia avvenuto solo lo scorso agosto in Alaska. Trump, che in queste ore dice di essere costantemente impegnato a gestire i difficili equilibri asiatici, ha reso noto alla stampa che a breve dovrà fare un altro passo importante per il bene delle finanze americane, ossia licenziare Jerome Powell, l’attuale capo della Federal Reserve, se non si dimetterà alla scadenza del mandato il prossimo 15 maggio. Al centro dello scontro non ci sono solo le divergenze sui tassi di interesse, ma anche un’indagine penale, guidata dal procuratore Jeanine Pirro, sui costi vertiginosi della ristrutturazione della sede della Fed. Trump accusa Powell di corruzione e incompetenza per la gestione del progetto, passato da una stima iniziale di pochi milioni a un costo finale di miliardi. Powell, dal canto suo, ha già dichiarato fermamente che non lascerà il suo incarico finché l’indagine non sarà conclusa in modo trasparente, creando un potenziale stallo istituzionale. La nomina del successore designato da Trump, Kevin Warsh, è infatti bloccata al Senato, dove alcuni membri chiave si rifiutano di votare prima della chiusura delle indagini su Powell. In questo scenario di incertezza domestica e mutamento dei sentimenti popolari, il vertice di Pechino di maggio si preannuncia quindi come un test decisivo non solo per l’economia globale, ma per la stessa tenuta della leadership americana nel nuovo ordine mondiale.
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