

di Zhang Wei
Il panorama geopolitico dell’Asia orientale si trova oggi a un bivio critico, segnato da una tensione che sembra ricalcare i momenti più bui del passato recente. Sono trascorsi sei mesi da quando il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha scosso le fondamenta del dialogo con la Cina, evocando apertamente la possibilità di una crisi a Taiwan e rivendicando il diritto all’autodifesa collettiva. Da quel 7 novembre, il gelo diplomatico è calato tra le due potenze, alimentato da una retorica speculare che vede entrambi i leader, Takaichi e Xi Jinping, impegnati in una corsa verso la modernizzazione tecnologica dei rispettivi eserciti. È un paradosso evidente quello che unisce Tokyo e Pechino: mentre i canali ufficiali si chiudono, il linguaggio della difesa diventa quasi identico. Entrambi i governi parlano di “nuovi modi di fare la guerra”, investendo massicciamente in intelligenza artificiale, droni e cybersicurezza. Tuttavia, dove Xi vede una necessaria riforma dell’Esercito Popolare di Liberazione per “vincere le guerre moderne”, Takaichi legge una minaccia esistenziale che impone al Giappone di abbandonare definitivamente ogni esitazione post-bellica. Questa convergenza tecnica, anziché favorire la comprensione, ha inasprito il sospetto: Pechino accusa il Giappone di “neomilitarismo”, mentre Tokyo risponde rafforzando la propria Strategia di Sicurezza Nazionale, forte di un consenso elettorale ottenuto proprio in opposizione alle pressioni cinesi.
In questo scenario di stallo, l’autunno del 2026 offre una finestra diplomatica che definire cruciale sarebbe riduttivo. Il vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), che si terrà a Shenzhen a novembre, rappresenta l’occasione più concreta per un disgelo. Per Xi Jinping, il summit non è solo un impegno internazionale, ma un palcoscenico vitale in vista del congresso del partito del 2027, dove cercherà la riconferma per un quarto mandato. Il successo di Shenzhen è per lui un imperativo politico: deve mostrarsi al mondo, e soprattutto al suo popolo, come un leader globale capace di garantire stabilità e prestigio. In questo contesto, l’invito a Takaichi non è una scelta, ma una necessità diplomatica che potrebbe costringere i due leader a una stretta di mano tanto formale quanto carica di significato.
Il percorso verso Shenzhen, tuttavia, inizia molto prima. Già a maggio, l’incontro dei ministri del commercio a Suzhou potrebbe fornire i primi indizi su un eventuale dialogo sotterraneo. La possibile partecipazione di Ryosei Akazawa, ministro dell’Economia giapponese, segnerebbe il primo contatto ad alto livello dopo mesi di silenzio. La storia, del resto, insegna che l’APEC ha già servito da catalizzatore per miracoli diplomatici: accadde nel 2014 a Pechino, quando Xi Jinping e Shinzo Abe riuscirono a stringersi la mano nonostante le gravissime tensioni sulle isole Senkaku. Ora resta da capire se esista oggi la volontà politica di ripetere quel precedente. Sebbene la propaganda cinese continui a etichettare ogni mossa di Tokyo come un ritorno al passato imperiale, la necessità di presentare un vertice di successo potrebbe spingere Pechino ad abbassare i toni. Dall’altra parte, Takaichi deve bilanciare la fermezza mostrata ai suoi elettori con la pragmatica necessità di non isolare economicamente il Giappone. Il futuro della stabilità regionale passerà dunque per le strade tecnologiche di Shenzhen, dove la diplomazia del Pacifico cercherà di trasformare una stretta di mano forzata in un nuovo, seppur fragile, punto di partenza.