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Guerra Iran: Trump gela Teheran e attacca gli alleati UE


Il presidente americano Donald Trump (White House Media)

di Patrizia Vassallo

Mentre il cessate il fuoco dell’8 aprile sembrava aver concesso un fragile respiro al Medio Oriente, il baricentro della crisi si sta pericolosamente spostando verso l’asse atlantico, mettendo a nudo una frattura senza precedenti tra Washington e i suoi storici alleati europei. Nel sessantatreesimo giorno di un conflitto che ha già sconvolto i mercati energetici globali, la Casa Bianca non nasconde più la propria irritazione verso chi, nel Vecchio Continente, ha scelto la via della cautela anziché quella del supporto bellico. L’ira del Presidente Donald Trump è esplosa nelle ultime ore, prendendo di mira in particolare il Mediterraneo. Durante un teso colloquio con la stampa nello Studio Ovale, Trump ha usato parole pesantissime verso Roma e Madrid, accusandole di aver abbandonato gli Stati Uniti nel momento del bisogno.

“L’Italia non è stata di alcun aiuto e la Spagna è stata orribile, assolutamente orribile”, ha tuonato il Tycoon, aggiungendo che questi Paesi sembrano quasi “accondiscendenti” verso le ambizioni nucleari di Teheran.

La ritorsione ventilata dalla Casa Bianca non è solo diplomatica, ma strutturale: Trump ha ufficialmente aperto all’ipotesi di un ritiro totale e permanente dei contingenti militari statunitensi dall’Italia e dalla Spagna. “Perché non dovrei farlo?”, ha risposto retoricamente ai giornalisti, sottolineando come la mancata cooperazione europea nello Stretto di Hormuz e il rifiuto di Madrid di concedere l’uso delle basi per i raid contro l’Iran abbiano rotto il patto di fiducia della NATO. Questa minaccia di disimpegno, che coinvolgerebbe anche la Germania, segna il punto più basso nelle relazioni transatlantiche dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sul fronte iraniano, la situazione rimane altrettanto bloccata. Nonostante Teheran abbia presentato una nuova proposta di pace attraverso mediatori pakistani, Trump ha gelato ogni entusiasmo venerdì 1 maggio, dichiarando di non essere affatto soddisfatto dei termini offerti. Se da un lato il Presidente sostiene che la leadership iraniana sia “frammentata in vari gruppi”, dall’altro il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che il Paese non cederà a una diplomazia basata sulle “minacce”.

Mentre il Brent oscilla attorno ai 110 dollari al barile e la Marina statunitense continua il blocco navale fermando decine di mercantili, Trump ha lanciato una sfida anche al proprio Congresso. Ha infatti dichiarato ai leader parlamentari di non aver bisogno di ulteriori autorizzazioni per prolungare la missione oltre la scadenza legale di venerdì, sostenendo paradossalmente che il cessate il fuoco abbia già tecnicamente “concluso” la fase bellica principale, lasciandogli mano libera.

Il futuro del conflitto resta dunque appeso a un filo: da un lato la pressione della Cina, che chiede la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz per scongiurare una recessione mondiale, dall’altro un’amministrazione americana che sembra intenzionata a punire gli alleati europei “disubbidienti” tanto quanto i nemici dichiarati nel Golfo Persico. Se il dialogo a Islamabad non dovesse riprendere a breve, l’alternativa, come ammesso dallo stesso Trump, resterebbe quella di “far saltare tutto in aria e finirla per sempre”.

Dazi dazi dazi

Con una mossa che ricalca il suo stile più aggressivo e protezionista, il Presidente Donald Trump ha poi reso noto di aver deciso di alzare drasticamente la posta nello scontro commerciale con il Vecchio Continente, annunciando un imminente aumento dei dazi al 25% su tutte le auto e i camion importati dall’Unione Europea. La giustificazione ufficiale risiede in un presunto mancato rispetto degli accordi commerciali da parte dell’UE, ma il messaggio politico è ancora più profondo: un ultimatum diretto ai colossi dell’automotive europeo affinché spostino la produzione sul suolo americano. Trump ha infatti chiarito, con il consueto tono perentorio, che l’unico modo per evitare questo salasso doganale è produrre direttamente negli stabilimenti statunitensi, citando investimenti record per oltre 100 miliardi di dollari in nuove fabbriche attualmente in costruzione.

Una decisione questa che rischia di assestare un colpo durissimo alle economie di Germania, Italia e Francia, già provate dall’incertezza energetica legata al conflitto in Iran. Presentando l’iniziativa come un trionfo per i lavoratori americani e una rinascita industriale senza precedenti, il Tycoon punta a trasformare il mercato statunitense in una fortezza inaccessibile per chi non accetta di investire oltreoceano.

Ma mentre l’amministrazione parla di un momento storico per la produzione nazionale, a Bruxelles e nelle capitali europee cresce il timore di una guerra commerciale totale che, sommata alle tensioni geopolitiche e alle minacce di ritiro dei contingenti militari, sancisce una distanza ormai quasi incolmabile tra le due sponde dell’Atlantico.


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