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La ricetta di Bai Chongen: così la Cina punta al primato tecnologico


di Wang Shi Li

Il dibattito sul futuro economico della Cina si trova oggi a un bivio cruciale. Mentre le narrazioni occidentali oscillano tra il timore di un’inarrestabile ascesa tecnologica e la previsione di un imminente declino strutturale, figure come Bai Chongen, uno dei pesi massimi del pensiero economico cinese e preside della Tsinghua SEM, offre una prospettiva affascinante e controcorrente su come Pechino intenda riscrivere le regole del proprio sviluppo per non cadere nelle trappole del passato. Al centro della sua riflessione c’è l’idea che la Cina non sia affatto destinata a ripercorrere la parabola del declino giapponese, a patto però di saper gestire una transizione delicata verso un nuovo paradigma basato sull’innovazione di frontiera e sulla flessibilità istituzionale. La questione non è più solo quanto la Cina crescerà, ma come cambierà la natura stessa della sua crescita in un mondo segnato dalla competizione geopolitica e dalla necessità di una transizione ecologica senza precedenti.

Chi è Bai Chongen e perché la sua voce è determinante

Per capire il peso delle opinioni espresse in questa intervista, bisogna guardare al profilo di chi parla. Bai Chongen non è solo un accademico di alto livello, essendo il preside della prestigiosa Facoltà di Economia e Management dell’Università Tsinghua (spesso definita la “MIT della Cina”), ma è un uomo che siede nelle stanze dove si disegna la strategia del Paese. La sua autorità deriva da un mix raro di esperienza internazionale e influenza domestica: con un dottorato conseguito ad Harvard e una carriera che lo ha visto membro del Comitato di politica monetaria della Banca Centrale Cinese, Bai funge da ponte tra la teoria economica globale e la pratica politica di Pechino. È la figura a cui il governo si rivolge per bilanciare il rigore del mercato con le necessità della stabilità sociale, ed è per questo che le sue riflessioni sulla “giapponizzazione” o sulla competizione con gli Stati Uniti non sono semplici speculazioni, ma riflettono le direttrici del pensiero strategico cinese attuale.

L’analisi di Bai Chongen: bisogna evitare lo spettro della “Giapponizzazione”

Uno dei timori più diffusi tra gli osservatori internazionali è che la Cina possa subire la stessa sorte del Giappone degli anni ’90: una lunga stagnazione dovuta allo scoppio di bolle immobiliari e a una popolazione che invecchia. Bai, tuttavia, contesta questa analogia. Secondo l’economista, la Cina possiede oggi un vantaggio che il Giappone non aveva: una dimensione di mercato e una velocità di adozione tecnologica che permettono di generare nuovi motori di crescita prima che i vecchi si esauriscano completamente. Per evitare la stagnazione, Bai sostiene che Pechino debba spostare il capitale dalle infrastrutture fisiche (ponti e palazzi) alla “produttività totale dei fattori”, ovvero all’efficienza pura derivante dall’innovazione.

L’economista avverte che per “coltivare il prossimo Elon Musk”, il sistema cinese deve imparare a tollerare il fallimento e a proteggere meglio lo spirito imprenditoriale privato. Non si tratta solo di dare sussidi, ma di creare un ambiente normativo prevedibile dove il genio individuale possa operare senza il timore di cambiamenti improvvisi nelle regole del gioco.

Un punto cruciale dell’analisi riguarda il confronto con Washington. Bai sostiene che, sebbene gli Stati Uniti mantengano un vantaggio netto nella ricerca di base e nel software di alto livello, la Cina sta chiudendo il cerchio grazie alla sua capacità di integrare hardware e intelligenza artificiale nei processi produttivi reali. Il nuovo paradigma economico non cerca più di copiare i modelli occidentali, ma punta a una “autosufficienza resiliente”. Questo non significa isolamento, ma la creazione di una catena del valore dove la Cina sia indispensabile, riducendo così la propria vulnerabilità alle sanzioni esterne.

La ricetta per il prossimo “Elon Musk”

Una delle riflessioni più provocatorie di Bai riguarda il capitale umano e l’imprenditorialità. Egli riconosce che per colmare il divario tecnologico con gli Stati Uniti, non basta che lo Stato investa miliardi; serve un ecosistema capace di far fiorire personalità dirompenti come quella di Elon Musk. Per Bai, la Cina può contribuire a formare figure simili solo se garantisce una maggiore prevedibilità normativa. L’innovazione di frontiera richiede che gli imprenditori privati si sentano sicuri nel correre rischi a lungo termine, senza il timore di cambiamenti repentini nelle politiche governative che potrebbero invalidare i loro investimenti. Infine, Bai affronta il tema caldissimo delle esportazioni massicce di veicoli elettrici e tecnologie verdi, spesso etichettate in Occidente come un tentativo di esportare la sovraccapacità produttiva (il cosiddetto “Shock Cinese 2.0”). L’economista ribalta questa prospettiva: ciò che il mondo vede come un problema di dumping è in realtà il frutto di una straordinaria efficienza di scala e di una competizione interna feroce che ha abbassato i costi. Piuttosto che frenare questo flusso con dazi e barriere, Bai suggerisce che il resto del mondo dovrebbe sfruttare l’efficienza cinese per accelerare la propria transizione energetica, trasformando la tensione commerciale in una collaborazione per il clima. La visione di Bai Chongen delinea una Cina che non cerca più di inseguire ciecamente i modelli altrui, ma che punta a un nuovo paradigma: un sistema dove lo Stato fornisce la direzione strategica e il mercato, protetto da regole stabili, genera l’energia necessaria per superare i giganti occidentali.

“Shock Cinese 2.0”, ovvero l’afflusso massiccio di beni cinesi a basso costo (specialmente veicoli elettrici e tecnologie verdi) nei mercati mondiali. Secondo l’economista, questo fenomeno è spesso frainteso dall’Occidente: non si tratterebbe di una strategia deliberata di dumping per distruggere la concorrenza, quanto piuttosto del risultato di un’enorme efficienza produttiva e di una domanda interna che deve ancora essere pienamente stimolata. La soluzione, suggerisce Bai, non risiede nel protezionismo, che rallenterebbe la transizione energetica globale, ma in un coordinamento internazionale che riconosca il ruolo della Cina come “fabbrica del mondo verde”.

La tesi di Bai Chongen suggerisce che il futuro della Cina dipenda dalla capacità di Pechino di bilanciare il controllo statale strategico con la vivacità del settore privato. La sua visione non è quella di un’economia pianificata vecchio stile, ma di un sistema ibrido dove lo Stato indica la direzione (la transizione verde, l’indipendenza tecnologica) e i privati sono lasciati liberi di correre per raggiungerla. Solo attraverso questa agilità la Cina potrà sperare di superare le frizioni geopolitiche e le sfide demografiche interne, definendo un modello di crescita che sia al contempo tecnologicamente avanzato e socialmente stabile.


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