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Trump chiama la Corea del Sud: «Unitevi al Project Freedom contro l’Iran»


di Patrizia Vassallo

Il Presidente Donald J. Trump su Truth Social segna un nuovo, pericoloso capitolo nella crisi dello Stretto di Hormuz del 2026, trasformando quello che era nato come un tentativo di “disimpegno” in un potenziale scontro diretto tra le marine globali e l’Iran. Per capire come si sia arrivati a questo lunedì 4 maggio, bisogna riavvolgere il nastro ai primi giorni del mese, quando la fragile tregua seguita al conflitto di febbraio e marzo ha iniziato a sgretolarsi sotto il peso di quello che Washington ha battezzato “Project Freedom”. L’inizio di maggio ha visto un brusco cambio di strategia da parte dell’amministrazione Trump. Dopo settimane di stallo e un cessate il fuoco precario mediato dal Pakistan, il Presidente ha deciso di rompere gli indugi per sbloccare le centinaia di navi commerciali rimaste intrappolate nel Golfo Persico a causa del blocco iraniano. Il 1° maggio, i preparativi per il Project Freedom sono entrati nel vivo: l’idea era quella di creare un “ombrello difensivo” per scortare le imbarcazioni neutrali fuori dallo stretto, presentandolo come un gesto umanitario e commerciale necessario per l’economia globale. Tuttavia, Teheran ha immediatamente interpretato questa mossa come una violazione della propria sovranità e dei termini della tregua. Tra il 2 e il 3 maggio, le tensioni sono salite alle stelle quando i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno iniziato a emettere avvertimenti radio minacciando di colpire qualsiasi assetto militare straniero che fosse entrato nel corridoio marittimo. La situazione è precipitata nelle ultime 24 ore: mentre i cacciatorpediniere americani aprivano la strada al primo convoglio, le imbarcazioni d’attacco rapido iraniane, le cosiddette “fast boats” citate da Trump, hanno cercato di interdire il passaggio. Il punto di rottura è avvenuto oggi, 4 maggio, con il coinvolgimento di nazioni fino ad ora rimaste ai margini del braccio di ferro militare. Una nave mercantile sudcoreana, la HMM Namu, battente bandiera panamense, è stata colpita da un’esplosione mentre si trovava all’ancora vicino alle coste degli Emirati Arabi Uniti, proprio all’imbocco dello Stretto. Sebbene non siano state registrate vittime tra i 24 membri dell’equipaggio, l’attacco ha inviato un segnale inequivocabile: l’Iran è disposto a colpire partner strategici degli Stati Uniti per alzare il prezzo del Project Freedom. La risposta americana non si è fatta attendere. Come rivendicato da Trump, le forze statunitensi, supportate da elicotteri Apache e Seahawk, hanno ingaggiato e neutralizzato sette piccole imbarcazioni iraniane che minacciavano il convoglio. «Forse è giunto il momento che la Corea del Sud si unisca alla missione!», ha tuonato Trump sul Truth pochi minuti fa. «Abbiamo abbattuto sette piccole imbarcazioni o, come amano chiamarle, “veloci”. È tutto ciò che gli è rimasto. A parte la nave sudcoreana, al momento non si sono registrati danni durante il passaggio attraverso lo Stretto. Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore Congiunto, Dan Caine, terranno una conferenza stampa domani mattina. Grazie per l’attenzione!».

Il coinvolgimento della Corea del Sud

Le parole del Presidente Trump, che suggerisce un coinvolgimento diretto della Corea del Sud, aprono scenari inquietanti per le prossime settimane. Se Seul dovesse cedere alle pressioni e inviare proprie unità navali a supporto del Project Freedom, la crisi si internazionalizzerebbe definitivamente, costringendo altri giganti asiatici dipendenti dal petrolio del Golfo (come Giappone e Cina) a prendere una posizione. La conferenza stampa annunciata per domani mattina con il Segretario alla Guerra Pete Hegseth e il Generale Dan Caine sarà decisiva. Ed è probabile che venga annunciato un ulteriore dispiegamento di forze e, potenzialmente, una nuova richiesta di fondi al Congresso, che sta già discutendo un budget per la difesa senza precedenti da 1,5 trilioni di dollari. La strategia di Trump sembra chiara: saturare lo stretto con una presenza militare tale da rendere il blocco iraniano insostenibile. Tuttavia, il rischio è che ogni “fast boat” affondata spinga l’Iran verso tattiche ancora più asimmetriche, come l’uso massiccio di mine navali o attacchi missilistici a lungo raggio, trasformando quello che doveva essere un corridoio di “libertà” in un cimitero di navi. Per capire se siamo sull’orlo di una de-escalation forzata o di un conflitto regionale su larga scala però occorre attendere domani.



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