
di Marco Boccardo
Il panorama energetico europeo della seconda metà del 2025 delinea un quadro di cristallizzazione dei costi che, pur evitando i picchi parossistici della grande crisi del 2022, fatica a riassorbire i livelli di prezzo pre-conflitto. Secondo le recenti analisi di Eurostat, il costo medio dell’elettricità per le famiglie dell’Unione Europea ha mostrato una sostanziale stasi, assestandosi su una media di 28,96 euro per 100 kWh. Questo dato, pur segnando un incremento millimetrico rispetto ai primi sei mesi dell’anno, nasconde una dinamica economica interna di particolare interesse: il passaggio di testimone tra il costo della materia prima e la pressione fiscale. Se da un lato la componente industriale e di generazione dell’energia ha mostrato segni di deflazione, questa tendenza positiva è stata neutralizzata, e di fatto ribaltata, da un ritorno deciso di imposte e oneri di sistema. La quota fiscale sulla bolletta media è passata dal 27,9% al 28,9%, un segnale chiaro del progressivo esaurimento delle misure di sostegno temporanee introdotte dai governi durante l’emergenza. In termini economici, questo fenomeno descrive una transizione in cui la stabilità del prezzo finale non è frutto di una ritrovata efficienza del mercato, quanto piuttosto di un riequilibrio contabile dove il fisco torna a drenare risorse per compensare il calo del prezzo all’ingrosso. Tuttavia, l’apparente calma della media ponderata europea maschera una frammentazione interna profondissima. Il mercato unico dell’energia appare ancora come un mosaico di realtà asimmetriche, dove la forbice tra i paesi più costosi e quelli più economici rimane estrema. Mentre l’Irlanda si conferma il mercato più oneroso con picchi sopra i 40 euro per 100 kWh — seguita da giganti industriali come la Germania — paesi come l’Ungheria mantengono prezzi quasi quattro volte inferiori, spesso grazie a politiche di sussidi diretti o strutture di approvvigionamento diversificate. L’elemento più critico emerge però dall’analisi delle variazioni annuali e del potere d’acquisto. Mentre la Francia e la Danimarca hanno beneficiato di correzioni al ribasso a doppia cifra, nazioni come la Romania hanno subito shock termici sul piano dei costi, con aumenti superiori al 50%. Quando questi dati vengono depurati dalle fluttuazioni nominali e analizzati attraverso lo Standard di Potere d’Acquisto (SPA), la geografia del disagio energetico si sposta verso l’Europa dell’Est: Romania, Repubblica Ceca e Polonia emergono come i mercati dove l’elettricità grava con maggior peso relativo sul bilancio delle famiglie. Questa divergenza solleva interrogativi non trascurabili sulla coesione economica dell’Unione, suggerendo che, nonostante la fine della fase acuta della crisi, la sicurezza energetica accessibile rimanga un obiettivo ancora lontano purtroppo dall’essere pienamente armonizzato.