

di Purdey Shevell
Il rapporto tra la Casa Bianca e la Santa Sede sembra essere precipitato in un gelo profondo, quasi invalicabile. Nonostante manchino solo quarantotto ore all’atteso incontro tra il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, e Papa Leone XIV, il Presidente Donald Trump è tornato ad attaccare il Pontefice. Parlando all’emittente Salem Newsn, in un colloquio con il giornalista Hugh Hewitt ha affermato che “il Papa sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone”. Secondo Trump, Prevost “preferisce parlare di come sia accettabile che l’Iran abbia un’arma nucleare, non penso sia una buona cosa”. Una provocazione trumpiana colpisce il Pontefice su un terreno squisitamente politico e strategico, ma che ha un obiettivo più ampio quello di criticare la visione di una Chiesa che, a suo dire, si dimostrerebbe troppo morbida di fronte all’ambizione nucleare di Teheran. Si tratta di un ribaltamento retorico totale: laddove il Papa predica il Vangelo e la distensione, Trump vede debolezza.
La risposta del Vaticano: “Opportune et importune”
Dalla sponda vaticana, la linea scelta è quella della fermezza evangelica, priva di intenti polemici ma ferrea nei principi. Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha richiamato le parole di San Paolo per descrivere l’azione di Leone XIV: predicare la pace “opportune et importune”, ovvero in ogni occasione, favorevole o meno. Già perché il Pontefice anche in occasione del primo attacco non è scivolato nella deriva del duello mediatico. e ha chiarito di non essere un politico e di non temere l’amministrazione statunitense, ribadendo che il suo unico ruolo è quello di testimone della pace, a prescindere dal gradimento che ciò può riscuotere nelle sfere del potere temporale.
Un fronte di solidarietà (quasi) unanime
In Italia, le dichiarazioni di Trump hanno compattato gran parte dello spettro politico in difesa di Papa Leone XIV, sebbene con sfumature diverse tra governo e opposizione.
La premier italiana Giorgia Meloni ha mantenuto una posizione più cauta e diplomatica, evitando lo scontro frontale diretto con Trump, ma confermando l’incontro con Marco Rubio per ribadire l’asse strategico Roma-Washington, pur nel rispetto dell’autorità del Pontefice.
- Antonio Tajani (Forza Italia/Governo): Il Ministro degli Esteri è stato il più tempestivo, ribadendo che gli attacchi non sono “né condivisibili né utili”. Ha sottolineato come la visione del Papa sul dialogo e sulla vita umana sia condivisa dal Governo italiano, impegnato nella stabilità internazionale.
- Matteo Salvini (Lega/Governo): Nonostante la storica vicinanza ideologica a Trump, il vicepremier ha scelto una linea netta di rispetto istituzionale e religioso: “Il Papa non si discute, si ascolta”, ha dichiarato, cercando di smorzare i toni dello scontro.
- Elly Schlein (Partito Democratico/Opposizione): La segretaria del PD ha definito gli attacchi “insostenibili e inqualificabili”, esprimendo piena solidarietà al Pontefice per il suo impegno contro la guerra.
- Matteo Renzi (Italia Viva): Molto duro nei confronti del tycoon, ha descritto Trump come un “distruttore di relazioni”, contrapponendolo alla figura del Papa come “costruttore di ponti” e sottolineando che “i Trump passano, i Papi restano”.
Negli Stati Uniti
Negli USA la questione è diventata un tema centrale della campagna elettorale, con i Repubblicani divisi tra fedeltà al leader e identità religiosa.
- J.D. Vance (Vicepresidente USA): Ha difeso la linea dura di Trump, sostenendo che il Vaticano dovrebbe limitarsi alla guida morale. Ha sollevato polemiche tentando di applicare la dottrina della “Guerra Giusta” per giustificare le posizioni dell’amministrazione sui raid in Iran, venendo però smentito da diversi esperti teologi cattolici.
- Marco Rubio (Segretario di Stato): Si trova nella posizione più difficile. Come cattolico di origine cubana, Rubio è considerato “l’interlocutore più affidabile” per la Santa Sede. Pur restando fedele a Trump, la sua missione in Vaticano è vista come un tentativo disperato di limitare i danni elettorali presso il voto cattolico (oltre 50 milioni di elettori).
- Mons. Paul S. Coakley (Conferenza Episcopale USA): Ha espresso profonda tristezza per le parole “offensive” del Presidente, ricordando che il Papa non è un rivale politico ma il “Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo”.
- Esponenti Democratici: Hanno cavalcato la polemica descrivendo Trump come “blasfemo” e “pericoloso per la stabilità globale”, criticando aspramente l’uso di immagini generate dall’IA per scopi di propaganda religiosa.
- il Cardinale Gerhard Ludwig Müller ha ammonito i politici sulla necessità di una maggiore prudenza, ricordando che oltre 50 milioni di cattolici americani potrebbero non gradire affatto questo clima di ostilità verso il primo Papa di origini statunitensi.
A rendere il clima ancora più surreale si aggiunge anche la guerra delle immagini. Tra fotomontaggi generati dall’intelligenza artificiale che ritraggono Trump in abiti pontifici o in pose messianiche, goffamente giustificate dal Presidente come “omaggi al mondo medico”, la comunicazione della Casa Bianca sembra aver intrapreso una strada di rottura iconoclasta. In questo scenario, la visita di Rubio in Vaticano, confermata per giovedì 7 maggio, assume i contorni di una missione acrobatica. Rubio, descritto come l’interlocutore più affidabile per la Santa Sede, dovrà cercare di “ricucire” un tessuto diplomatico che il suo stesso Presidente continua a sfilacciare con post sui social e dichiarazioni al vetriolo. Resta da capire se la diplomazia silenziosa del Palazzo Apostolico riuscirà a prevalere sul rumore di fondo di una campagna elettorale permanente che non sembra risparmiare nemmeno il sacro.
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