
Il panorama politico americano di questo maggio 2026 assomiglia sempre più a un campo di battaglia dove i conti col passato si intrecciano a scommesse azzardate per il futuro. Dalle pianure del Midwest alle coste della California, le dinamiche di potere stanno riscrivendo le regole del gioco in vista delle elezioni di metà mandato. Il cuore del terremoto politico si trova in Indiana, dove le primarie repubblicane si sono trasformate in una vera e propria guerra fratricida. Al centro della contesa non c’erano gli avversari democratici, ma una spaccatura interna al GOP (Grand Old Party) orchestrata direttamente dalla Casa Bianca. Il Presidente ha scatenato una purga senza precedenti contro quei membri del suo stesso partito che avevano osato opporsi alla sua controversa strategia di ridefinizione dei distretti elettorali (redistricting). E in barba agli indici di gradimento storicamente bassi, ha dimostrato di possedere ancora un controllo ferreo sulla base elettorale, utilizzandola come un’arma per punire i “traditori”. E il risultato è stato brutale: una schiera di candidati sostenuti dal Presidente ha travolto i senatori repubblicani in carica, rei di aver cercato di preservare un’autonomia istituzionale.
Questa vittoria interna conferma che, per il Presidente, la lealtà personale conta più della popolarità nazionale, trasformando il partito in un monolite dove il dissenso non è più contemplato.
Se a livello nazionale l’impopolarità del Presidente Trump continua a fluttuare, la sua capacità di mobilitare la base elettorale rimane intatta e letale. Le primarie in Indiana di questa settimana sono state una vera e propria “notte dei lunghi coltelli” per i Repubblicani moderati.
L’Enigma Kamala Harris e il caos californiano
Sebbene manchino ancora due anni alle prossime presidenziali, il nome dell’ex Vicepresidente Kamala Harris continua a agitare le acque del Partito Democratico. Dopo la bruciante sconfitta del 2024, molti si aspettavano un suo ripiegamento verso la politica locale, magari puntando alla carica di Governatore della California per succedere a Gavin Newsom. Tuttavia, la Harris ha ufficialmente sbarrato la strada a questa ipotesi, dichiarando che la sua leadership “non passerà per cariche elettive locali” per il momento. Questa decisione ha alimentato le speculazioni su una sua possibile candidatura nel 2028. Recenti indiscrezioni e apparizioni pubbliche, come quella alla National Action Network, l’hanno vista ammettere con un enigmatico “ci sto pensando” che la sua corsa per la Casa Bianca potrebbe non essere finita. Ma il suo legame con il “Golden State” resta fonte di polemiche. Harris ha recentemente confermato il suo pieno appoggio a Karen Bass, attuale sindaco di Los Angeles, impegnata in una difficile campagna di rielezione per il 2026. Nonostante le critiche sulla gestione del degrado urbano e dell’emergenza senzatetto, Harris ha definito Bass “il leader di cui LA ha bisogno”, scatenando le ire di chi vede in questa alleanza il simbolo di una politica californiana ormai disfunzionale.
Diplomazia o Deja-vu? Il memorandum con l’Iran
Sul fronte internazionale, il report di Axios ha scosso i corridoi del potere a Washington. Gli Stati Uniti e l’Iran sarebbero “più vicini che mai” a un memorandum d’intesa per porre fine alle ostilità esplose dopo gli attacchi dello scorso febbraio. Il documento di 14 punti, negoziato da figure vicine al Presidente Trump come Jared Kushner e Steve Witkoff, ricalca però uno schema che molti critici definiscono una versione “mascherata” dell’accordo di epoca Obama. La proposta prevede un moratorio sull’arricchimento nucleare iraniano in cambio dello scongelamento di miliardi di dollari e della revoca delle sanzioni. “La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per essere continua”, sussurrano i critici citando Orwell, temendo che questo accordo non sia altro che una tregua temporanea che permetterà a Teheran di riarmarsi. Il Presidente che aveva messo in pausa le operazioni navali nello Stretto di Hormuz per facilitare i colloqui, oggi però ha lanciato l’ennesimo ultimatum contro l’Iran. In questo scenario, gli Stati Uniti si avviano verso le elezioni di metà mandato del 2026 più polarizzati che mai, divisi tra il desiderio di voltare pagina e la morsa d’acciaio di una leadership che non ammette dissenso interno. Fare previsioni non è difficile, è praticamente impossibile.
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