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KAY TSE: PERCHÉ LA DIVA DEL CANTOPOP HA DETTO NO ALLA CINA


di Patrizia Vassallo

Nel mondo della musica asiatica, esiste una legge non scritta: se vuoi diventare ricco, devi cantare in mandarino e guardare a Pechino. Ma per Kay Tse, la “Dea” di Tai Po, le leggi del mercato non sono mai state importanti quanto quelle della coscienza. Mentre i suoi colleghi attraversano il confine per partecipare ai redditizi reality show della Cina continentale, Kay Tse ha appena dato il via a Tidal, il tour mondiale per il suo ventesimo anniversario, confermando una scelta di campo coraggiosa: Hong Kong prima di tutto. Il lancio del tour alla fine del 2025 non è stato solo un evento musicale, ma un atto di resistenza culturale. Fonti vicine all’industria discografica cinese riportano come il tour stia registrando il sold-out in ogni tappa internazionale, dai piccoli club ai grandi stadi, diventando un punto di ritrovo per la diaspora cantonese. Nonostante le restrizioni e una “lista nera” dell’emittente governativa RTHK che ha cercato di oscurarla nel 2022, il legame tra la Tse e il suo pubblico appare oggi indistruttibile. Il culmine delle celebrazioni è previsto per l’ottobre 2026 all’Hong Kong Coliseum. È qui che Kay Tse chiuderà il cerchio, tornando in quel tempio della musica dove ha costruito la sua leggenda, canzone dopo canzone.

Una carriera controcorrente: dai banchi della HKU alla censura

Nata a Tai Po nel 1977, Kay non era destinata al pop commerciale. Laureata in American Studies alla HKU, è stata scoperta dal produttore Adrian Chow mentre cantava in un concorso universitario. Insieme hanno riscritto le regole del Cantopop: niente più solo ballate mielose, ma testi che parlano di chirurgia estetica (“Beauties”), di povertà (“Gloomy Festival”) e di urbanizzazione selvaggia. Il 2008 è l’anno della svolta con Wedding Invitation Street. Quello che sembrava un brano nostalgico sulla riqualificazione di Wan Chai è diventato l’inno di una generazione che vedeva la propria identità sgretolarsi sotto i colpi del progresso forzato. Ma la coerenza ha avuto un prezzo. Nel 2014, il brano The Egg and the Lamb (ispirato al film 12 anni schiavo) è stato interpretato come una metafora politica troppo audace: il video è sparito dalle piattaforme cinesi e il nome di Kay è diventato “tabù” nelle ricerche online oltre confine.

Resilienza, famiglia e scelte di vita

La vita di Kay non è stata solo fatta di applausi. Ha affrontato la depressione nel 2011, alimentata da una campagna diffamatoria dei media scandalistici che la vedevano come una minaccia per le star più “allineate”. Ha superato quattro pneumotoraci (il collasso dei polmoni), una condizione fisica che avrebbe potuto stroncare la carriera di qualunque cantante. Eppure, ha trovato il suo equilibrio nel matrimonio con l’artista Louis Cheung e nella crescita dei suoi due figli. Un aneddoto curioso che la dice lunga sulla sua determinazione? Kay è una delle poche star asiatiche a dichiararsi “vegana al 99%”. Una scelta etica che si riflette nella sua gestione della carriera: niente compromessi, niente sprechi di dignità. In un’intervista recente, è emerso chiaramente il motivo del suo “no” alla Cina continentale: la libertà di raccontare Hong Kong. Mentre altri artisti hanno dovuto “ripulire” i propri testi per compiacere i censori di Pechino, Kay ha preferito la libertà creativa di un’etichetta indipendente e, successivamente, la visione artistica di Juno Mak. Oggi, con il tour Tidal, Kay Tse dimostra che si può essere una diva globale senza mai tradire il proprio quartiere. La sua voce, potente e cristallina, continua a risuonare tra i grattacieli di Hong Kong come un promemoria: il successo più grande non è il fatturato, ma restare l’unica persona che può cantare la verità della propria città.

I Numeri di una Regina:

  • 2005: L’anno del debutto con l’album Kay One.
  • 21: I punti ottenuti agli esami di certificazione (una studentessa modello).
  • 4: Le volte in cui è stata ricoverata per problemi ai polmoni.
  • 1.000.000: Le visualizzazioni di Egg and Lamb in sole due settimane prima della censura.


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