Menu Chiudi

FED: L’ERA WARSH E LA STRETTA SUL BILANCIO TRA INFLAZIONE E MERCATI


di Patrizia Vassallo

Il passaggio di testimone alla guida della Federal Reserve segna l’inizio di uno dei capitoli più incerti nella storia economica degli Stati Uniti. Con una conferma arrivata a stretta maggioranza, 54 voti favorevoli contro 45, Kevin Warsh è diventato ufficialmente il 17° presidente della banca centrale più potente del mondo. Tuttavia, il voto del Senato ha restituito l’immagine di un Paese profondamente diviso: come sottolineato dalla BBC, si è trattato della nomina più partigiana di sempre per questo ruolo. Il solo democratico John Fetterman ha rotto i ranghi del partito per sostenere Warsh, un segnale di quanto la Fed sia finita al centro di uno scontro politico senza precedenti, lontano dalla tradizionale immagine di istituzione tecnica e neutrale. Warsh eredita una “patata bollente” da Jerome Powell, il cui mandato si è concluso tra le scintille con la Casa Bianca. Mentre l’Associated Press pone l’accento sulla sfida immediata rappresentata dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, Warsh si trova a dover gestire uno shock energetico che sta spingendo l’inflazione ben oltre la crescita dei salari. Sebbene Donald Trump lo abbia scelto con la chiara aspettativa di vedere tagli aggressivi dei tassi d’interesse per stimolare la crescita, la realtà economica dei dati di aprile, che mostrano l’inflazione ai massimi da tre anni, suggerisce una direzione opposta. Gli analisti citati da Fox News osservano che Warsh, pur essendo considerato un “falco” fiscale vicino alle posizioni repubblicane, potrebbe essere costretto a mantenere i tassi invariati o addirittura ad alzarli, rischiando di attirare su di sé gli stessi strali che Trump ha riservato a Powell. Il programma di Warsh per la Fed promette una vera e propria rivoluzione strutturale. Non si tratta solo di politica monetaria, ma di un cambio di filosofia gestionale. Il nuovo presidente mira a snellire drasticamente l’istituzione: ha proposto di dimezzare le riunioni annuali del FOMC, riducendole da otto a quattro, e di limitare drasticamente le apparizioni pubbliche e le forward guidance (le indicazioni anticipate sui tassi). L’idea di fondo, sostenuta con forza da Warsh durante le sue audizioni, è che la Fed debba “ritirarsi” dai mercati finanziari. Questo significa accelerare la riduzione del colossale bilancio da 6.700 miliardi di dollari, eliminando i titoli acquistati durante le crisi passate per tornare a utilizzare esclusivamente la leva dei tassi d’interesse. Tuttavia, il percorso verso questa “nuova normalità” è stato ostacolato fino all’ultimo da una battaglia legale e politica che ha coinvolto il Dipartimento di Giustizia. La controversa indagine guidata dal procuratore Jeanine Pirro sui costi di ristrutturazione della sede della Fed è stata vista da molti, Powell incluso, come un tentativo di intimidazione politica. Nonostante l’archiviazione del caso, l’ombra di nuovi accertamenti rimane nell’aria. È proprio per questo motivo che Jerome Powell ha preso una decisione storica: pur lasciando la presidenza, rimarrà nel consiglio dei governatori finché l’indagine non sarà definitivamente chiusa, un gesto di sfida che non si vedeva dai tempi di Marriner Eccles nel 1948. Mentre Warsh si prepara alla sua prima riunione operativa il 16 e 17 giugno, il mercato guarda con apprensione al delicato equilibrio tra l’indipendenza dell’istituto e le pressioni della Casa Bianca. Trump, che è arrivato a scherzare sull’idea di fare causa al suo stesso nominato in caso di mancati tagli ai tassi, osserva da vicino. Warsh dovrà dimostrare di poter navigare tra le esigenze di una presidenza muscolare e il mandato statutario di stabilità dei prezzi, sapendo che all’interno del Federal Open Market Committee la fazione dei governatori preoccupati dall’inflazione non è disposta a concedere sconti, indipendentemente da chi siede a capo del tavolo.

La riduzione del bilancio della Fed (il cosiddetto “Quantitative Tightening”) potrebbe influenzare i tassi dei mutui e i mercati azionari nei prossimi mesi?

L’accelerazione del Quantitative Tightening (QT) voluta da Kevin Warsh non è solo una questione tecnica di bilanci contabili, ma una manovra che tocca direttamente le tasche dei cittadini e l’umore degli investitori. Quando la Fed decide di liberarsi dei suoi trilioni di dollari in titoli, smette sostanzialmente di fare da “compratore di ultima istanza”. Questo significa che sul mercato circolano molti più titoli del Tesoro e obbligazioni legate ai mutui, ma con meno domanda da parte della banca centrale. Per attirare nuovi acquirenti, i rendimenti di questi titoli devono necessariamente salire, e poiché i tassi dei mutui sono strettamente legati ai rendimenti dei Treasury a dieci anni, il risultato pratico è una pressione costante al rialzo sul costo dei prestiti per l’acquisto della casa. In questo scenario, il sogno di vedere mutui più economici nel breve termine rischia di infrangersi contro la volontà di Warsh di “normalizzare” la presenza della Fed nell’economia. Per chi vuole comprare casa, la riduzione del bilancio agisce come un aumento dei tassi invisibile ma estremamente efficace: anche se la Fed decidesse di non toccare ufficialmente il tasso di riferimento nelle sue riunioni, il mercato potrebbe comunque vedere un rincaro dei finanziamenti immobiliari semplicemente perché la banca centrale ha smesso di sostenerli attraverso i suoi acquisti massicci. Per quanto riguarda i mercati azionari, la sfida è altrettanto delicata. Wall Street è cresciuta per anni grazie a una marea di liquidità garantita dalla Fed, e l’idea che Warsh voglia “prosciugare il sistema” spaventa molti investitori. Ridurre il bilancio significa togliere ossigeno al mercato: c’è meno denaro facile in circolazione, il che tende a penalizzare i titoli tecnologici e quelli orientati alla crescita, che sono più sensibili ai costi di finanziamento. Se a questo aggiungiamo l’incertezza dovuta alla minore frequenza delle conferenze stampa e delle indicazioni sul futuro, ci troviamo di fronte a un mercato che dovrà camminare sulle proprie gambe senza la “rete di protezione” a cui si era abituato con Powell. Il rischio reale, che molti analisti monitorano con ansia, è che questa transizione avvenga in modo troppo brusco. Se Warsh dovesse svendere i titoli troppo velocemente in un momento di forte tensione geopolitica, potrebbe innescare una crisi di liquidità, rendendo difficile per le banche scambiarsi denaro e per le aziende ottenere credito. In definitiva, la scommessa di Warsh è che un mercato più libero e meno dipendente dalla Fed sia più sano nel lungo periodo, ma il prezzo da pagare nel breve termine potrebbe essere una volatilità molto più accentuata, con un settore immobiliare che fatica a ripartire e un mercato azionario costretto a ricalibrare le proprie aspettative di profitto in un mondo dove il denaro non è più “gratis”.



Scopri di più da WHAT U

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Articoli Correlati

error: Content is protected !!

Scopri di più da WHAT U

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere