
Il clima a Pechino sembrava quello delle grandi occasioni storiche, un misto di solennità e spettacolo coreografato nei minimi dettagli. Accolto dalle note inaspettate di “YMCA” e dell’inno americano, Donald Trump ha attraversato il tappeto rosso steso dalla leadership cinese, circondato da bambini festanti e dai massimi vertici dell’imprenditoria globale, tra cui Elon Musk, Tim Cook e Jensen Huang. Eppure, dietro questa facciata di “splendore incredibile” — come l’ha definita lo stesso Trump — si è consumato un incontro a porte chiuse durato oltre due ore, durante il quale il Presidente Xi Jinping ha utilizzato toni di una fermezza rara e tagliente. Il punto di massima frizione è stato, come previsto, il dossier Taiwan. Xi Jinping non ha usato mezzi termini, descrivendo la questione come il “principale denominatore comune” ma anche come il potenziale punto di rottura definitivo. Il leader cinese ha avvertito esplicitamente Trump che qualsiasi passo falso nella gestione dei rapporti con l’isola autogovernata potrebbe trascinare le due superpotenze verso scontri e persino conflitti aperti. Con una metafora efficace, Xi ha dichiarato che l’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto sono inconciliabili “come il fuoco e l’acqua”, lanciando un messaggio inequivocabile alla Casa Bianca: la stabilità globale dipende dal rispetto della sovranità cinese su quello che Pechino considera il proprio territorio. Nonostante la gravità di queste parole, la delegazione americana ha scelto la via della prudenza comunicativa. Il comunicato ufficiale della Casa Bianca ha preferito glissare sugli avvertimenti riguardo a Taiwan, concentrandosi invece sul successo diplomatico e sull’obiettivo primario del viaggio: il riequilibrio dei legami economici. Trump, visibilmente intenzionato a preservare il rapporto personale con Xi — definito “il più lungo e onorevole” tra i presidenti dei due Paesi — ha evitato di rispondere pubblicamente alle provocazioni, preferendo tessere le lodi della bellezza della Cina e dei progressi commerciali ottenuti dai suoi team economici. Oltre al commercio, il convitato di pietra del vertice è stato l’Iran. La crisi nello Stretto di Hormuz, paralizzato da un blocco iraniano che tiene in ostaggio milioni di barili di petrolio, ha costretto i due leader a cercare un terreno comune. Sorprendentemente, Xi Jinping ha espresso una chiara opposizione alla militarizzazione dello stretto e ha concordato sulla necessità che Teheran non ottenga mai l’arma nucleare, arrivando persino a ipotizzare un aumento degli acquisti di petrolio americano per ridurre la dipendenza energetica dall’Iran. Tuttavia, dietro questa apparente convergenza, resta il sospetto degli analisti che Pechino possa utilizzare la propria influenza sulla crisi energetica come leva strategica per ottenere concessioni proprio su Taiwan e sulle tariffe commerciali. In definitiva, il vertice si è concluso con una strana dicotomia. Da una parte, i giganti della tecnologia come Elon Musk sono usciti entusiasti, parlando di risultati “meravigliosi” e di un’intesa economica che serve a entrambi i leader per puntellare le rispettive economie nazionali. Dall’altra, resta l’avvertimento di esperti come Elaine Dezenski, secondo cui nessun allineamento geopolitico strutturale è stato davvero raggiunto. Le sfide decennali tra Washington e Pechino rimangono intatte, nascoste sotto i sorrisi di un vertice che Trump ha definito “il più grande di sempre”, ma che Xi ha utilizzato per tracciare una linea rossa che l’America non dovrà valicare. L’invito per una visita di Stato a Washington il prossimo 24 settembre sarà il prossimo banco di prova per capire se il legame personale tra i due presidenti basterà a evitare che il “fuoco” di Taiwan bruci i fragili progressi diplomatici raggiunti a Pechino.
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