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CRISI ENERGETICA IN SUD-EST ASIATICO: SPETTRO STAGFLAZIONE E TAGLI DI BILANCIO


bustling street market scene in bangkok thailand
Photo by Margarita K

di Mary Doulin

Un’ondata di instabilità economica e politica sta travolgendo il Sud-est asiatico, costringendo i governi della regione a correre ai ripari. Il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, protrattosi per undici settimane a causa del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti, ha innescato uno shock energetico globale che sta colpendo duramente le economie locali, storicamente dipendenti dalle importazioni di carburante. Tra drastiche riduzioni della spesa pubblica, inflazione galoppante e una forte instabilità interna, la regione si trova a gestire una delle crisi più complesse degli ultimi anni. Il Paese più esposto a questa crisi energetica sono le Filippine, dove la mancanza di sussidi statali sui carburanti ha scaricato l’aumento dei prezzi direttamente su imprese e consumatori. Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha lanciato l’allarme più severo dall’inizio del conflitto, parlando esplicitamente del rischio concreto di stagflazione, una combinazione letale di rallentamento della crescita economica, aumento della disoccupazione e impennata dei prezzi.

I dati del primo trimestre del 2026 confermano i timori dei mercati: il Prodotto Interno Lordo (PIL) è rallentato al 2,8% su base annua, mentre l’inflazione ad aprile è balzata al 7,2%. Di fronte a questo scenario, Marcos ha ordinato a tutte le agenzie governative un taglio lineare del 10% sulle spese di manutenzione e operative, una manovra stimata in circa 4,8 miliardi di dollari su un bilancio complessivo di 110 miliardi. Nonostante le misure di emergenza — che includono sussidi ai trasporti pubblici, il controllo dei prezzi alimentari e l’introduzione della settimana lavorativa corta per i dipendenti statali — i produttori locali stanno già premendo per ottenere aumenti sui beni di prima necessità. HSBC ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il Paese, portandole al 3,4% per il 2026.

A esacerbare la crisi economica si aggiunge un terremoto politico senza precedenti. Il Senato di Manila si è formalmente riunito in veste di alta corte per il processo di impeachment contro la vicepresidente Sara Duterte, accusata dalla Camera dei Rappresentanti di appropriazione indebita, corruzione e persino di aver rivolto minacce di morte pubbliche allo stesso presidente Marcos. La tensione è salita a livelli critici all’interno delle stesse istituzioni. Giorni fa, l’aula è sprofondata nel caos in seguito alla ricomparsa a sorpresa del senatore Ronald Dela Rosa, stretto alleato dei Duterte e latitante da mesi perché colpito da un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale (CPI) per la sanguinosa “guerra alla droga” dell’ex presidente Rodrigo Duterte. Il blitz delle forze dell’ordine per arrestarlo all’interno del Senato è culminato in un drammatico scontro a fuoco ravvicinato tra gli agenti governativi e il personale di sicurezza del Parlamento, che ha assunto la custodia protettiva del senatore. La divisione BMI di Fitch Solutions ha avvertito che il processo rischia di spaccare profondamente il Paese, portando al minimo storico il valore del peso filippino rispetto al dollaro.

La Thailandia accelera sulle esportazioni ma trema per il turismo

In controtendenza rispetto al rallentamento regionale, la Thailandia ha registrato una crescita del PIL del 2,8% nel primo trimestre del 2026, superando le aspettative degli analisti. A trainare l’economia di Bangkok è stato un formidabile rimbalzo delle esportazioni (+15,5% su base annua), guidato soprattutto dai componenti elettronici ad alta tecnologia. Ora però i segnali di fumo del conflitto in Medio Oriente iniziano a lambire anche l’economia thailandese. Il turismo, motore vitale del Paese, ha registrato una contrazione del 2,4% negli arrivi a causa dei disagi ai voli internazionali e del caro biglietti. I prezzi al consumo, rimasti in territorio negativo per un anno, hanno invertito la rotta ad aprile, segnando un +2,9% spinto dai rincari dei carburanti.

“Anche se la guerra dovesse finire a breve, le infrastrutture petrolifere mediorientali danneggiate manterranno alti i prezzi del greggio per anni”, ha avvertito Danucha Pichayanan, segretario generale del NESDC.

Per proteggere la popolazione, il governo di Bangkok ha varato un decreto d’emergenza per contrarre un prestito da 12,2 miliardi di dollari, destinato a finanziare sussidi per le fasce deboli e a immettere liquidità nelle piccole e medie imprese a rischio fallimento.

Malesia e Indonesia: destini incrociati di fronte allo shock energetico

Anche la Malesia risente degli effetti indiretti della crisi globale. La Bank Negara Malaysia ha certificato un rallentamento della crescita al 5,4% nel primo trimestre del 2026 rispetto al 6,2% del trimestre precedente. I consumi e gli investimenti privati hanno mostrato una parziale frenata dovuta all’aumento dei costi logistici e delle materie prime. Il governatore della banca centrale, Abdul Rasheed Ghaffour, ha spiegato che il Paese sta subendo uno “shock dal lato dell’offerta” e che la politica monetaria rimarrà cauta per non compromettere la stabilità interna. Nel frattempo, per contenere l’esborso statale, Kuala Lumpur ha già iniziato a tagliare i generosi sussidi energetici, riducendo la quota mensile di carburante agevolato per i cittadini da 300 a 200 litri. Gli analisti temono che ulteriori riduzioni possano raffreddare i consumi domestici nella seconda metà dell’anno.

L’unica vera eccezione geopolitica della regione sembra essere l’Indonesia. Giakarta ha visto la propria crescita accelerare al 5,6%, sostenuta da una solida spesa pubblica. Secondo gli economisti di Capital Economics, l’Indonesia gode di uno scudo naturale: in quanto esportatore netto di energia, la sua economia si trova in una posizione decisamente più vantaggiosa e resiliente rispetto ai vicini di casa per capitalizzare l’impennata dei prezzi globali delle materie prime.

Nel resto della regione, Singapore mostra segni di resilienza, ma il Ministero del Commercio locale ha già avvertito che l’escalation geopolitica che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran continuerà a gettare un’ombra pesante sull’attività manifatturiera e sul commercio marittimo globale nei prossimi mesi. Ora il Sud-est asiatico si trova a un bivio drammatico, dove le dinamiche della geopolitica globale si intrecciano indissolubilmente con le fragilità interne dei singoli Stati. Se da un lato economie come quella indonesiana e thailandese dimostrano una temporanea capacità di assorbire il colpo grazie a risorse energetiche proprie o a un comparto manifatturiero resiliente, dall’altro l’intera regione resta drammaticamente esposta al protrarsi delle ostilità in Medio Oriente. La vera prova del nove si consumerà nei prossimi mesi, quando i nodi economici del caro vita e del taglio ai sussidi verranno inevitabilmente al pettine, rischiando di alimentare un malcontento sociale già latente. In questo scenario, il caso delle Filippine funge da monito per l’intera area dell’ASEAN: una crisi in cui le tempeste economiche esterne e i regolamenti di conti della politica interna si alimentano a vicenda, minacciando di trasformare una congiuntura finanziaria difficile in una vera e propria crisi sistemica. La stabilità futura della regione dipenderà interamente dalla capacità dei suoi leader di bilanciare il rigore fiscale con la tenuta sociale, prima che i venti di guerra del Medio Oriente ne rallentino definitivamente la corsa.


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