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GIOVANNI FALCONE: IL RICORDO DELLA STRAGE DI CAPACI DEL 1992


Giovanni Falcone (1939-1992)

di Patrizia Vassallo

PALERMO – Il calendario segna un’altra volta il 23 maggio, e l’Italia intera si ferma di fronte a quel cratere autostradale che, nel 1922, cambiò per sempre la storia della Repubblica. A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il Paese è tornato a ricordare il sacrificio del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ma le celebrazioni del 2026 non hanno il sapore della retorica stantia. Da Palermo a Roma, la memoria si è fatta carne e cultura, unendo il quarantennale del Maxiprocesso alla nascita di nuove forme di testimonianza. Cuore pulsante delle iniziative siciliane è stato il “Museo del Presente” a Palazzo Jung, che per l’occasione ha inaugurato una collaborazione straordinaria con le Gallerie degli Uffizi, legando l’arte alla rinascita civile. Parallelamente, le strade del centro storico palermitano si sono riempite di cittadini e studenti uniti in itinerari di “resistenza urbana”, mentre a Roma la Banda dell’Arma dei Carabinieri ha suonato per la prima volta dalla scalinata della Cassazione. Alle 17:58, l’ora esatta in cui il tritolo distrusse la terra e le vite, il Paese si è unito in un minuto di raccoglimento. Un silenzio assordante che serve a riflettere non solo sull’orrore mafioso, ma sulla parabola umana e professionale di un uomo straordinario.

La carriera di Giovanni Falcone è stata una rivoluzione copernicana nel contrasto a Cosa Nostra, ossia la mafia presente in Italia, soprattutto in Sicilia, e in vari Stati del mondo. Cresciuto nel quartiere della Kalsa a Palermo, lo stesso di molti futuri boss che avrebbe poi combattuto, Falcone comprese prima di chiunque altro che la mafia non era un fenomeno di banditismo rurale, ma un’organizzazione complessa, verticistica e globale. La svolta arrivò con l’intuizione del “metodo Falcone”: seguire il denaro per scovare i criminali. Analizzando assegni, conti bancari e transazioni transatlantiche, riuscì a mappare l’impero economico dei corleonesi. Questa intuizione, unita alla straordinaria capacità di raccogliere e comprendere le rivelazioni del primo grande pentito, Tommaso Buscetta, pose le basi per il Maxiprocesso del 1986. Per la prima volta nella storia, lo Stato italiano portò alla sbarra centinaia di mafiosi, ottenendo condanne storiche e dimostrando che la cupola non era invincibile. Falcone non era solo un magistrato inquirente, era un visionario che pose le basi per la Procura Nazionale Antimafia, intuendo la necessità di coordinare le indagini a livello nazionale e internazionale.

La sua carriera

Dietro la figura del giudice austero e inflessibile si nascondeva un uomo dotato di profonda ironia e passioni insospettabili. Pochi sanno che Falcone era un collezionista appassionato di riproduzioni di papere, piccoli oggetti di ceramica, legno o metallo che affollavano la sua scrivania blindata all’ufficio istruzione di Palermo. Un tocco di leggerezza in un quotidiano soffocante, segnato da una vita blindata a cui si era rassegnato con lucida ironia. memorabile rimase la sua abitudine di smorzare la tensione con battute fulminanti anche nei momenti più drammatici.

Quando gli fecero notare l’enorme livello di rischio che correva ogni giorno, rispose con il celebre aforisma che ancora oggi definisce il suo approccio alla vita: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di supporto. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Questa frase, purtroppo, conteneva una profezia tragica che svela la pagina più dolorosa e vergognosa della sua esistenza: il tradimento perpetrato dallo Stato italiano e da parte della stessa magistratura. Prima che il tritolo di Totò Riina lo dilaniasse fisicamente, Giovanni Falcone fu scientificamente isolato e delegittimato dalle stesse istituzioni che avrebbe dovuto servire. La parabola del suo isolamento istituzionale iniziò nel 1988, quando il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì il più anziano Antonino Meli alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, smantellando di fatto il pool antimafia che tanto aveva fatto tremare i clan. Falcone fu accusato dai suoi stessi colleghi di “protagonismo”, di voler accentrare il potere e persino di aver orchestrato finti attentati, come nel caso del fallito attacco all’Addaura nel 1989, quando una borsa di dinamite fu trovata vicino alla sua casa al mare e autorevoli esponenti politici e mediatici parlarono cinicamente di “messa in scena”- Questo linciaggio morale e professionale costrinse il magistrato a lasciare la sua Palermo per trasferirsi a Roma, al Ministero di Grazia e Giustizia, nel tentativo di combattere la mafia con leggi più efficaci. Ma anche lì il veleno non si placò: fu accusato di aver “venduto l’indipendenza della magistratura al potere politico”. Falcone divenne un bersaglio perfetto proprio perché reso vulnerabile dal silenzio e dall’ostilità dei suoi pari. Le commemorazioni del 2026, dunque, portano con sé questo monito fondamentale: ricordare Falcone significa non solo onorare l’eroe della lotta alla mafia, ma chiedere scusa all’uomo che le istituzioni italiane hanno disarmato prima che i nemici lo colpissero. La sua eredità non risiede nelle passerelle della memoria, ma nella consapevolezza che la legalità si difende proteggendo i vivi, non celebrando i morti.



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