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SINNER E L’OSSESSIONE DELL’OVERTRAINING: QUANDO LO SPORT DIVENTA UNA TRAPPOLA


di Carole Descrières

Parigi – La scena di Jannik Sinner che abbandona il campo a Parigi, con il volto segnato da una sconfitta che fa male, apre una finestra sulle reali condizioni fisiche e mentali del campione azzurro. Non si è trattato di un banale passaggio a vuoto tecnico. Quello che si è visto sulla terra rossa parigina è il sintomo di un meccanismo molto più profondo e delicato, lo stesso che poche settimane fa il suo storico coach, Darren Cahill, ha svelato pubblicamente con una confessione tanto sincera quanto allarmante: lo staff deve letteralmente costringere Jannik a posare la racchetta. Se dipendesse solo da lui, dalle sue dita aggrappate al manico e da quella testa che viaggia a una velocità diversa, Sinner giocherebbe a oltranza, per ore e ore, senza sosta. È la rappresentazione plastica di una dedizione assoluta che rischia di sconfinare nell’ossessione, un desiderio irrefrenabile di limare ogni difetto che si scontra, però, con i limiti biologici del corpo umano.

Non è un caso isolato

Questa “febbre da tennis”, una vera e propria dipendenza dal campo alimentata dalla scarica di endorfine e dopamina che solo l’attività estrema sa regalare, non è un caso isolato. Al contrario, è il filo rosso che unisce le storie di molti dei più grandi atleti della storia dello sport italiano, campioni eccezionali che hanno dovuto fare i conti con lo stesso demone interiore e con lo spettro dell’overtraining, la sindrome da sovrallenamento che si manifesta quando il recupero non riesce più a stare al passo con lo sforzo. Nel nuoto, una disciplina che fa del logorio metodico in acqua una condanna quotidiana, Gregorio Paltrinieri ha vissuto questo dramma sulla propria pelle proprio alla vigilia delle Olimpiadi di Tokyo. Sottoposto a carichi di lavoro spaventosi da venti chilometri al giorno, il suo organismo ha finito per cedere di schianto, lasciando il sistema immunitario indifeso davanti alla mononucleosi. Una lezione durissima su come l’eccesso di zelo possa trasformarsi nel peggior nemico di un atleta. Nello stesso ambiente, Filippo Magnini ha raccontato la frustrazione di un periodo buio in cui il corpo si era letteralmente spento, intrappolato in un sovrallenamento cronico con i valori ormonali completamente sballati, mentre Federica Pellegrini ha dovuto lottare per anni contro un logorio che si traduceva in ansia da prestazione e vere e proprie crisi di panico in acqua, superate solo quando ha accettato di rivoluzionare i propri metodi per preservare la mente prima ancora dei muscoli. Uscendo dalla vasca, lo scenario non cambia, a dimostrazione del fatto che la difficoltà di gestire il freno è una costante universale dello sport d’élite. Gianmarco Tamberi, prima di toccare il cielo a Tokyo con l’oro olimpico, ha attraversato una fase tormentata in cui la ricerca ossessiva della perfezione geometrica del salto e del peso forma ideale lo ha spinto verso regimi calorici estremi e carichi di lavoro logoranti, arrivando a un passo dal burnout fisico e dal compromettere la propria struttura tendinea. Anche gli sport invernali e di resistenza pura pagano un tributo altissimo a questa mentalità. Dorotea Wierer, regina del biathlon, ha confessato di aver sofferto di gravi crisi di esaurimento energetico e insonnia cronica, causate da un sistema nervoso mandato in tilt dalla combinazione tra lo sforzo fisico dello sci di fondo e la lucidità mentale richiesta al poligono di tiro. Nel ciclismo, un mondo dove la cultura del sacrificio è quasi una religione, Alessandro De Marchi si è dovuto scontrare con la sindrome da fatica cronica, che lo ha costretto a saltare appuntamenti vitali come il Tour de France a causa di gambe che non producevano più potenza. Una dinamica che, con gli strumenti scientifici di un’altra epoca, aveva già vissuto il leggendario Francesco Moser, pionieristico nei carichi di lavoro ma spesso vittima di improvvisi “ingolfamenti del motore” a metà stagione agonistica. Andando ancora più indietro nel tempo, il simbolo assoluto di questa dedizione totalizzante resta Pietro Mennea. La “Freccia del Sud” viveva per la fatica, convinto che non fosse mai sprecata, arrivando ad allenarsi per 350 giorni all’anno, spesso due volte al giorno, ignorando ogni segnale di dolore. Quell’approccio maniacale lo portò nei primi anni ’80 a un burnout talmente profondo da spingerlo a un temporaneo ritiro dalle piste, stremato da ritmi che persino la sua leggendaria forza di volontà non poteva più sostenere. Oggi, la sconfitta di Sinner a Parigi e i campanelli d’allarme lanciati dal suo team si inseriscono perfettamente in questo filone storico. Nel tennis moderno, caratterizzato da un calendario asfissiante che dura undici mesi all’anno e cancella quasi del tutto la pausa stagionale, il rischio di superare la soglia del recupero funzionale è altissimo. Quando il campo smette di essere solo un luogo di competizione e diventa un rifugio per scaricare le tensioni quotidiane, saper gestire la pressione e la paura di staccare diventa fondamentale. La sfida più grande per Sinner e per il suo staff non sarà allora quella di inventare un nuovo colpo, ma quella di far capire a un talento puro che, a volte, saper posare la racchetta e concedersi un giorno di riposo obbligatorio è il punto di partenza fondamentale per ritrovare il giusto equilibrio e rimanere campioni a lungo.



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