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MUSICA VS POLITICA: IL CASO FREEDOM 250 SPACCA L’AMERICA


Bruce Bruce Springsteen ph. Bill Ebbesen – Opera propria, CC BY-SA 3.0

di Purdey McCann

Negli Usa la crescente politicizzazione dei palchi rischia di allontanare definitivamente il pubblico che cerca nella musica solo un momento di evasione o sta effettivamente aiutando gli artisti a riconnettersi con le battaglie civili più sentite dai loro fan? È questo l’interrogativo che domina il dibattito culturale nel Paese a stelle e strisce dopo che il progetto Freedom 250 – nato per celebrare il 250° anniversario dell’America – si è trasformato invece in un detonatore capace di spaccare in due il mondo della musica, facendo emergere coalizioni pro e contro l’amministrazione Trump. Così quella che doveva essere una grande kermesse apartitica sul National Mall è diventata il teatro di un braccio di ferro identitario, imponendo a ogni artista una scelta di campo netta.

Freedom 250

Il caso Freedom 250 è emblematico di questa frattura. Come è già noto artisti invitati a partecipare a questo evento, come Young MC, i Commodores, Martina McBride, Morris Day e Bret Michaels, avevano inizialmente accettato l’invito, convinti di partecipare a una celebrazione nazionale trasversale. Quando però è emerso il legame organico con la Task Force della Casa Bianca, il loro dietrofront è stato immediato. Quali le ragioni? Da un lato, il timore di vedere la propria identità artistica assorbita da un’agenda politica divisiva; dall’altro, la frustrazione per una presunta mancanza di trasparenza da parte degli organizzatori. Molti di loro per giustificare il loro dietrofront hanno sottolineato come la musica debba restare una voce autonoma, rifiutando di trasformarsi in uno strumento di propaganda per alcuna fazione. Ma questa ritirata last minute non ha convinto tutti.

Power to the People

Anche perché di fronte a questo scenario, la risposta del fronte opposto non si è fatta attendere. Bruce Springsteen e Tom Morello sono assurti alle cronache per aver lanciato il festival Power to the People, un’iniziativa in cui la politica non è un retroscena, ma il fulcro dell’evento. Accompagnati da nomi come i Foo Fighters, Joan Baez e Brittany Howard, gli organizzatori hanno scelto di rendere esplicita la loro missione: utilizzare la musica come veicolo di mobilitazione per la giustizia sociale, il diritto al voto e la difesa delle istituzioni democratiche. Quibdi c’è chi ha deciso di metterci la faccia e chi no. E poi esistono i neutrali ossia figure come Vanilla Ice, già noto per le sue partecipazioni a eventi legati a Trump, che invece continuano a mantenere una posizione di distacco, definendosi pronti a suonare per chiunque senza caricare le esibizioni di significati partitici particolari. Scelta pure questa non priva di critiche. Perché in definitiva, questa settimana di tensioni ci conferma che il palco in America è diventato, a tutti gli effetti, un’estensione della piazza pubblica. Per una parte del pubblico, trasformare il concerto in un comizio rappresenta il tradimento della missione primaria della musica, percepita come un rifugio necessario dalle asprezze della cronaca; per altri, invece, l’evasione totale è diventata un lusso impossibile, un’indifferenza che suona come complicità in tempi che richiedono, a loro avviso, una presa di posizione civile. Così l’industria musicale americana si trova dunque davanti a un bivio esistenziale: accettare che la musica sia ormai diventata una bandiera identitaria, o tentare di recuperare quella dimensione di “puro intrattenimento” che, in un Paese così profondamente diviso, sembra essere diventata la frontiera più difficile da difendere. Quel che appare certo è che, tra il boicottaggio e l’attivismo militante, la pretesa di fare musica senza comunicare una visione del mondo è ormai un’illusione che sta svanendo, lasciando gli artisti e il loro pubblico di fronte allo specchio di una realtà che non ammette più spettatori neutrali.



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