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SCONTRO TRUMP-NETANYAHU: IL DIETRO LE QUINTE DELLA ROTTURA SUL MEDIO ORIENTE


di Patrizia Vassallo

Il clima tra Washington e Gerusalemme si è fatto improvvisamente incandescente, rivelando crepe profonde in un’alleanza, quella tra Trump e Netanyahu, che molti davano per consolidata. Al centro della tempesta ci sarebbe una telefonata, dai toni brutali e senza precedenti, tra il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo quanto riportato da Axios, il colloquio sarebbe degenerato rapidamente in uno scontro verbale dai toni accesi, con il leader statunitense che, in preda alla furia, avrebbe rivolto parole durissime all’alleato israeliano, arrivando a definirlo “completamente pazzo” e a mettere in discussione la stabilità delle sue decisioni. Il fulcro del contendere è l’escalation militare in Libano. Netanyahu, ignorando i tentativi della Casa Bianca di giungere a un accordo di pace preliminare con l’Iran, ha ordinato attacchi contro le roccaforti di Hezbollah a Beirut. Una mossa che Trump ha interpretato come un sabotaggio diretto ai suoi sforzi diplomatici. Il tono del presidente americano è stato tagliente: accusando Netanyahu di aver agito in modo sproporzionato e di aver isolato Israele a livello internazionale, Trump ha rincarato la dose rivendicando, con un realismo brutale, il proprio ruolo di protettore del premier israeliano, ricordandogli che la sua sopravvivenza politica e giudiziaria, legata anche ai processi per corruzione in corso, dipende in gran parte dall’appoggio di Washington.

L’Iran, che inizialmente era stato coinvolto in una delicata trattativa con gli Stati Uniti per un cessate il fuoco, che avrebbe dovuto includere anche il fronte libanese, ha annunciato la sospensione dei colloqui. Teheran sostiene che l’aggressione israeliana rappresenti una violazione inequivocabile dell’intesa, rendendo di fatto vani i progressi fatti nelle ultime settimane. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è stato categorico nell’affermare che gli Stati Uniti, in quanto garanti del patto, ne condividono la responsabilità politica e le conseguenze.

Nonostante il tentativo di Trump di dipingere la telefonata come “produttiva” attraverso i social media, la realtà sul campo appare molto più frammentata. Mentre l’ambasciata libanese a Washington ha comunicato l’apertura di Hezbollah a una cessazione reciproca delle ostilità basata su una proposta statunitense, Netanyahu ha pubblicamente smentito l’esistenza di un impegno a fermarsi, ribadendo che le operazioni militari continueranno finché la minaccia alle città israeliane persisterà. La discrepanza tra la narrazione di Washington, quella di Gerusalemme e le smentite dei media israeliani, che definiscono il rapporto della telefonata un’esagerazione giornalistica, conferma quanto il gioco diplomatico sia diventato pericoloso. Non c’è dubbio che sia Trump che Netanyahu si trovano ad affrontare pressioni interne asfissianti. Il presidente statunitense deve barcamenarsi tra le ali del suo partito che chiedono una linea dura contro l’Iran e la necessità di evitare crisi economiche pre-elettorali. Il primo ministro israeliano, dal canto suo, è stretto in una morsa politica che lo vede fronteggiare la richiesta di elezioni anticipate e una coalizione di governo, guidata da figure come Itamar Ben-Gvir, che spinge per una linea di intransigenza totale verso Hezbollah, arrivando a sfidare apertamente la volontà della Casa Bianca. Con le elezioni americane di novembre all’orizzonte e il futuro politico di Netanyahu appeso a un processo per corruzione, la stabilità è diventata la pedina di scambio di una partita giocata troppo lontano dai tavoli negoziali. Ciò che emerge infatti è una gestione diplomatica sempre più acrobatica, dove gli alleati sembrano ormai muoversi su binari divergenti, trasformando il Medio Oriente in un teatro in cui la ricerca di una stabilità duratura si scontra costantemente con gli interessi politici immediati e le ambizioni personali dei leader coinvolti.



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