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FLESSIBILITÀ ENERGETICA: L’UE APRE ALL’ITALIA (MA CON PALETTI)


di Pat Sinclair

La giornata del 3 giugno 2026 segna un punto di svolta nelle complesse relazioni tra Roma e Bruxelles. Con una decisione arrivata proprio nel giorno atteso, la Commissione europea ha risposto ufficialmente alla lettera inviata dalla premier Giorgia Meloni lo scorso 18 maggio, accogliendo parzialmente le richieste dell’Italia: gli Stati membri potranno utilizzare una quota della deroga fiscale originariamente pensata per la difesa anche per investimenti strategici in ambito energetico e misure di transizione. Si tratta di un’apertura significativa, che permetterà di estendere l’ambito della cosiddetta “National Escape Clause” (NEC), offrendo un margine di flessibilità fiscale pari allo 0,3% del PIL annuo per il triennio 2026-2028, all’interno del tetto massimo dell’1,5% già previsto per le spese militari. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha commentato con soddisfazione il risultato, definendo la proposta “impensabile” fino a pochi mesi fa. Tuttavia, la cautela rimane d’obbligo: il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha delineato confini molto netti, escludendo categoricamente che tali risorse possano essere utilizzate per misure generalizzate, come il taglio delle accise sui carburanti o riduzioni fiscali indiscriminate sull’energia. La linea di Bruxelles resta coerente con le direttive degli scorsi mesi: le risorse devono finanziare esclusivamente investimenti strutturali e mirati, come l’elettrificazione dei consumi, l’installazione di pannelli fotovoltaici o l’acquisto di veicoli elettrici, evitando di incentivare il consumo di fossili. Un messaggio rafforzato dalle raccomandazioni del Semestre europeo 2026, che richiamano l’Italia alla necessità di proseguire nel risanamento dei conti pubblici, nonostante la nuova flessibilità concessa. Questa decisione arriva al culmine di una serrata tattica negoziale messa in atto dal governo Meloni, che nei giorni scorsi aveva legato a filo doppio la flessibilità di bilancio alla questione del programma SAFE (Security Action for Europe). L’Italia, a differenza di partner come Polonia, Lituania e Belgio, aveva finora tenuto in sospeso la firma per accedere ai prestiti agevolati previsti dal fondo da 150 miliardi di euro per la difesa comune. La strategia di Palazzo Chigi era parsa chiara: subordinare l’adesione al programma europeo a una maggiore comprensione da parte della Commissione sulle urgenze energetiche. La premier Meloni era stata esplicita nel sottolineare come la difesa non potesse essere svincolata dal consenso sociale: “Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa. Se non siamo in grado di dare risposte alle imprese, rischiamo che non ci sia più niente da difendere”. Il negoziato è stato accompagnato da un altro tentativo, promosso dal vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto, di rimodulare i fondi di coesione territoriale per fronteggiare il rincaro energetico. Un’idea che, se da un lato ha ottenuto il sostegno del titolare del MEF Giorgetti — che la vedeva come una necessaria boccata d’ossigeno per l’Italia stimata tra i 3 e i 5 miliardi di euro — dall’altro ha scatenato la dura reazione del Comitato delle Regioni europee. La presidente Kata Tüttő ha infatti respinto con forza l’ipotesi, definendo le risorse europee non un “bancomat d’emergenza” e avvertendo che intaccare i fondi destinati a progetti di lungo periodo rischia di creare un dannoso sottoinvestimento strutturale.

Con la risposta di oggi, la Commissione ha dunque cercato di bilanciare le esigenze di sicurezza industriale dell’Europa con la necessità di mantenere rigore fiscale.

Ora per l’Italia, il dossier SAFE resta ora un passaggio cruciale: la firma permetterà al Paese di non rimanere ai margini della nuova architettura industriale della sicurezza europea, evitando di perdere peso decisionale in settori tecnologici e produttivi strategici. Resta però un’ultima zona d’ombra: i prossimi chiarimenti tecnici dovranno definire se questa flessibilità sia del tutto autonoma o se debba comunque mantenere un legame formale con la spesa militare. In un contesto economico segnato da un’inflazione in risalita e una crescita prossima allo zero, il governo si trova ora a dover gestire questo nuovo, seppur limitato, spazio di manovra, sapendo che la partita con Bruxelles, tra bilancio, energia e difesa, è solo all’inizio.

L’inflazione in Eurozona accelera: a maggio tocca il 3,2%

Il segnale che i mercati e i governi temevano è arrivato: la fiammata inflattiva nell’Eurozona non si arresta, anzi, riprende quota. Secondo la stima flash pubblicata da Eurostat oggi, 3 giugno 2026, il tasso di inflazione annuale dell’area euro si è attestato al 3,2% per il mese di maggio, segnando un incremento rispetto al 3,0% registrato ad aprile. Questo dato, che fotografa il persistente surriscaldamento dei prezzi nel continente, conferma la delicatezza del momento economico. Il rialzo dell’indice, alimentato in misura determinante dal rincaro dei costi energetici, riflette le tensioni geopolitiche globali, in particolare la crisi nel Medio Oriente e le difficoltà negli approvvigionamenti attraverso lo stretto di Hormuz, che si traducono immediatamente in un aumento dei costi di produzione e in una contrazione del potere d’acquisto dei cittadini europei.



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